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Walter Zenga: a tu per tu con l’Uomo Ragno

Da qualche settimana Walter Zenga è tornato a dirigere una squadra di Serie A dopo l’ennesimo giro di panchine all’estero. Acrobatico e istrionico portiere della nazionale di Azeglio Vicini, a vederlo tra i pali era difficile immaginare che un giorno si sarebbe seduto in panchina a dirigere una squadra imponendo disciplina tattica e richiami agli schemi. Oggi a Crotone insegue una salvezza che vale uno scudetto: lo abbiamo intervistato per capire come l’Uomo Ragno interpreta la sua vita da allenatore.       

Walter Zenga allenatore del Crotone. Sembra sempre che lei sia quasi un neofita in rampa di lancio ma in realtà allena da vent’anni. Forse perché non ha ancora avuto l’opportunità di guidare una squadra molto blasonata. Come mai?

In realtà di squadre blasonate ne ho allenate, anche tante. Stella Rossa di Belgrado, Steaua Bucarest, Al Nasr e Al Jazira sono top club nei loro rispettivi paesi. Però mi fa piacere essere considerato un allenatore emergente perché vuol dire che rimango giovane (ride, ndr). 

Lei dà l’impressione di avere un carattere esuberante, estroso, aperto alle esperienze più diverse.

La famiglia è la cosa più importante. Se ho girato il mondo è anche perché ho una moglie che non ha problemi a seguirmi ovunque visto che, oltretutto, parla otto lingue. Io non ho difficoltà ad adattarmi da nessuna parte per cui alla base di tutto ci sono questi elementi. Essere estroversi dipende da cosa si intende. Io sono convinto che se vuoi fare la tua strada non devi chiedere niente a nessuno: devi prendere il tuo zainetto, fare il primo passo e iniziare il tuo cammino.

Che tipo di rapporto preferisce instaurare con i suoi calciatori? Ha una gestione direttiva degli uomini a sua disposizione o preferisce la ricerca del dialogo per convincere?

Quando arrivo in una squadra cerco subito di capire qual è il cuore di questa squadra. Ci sono team che vanno trattati in un certo modo e altri in uno diverso. Secondo me questo è il punto fondamentale che deve capire un allenatore: il cuore che ha una squadra, comprenderne il carattere e le sue qualità umane. Inteso questo, ti puoi comportare di conseguenza. Ma non devi essere mai completamente amico dei giocatori e devi sempre essere abbastanza distaccato, perché sei costretto a fare delle scelte e prendere delle decisioni. Ma ripeto: l’importante è trovare il cuore della squadra.   

Fisico, tecnica, forza mentale, capacità di applicare gli schemi: qual è il giocatore ideale di Walter Zenga?

Secondo me oggi la qualità deve essere alla base di tutto. Puoi anche allenarti a correre all’infinito ma poi la palla la devi giocare bene, devi saperla stoppare bene ed essere capace a passarla. E se non hai qualità non ci riesci.  È il modello di riferimento del gioco di oggi, non solo del Barcellona. Una volta si cercavano di più i giocatori forti fisicamente ma la base di tutto resta sempre saper giocare a pallone, essere bravo tecnicamente. Se non hai qualità non vai da nessuna parte.   

Il ruolo del portiere oggi è radicalmente cambiato: cosa chiede Walter Zenga all’estremo difensore della sua squadra?

Per me il ruolo del portiere è cambiato a livello di tecnica perché chiaramente il gioco è diventato più veloce e c’è bisogno di giocare di più coi piedi. Però una cosa è rimasta uguale: il portiere deve avere una grande personalità, un grande carattere e deve essere un leader che si carica tutti sulle spalle e se li porta avanti.

Lei è un milanese che ha trovato spesso il suo spazio al sud: Catania, Palermo e adesso Crotone. Cosa le piace dell’aria che si respira a queste latitudini che manca al nord? Clima a parte, ovviamente.

Io mi adatto dappertutto, ho un senso di adeguamento innato. Non ho problemi ad andare a sud, a est o a ovest. Al sud mi sono sempre trovato bene: mia figlia Samira è nata a Palermo, sono stato a Catania un anno e mezzo, adesso sono a Crotone e mi sono sempre trovato splendidamente bene senza avere assolutamente mai un briciolo di problema.   

Pensa di voler continuare il suo girovagare oppure in cuor suo vorrebbe mettere radici da qualche parte?

Questo non dipende da me (ride, ndr).

Lei ha fatto parte di una delle nazionali più belle e forti di sempre che, però, non è riuscita a vincere quello che avrebbe meritato.

In nazionale ho fatto le Olimpiadi dell’84 perdendo la semifinale col Brasile e la finale per il terzo posto con la Jugoslavia. Ai mondiali dell’86 siamo usciti agli ottavi di finale con la Francia. Agli europei dell’88 abbiamo perso la semifinale con la Russia e ai mondiali del 1990 abbiamo perso la semifinale con l’Argentina. Con l’Under 21 abbiamo perso la finale ai rigori con la Spagna… quello che voglio dire è che in quel decennio il gruppo di quella nazionale, con un briciolo di fortuna in più, sarebbe diventata la Spagna degli anni 2000.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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