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Zero istinto, solo numeri e algoritmi: Sabatini lascia e la Roma prova il metodo “MoneyBall”

“Il presidente e i suoi collaboratori, giustamente puntano su altre prerogative, stanno cercando un algoritmo vincente, io vivo dentro il mio istinto, non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, per me la palla è qualcosa, vivo il mio calcio, un calcio che non può essere freddamente rimportato alla statistica che descrive un giocatore. Credo a quello che osservo, a quello che sento e non voglio combattere queste tesi. Devo fare il mio calcio, lo devo fare in buona fede e non intendo cambiare, mentre alcuni collaboratori di Pallotta e Pallotta stesso hanno puntato su altro. Io sono incline alla mia sofferenza notturna in cui mi fumo 5 sigarette e cerco di capire se un giocatore è buono o no”.

Questo il sunto delle parole di addio da D.S. della A.S. Roma di Walter Sabatini, parole con cui l’istrionico esperto di calcio lascia presagire la svolta della società americana capitana da James Pallotta, contenta per le plusvalenze portate in grembo dal dirigente umbro ma allo stesso tempo stanca di tutto questo istinto, estro, frenesia, alternanza di risultati. Pallotta & co., da veri imprenditori, vogliono e cercano un metodo, una base solida, razionale, da cui partire per programmare il futuro stagione dopo stagione.

Ecco allora la svolta: via l’istinto, dentro i numeri, l’algortimo, la tecnologia, la statistica. Un nuovo metodo, un nuovo ed innovativo criterio, per decidere se ingaggiare un giocatore o meno e, soprattuto, scovare giocatori potenzialmente utili, sempre in accordo con la statistica, ad un prezzo vantaggioso o addirittura irrisorio.

Detta così, non può subito balzare alla mente il famoso film “MoneyBall – l’arte di vincere film che racconta la storia di Billy Bean, interpretato da un magistrale Brad Pitt, General Manager degli  Oakland Athletics, squadra di baseball, che per far fronte a problemi di budget, situazione molto simile a quella della A.S.Roma con il Financial FairPlay, trovò il modo, attraverso la statistica, di ingaggiare giocatori utili alla causa e portare la squadra in alto nei play-offs. Da quel momento in poi tutte le squadre cominciarono ad usare questo metodo che cambiò il modo di intendere lo sport, non solo il baseball, oltre oceano.

Nella Roma l’uomo che ha convinto Pallotta a questa svolta storica è Alex Zecca, braccio destro del presidente giallorosso, occhi e cuore dello stesso all’interno di Trigoria. Se da una parte questa scelta di portare il calcio, quello vero, quasi ad una partita di “Football Manager” possa essere intrigante, ci sono delle grandi incognite nell’applicare questo metodo al calcio.

Il metodo “MoneyBall”, infatti, funziona certamente su sport che hanno dei tempi ben definiti e dinamiche costanti: nel baseball il gioco è statico e c’è chi attacca, battitore, e chi difende, lanciatore. Nel football americano, a meno di intercetti o fumble, è la stessa cosa con il gioco che al termine di ogni azione riparte da fermo. Discorso diverso va fatto, invece,  per basket e calcio. Il gioco è fluido, in continuo divenire e soprattutto c’è la presenza di “intagibles – intangibili” ovvero tutti quei movimenti, quei gesti, quelle piccole cose che risultano determinanti ai fini di un risultato, ad esempio un movimento senza palla a smarcare il compagno, che fanno la differenza tra un giocatore ordinario ed un fuoriclasse ma non possono essere riportati nella statistica.  

Quindi la scelta di usare un algoritmo per scegliere un giocatore è una scelta intrigante, sicuramente affascinante, con una certificazione di efficienza in altri sport. La sua introduzione a 360º gradi nel calcio lascia però più di qualche dubbio, incognita, perplessità. Solo il tempo ci dirà chi la spunterà tra la razionalità fredda dei numeri è la magia del calcio.

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