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WellDance: il nuovo Sport Made in Italy che sta conquistando il mondo

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WellDance: il nuovo Sport Made in Italy che sta conquistando il mondo

Andiamo oggi insieme a scoprire il mondo della Welldance, una disciplina che sta a metà fra danza e fitness, tutta italiana nonostante il nome inglese per stare al passo coi tempi, brevettata nel 2012 da Annarosa Petri e Raffaele Paganini, già étoille dell’Opera di Roma e coinvolto nelle produzioni di molti programmi RAI dedicati alla danza.

Ci facciamo accompagnare in questo viaggi da Chiara Faeti, istruttrice  e ambasciatrice della Welldance nel mondo. Una giovane donna brillante, supera di poco i trent’anni, cresciuta nella provincia piemontese, nella zona dell’Alto Novarese, con una grande passione per la danza. L’occasione è una rassegna dedicata alla disciplina  organizzata dal Centro Sportivo Italiano a Torre del Lago Puccini nel teatro dedicato al grande compositore nato a Lucca ma che proprio a Torre del Lago, frazione di Viareggio trovò a partire dal 1891 quando vi si trasferì il suo ambiente ideale per comporre.

Chiara cos’è la Welldance?

Si tratta di un metodo di allenamento che permette di restare in forma danzando. Nasce da un mix di vari stili di danza, a partire dalla classica, per passare a quella Jazz, hip hop e moderna. E’ disciplina riconosciuta sia  dal CSI che dal CONI e si divide in tre diverse formule, sviluppate e studiate per le differenti età della vita. La Child per i bambini e ragazzi fino a 15 anni, la Basic, per gli adulti fino a 55 e la Senior. Naturalmente, soprattutto nel caso dei Senior non sono divisioni rigide, io ho allieve sessantenni in ottima forma che possono praticare ancora tranquillamente la Basic.

Si  tratta di una disciplina finalizzata ad allenarsi ed eventualmente a realizzare coreografie da inserire in spettacoli o esistono anche gare?

 No, gare non ne facciamo al momento, e nemmeno parliamo mai o quasi di coreografie per non “spaventare” chi viene in palestra. E ciò perché non ci sono obblighi per nessuno di lavorare per esibirsi. Ti alleni e alla fine balli, e a quel punto chi vuole può fare degli allenamenti in più finalizzati a esibirsi magari in pubblico, ma non è un obbligo per nessuno. Chi sceglie di praticare la Welldance deve essere libero di interpretarla in base alle sue possibilità e ai suoi personali obiettivi.

Voi istruttori che basi avete? Arrivate in maggior misura dalla danza o dal mondo del fitness?

Da entrambi, Io arrivo dalla danza perché ero una ballerina. Si frequentano dei corsi appositi, anche piuttosto severi, visto appunto il riconoscimento CONI che non si ottiene se non si fanno le cose seriamente. Si ottiene un brevetto che va mantenuto frequentando costanti corsi di aggiornamento, e ciò vale sia per chi arriva dal mondo della danza che per chi arriva dalle palestre.

Come hai deciso di passare all’insegnamento ancora molto giovane?

 Ho deciso di insegnare perché ho ballato dai 5 ai 28 anni, partendo con la danza classica per poi passare alla moderna. Poi quando inizi ad avere il fisico da trentenne per quanto in perfetta forma e molto allenata non puoi tenere il confronto con le diciottenni in una disciplina che richiede ad esempio di star ferma sulla punte: la differenza si vede non c’è nulla da fare. E allora sono passata al mondo del fitness dove ci si può esibire alla pari anche oltre i trent’anni, lo faccio ancora infatti nonostante la mia attività prevalente sia quella di insegnare. Tengo corsi sia di Welldance che di danza moderna. La mia vittoria e soddisfazione come istruttore è che chi viene ai miei corsi sorrida e sia contento. Non c’è competizione e ognuno deve fare attività a seconda dei suoi mezzi e quando torna a casa essere felice di aver passato un’ora lontano dai suoi problemi quotidiani.

La Welldance nasce e si sviluppa in Italia, c’è un progetto per farla diventare internazionale?

Sì sicuramente. Per ampliare la nostra visibilità la Welldance arl ha siglato contratti con uno dei più grossi gruppi italiani che gestisce villaggi turistici in tutto il mondo e abbiamo formato molti animatori con dei corsi per far praticare una versione soft della disciplina nei villaggi. Ciò fa sì che se ne inizi a parlare ovunque. Preferiamo far crescere il movimento poco alla volta ma in modo costante, senza raggiungere picchi di notorietà improvvisi che spesso preludono a crolli altrettanto repentini nel giro di pochi anni.

Le praticanti sono in gran maggioranza donne?

Sì, anche se nulla vieta agli uomini di praticarla con soddisfazione, Ho avuto qualche allievo uomo e ci sono istruttori anche. La branchia che segue i bambini si basa sull’educazione motoria, è riconosciuta dal MIUR, ed è dunque assolutamente rivolta a tutti.

Progetti futuri per la tua attività?

Vorrei sviluppare i miei corsi e cercare di creare nel mio paese un centro che aggreghi di più le varie discipline. Il vero sogno è questo. Un punto di riferimento per i ragazzi dove potersi confrontare con varie discipline, e naturalmente poterle poi proseguire una volta diventati adulti. Io sono dell’idea che uno da solo può fare poco, bisogna superare le gelosie e il proprio particolare. Ognuno può essere bravo nelle sue discipline, ma per offrire una scelta bisogna integrarsi e fare gruppo.

Questo il pianeta Welldance. La Welldance Family come la chiamano loro. Da parte nostra un augurio a Chiara di poter proseguire al meglio la sua attività e realizzare i suoi progetti per portare lo sport a tutti anche a chi vuol farlo solo per sorridere e non ha nel DNA il bisogno di competere e di ottenere risultati ad ogni costo, malattie di cui soffriva chi scrive prima di decidere, vista l’età  e l’ampio  superamento del quintale sulla bilancia, di dedicasi solo alla penna.

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Francesco Beltrami
A cura di

Francesco Beltrami nasce 55 anni fa a Laveno sulle sponde del Lago Maggiore per trasferirsi nel 2007 a Gozzano su quelle del Cusio. Giornalista, senza tessera perché allergico a ogni schema e inquadramento, festeggerà nel 2020 i trent'anni dal suo primo articolo. Oltre a raccontare lo sport è stato anche atleta, scarsissimo, in diverse discipline e dirigente in molte società. È anche, forse sopratutto, uno storico dello sport, autore di diversi libri che autoproduce completamente. Ha intenzione di fondare un premio giornalistico per autoassegnarselo visto che vuol vincerne uno e nessuno glielo da.

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