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Wimbledon ’88, la gloria dei bastardi

Wimbledon ’88, la gloria dei bastardi

Ci sono storie di sport che stupiscono; altre commuovono. Di altre ancora si può dire che abbiano molto da insegnare.

Quella che vi raccontiamo oggi non ha nessuno di questi aspetti: è una storia che digrigna i denti, che ti minaccia già nel sottopassaggio e, se le capiti a tiro, ti strizza i testicoli appena l’arbitro si volta dall’altra parte. Per saperne di più su quest’ultimo particolare, basta rivedere il primo piano di un giovanissimo, incredulo e soprattutto dolorante Paul Gascoigne.

Diciamo che la Wimbledon del tennis, quella nota in tutto il pianeta per il leggendario torneo sull’erba e per le algide atmosfere, ogni volta che si parla di quella calcistica degli anni ottanta e novanta prima arrossisce, poi finge che si tratti di una semplice omonimia, come quando si finge di non conoscere un parente maleducato e imbarazzante.

È una vicenda che in un certo senso sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, se non altro perché i suoi protagonisti non fecero mai nulla, nemmeno per un istante, per tentare di apparire differenti da ciò che in realtà erano. Dei ragazzi di vita, qualcuno ancora più degli altri, nel frattempo arricchiti dalle sterline della First Division, che ancora non si chiamava Premier League.

La cosa più complicata è individuare chi fosse a mettere ordine in una simile realtà, visti i personaggi che la animavano, o per meglio dire la incasinavano, nelle pause tra una rissa e l’altra di uno spogliatoio in cui i compagni più taciturni o semplicemente più educati venivano guardati in cagnesco, provocati, quando non addirittura minacciati. Perché verrebbe naturale osservare: – Va beh, ma ci sarà pur stato un presidente! –

Per esserci c’era, anche troppo, nel senso che ogni volta che si manifestava riusciva nell’impresa di rubare la scena ai suoi giocatori: Sam Hammam, origini libanesi; chioma candida e sguardo spiritato. Le cose più raccontabili di lui consistono nelle punizioni che ideava per i suoi giocatori al posto delle multe: visite al museo, ascolto reiterato di musica classica. E quando un giocatore mostrava qualche titubanza nell’apporre la propria firma sul contratto, il presidente lo chiudeva in ufficio, finché il malcapitato pur di venire fuori dalla stanza accettava di legarsi ai “Dons”.

Era “anche” un gruppo di pazzi; ma nella storia del calcio parecchi spogliatoi, vincenti o meno, sono stati animati da congreghe di folli. Non è questo il punto: loro sapevano essere una squadra di malvagi, coinvolgendo in questa anima collettiva finanche gli inservienti di Plough Lane che erano incaricati di far trovare agli avversari gli spogliatoi imbrattati di…qualsiasi cosa.

E in quel sottopassaggio cominciava quella specie di “cura Ludovico” che i giocatori del Wimbledon riservavano agli avversari di turno, che si trattasse del modesto Charlton o dello United di Alex Ferguson: quando andava bene, erano minacce di operazioni senza anestesia ad articolazioni varie, con punteggiatura di madri e sorelle dislocate su marciapiedi vari.

C’era Dennis Wise, piccolo e bullo come pochi, uno che faceva sentire i nuovi arrivati in squadra come reclute che dovevano rifare la branda ai veterani. Di lui proprio Sir Alex ebbe a dire: – Sarebbe in grado di scatenare una rissa in una stanza vuota. –

Agli antipodi della statura, ma con lo stesso piglio da teppista, John Fashanu capovolgeva il paradigma delle minacce in area: erano i difensori ad aver paura dei suoi interventi. Anche perché il  gigante qualche minuto prima della partita si riscaldava con mosse da kick boxing, ossia tirando calci e pugni, cosa che poi avrebbe continuato a fare una volta iniziata la gara. In Italia lo conoscevamo come la “personcina” tanto cara a Peo Pericoli, alias Teo Teocoli, di “Mai dire gol”. La sua storia dice altro, molto altro, basterebbe pensare alla vicenda di suo fratello Justin. Fuori dal campo, peraltro, riusciva a celare la sua aria minacciosa dietro un comportamento divertente e un portamento elegante. Nel 1993 a Gary Mabbutt del Tottenham ruppe la testa, non per modo di dire: frattura cranica per l’allora capitano degli Spurs. E una serie di nasi e ginocchia sulla coscienza (lui preferirebbe dire nel curriculum) con qualche carriera fatta terminare anzitempo.

 

C’era poi Dave Beasant, capitano e portiere, che i compagni chiamavano Lerch per una presunta somiglianza col maggiordomo degli Addams ma che in realtà era molto più bello. E quando si ritrovò tra i guanti il pallone calciato dal dischetto da Aldrige del Liverpool, a Wembley, capì di stare scrivendo il capitolo più esaltante della storia dei Dons, perché aveva protetto il gol di vantaggio con cui il Wimbledon aveva violato la poeta di Bruce Grobbelaar, in quella finale di FA Cup.  Punizione di Wise da sinistra, stacco imperioso di Lawrie Sanchez. È il 14 maggio del 1988, il trofeo più prestigioso d’Inghilterra viene preso per il collo da Vinnie Jones, il più iconico di quella galleria di spostati che sapevano di non aver nulla di speciale dal punto di vista tecnico, quindi di dover far leva su tutta la loro forza caratteriale e su una tempra agonistica che, visti i tizi in questione, non poteva che sconfinare in una spropositata aggressività. Jones, quello che aveva strizzato per bene i gioielli di famiglia di Gascoigne; che in un’occasione era riuscito a farsi espellere dopo tre secondi tre; che con dodici cartellini rossi è secondo solo a “Sua fallosità” Roy Keane, ma che è stato un po’ più cattivo. Jones che non poteva che finire sul grande schermo, per quella faccia e quei modi. Jones, che aveva e ha una sceneggiatura da teppista scritta in faccia.

 

Li chiamarono Crazy Gang, visti tutto assieme. Il soprannome è al tempo stesso tanto efficace quando non bastevole a dire con esattezza cosa fosse quel Wimbledon che riuscì ad alzare la Coppa di fronte a Lady Diana; quel gruppo del quale il presidente Hammam disse che lì in mezzo nessuno aveva la minima idea di cosa fosse la disciplina.

E allora, forse, la definizione migliore l’ha data proprio Jones, quando per sintetizzare quale fosse l’anima collettiva di quello spogliatoio, si trovò quasi ad ammettere con se stesso: – la Crazy Gang era un covo di disadattati che lottava per emergere, anche nella società stessa. –

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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