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Viv Anderson, il primo Leone nero della Storia d’Inghilterra

Viv Anderson, il primo Leone nero della Storia d’Inghilterra

Il 29 Luglio 1956 nasceva Viv Anderson, il calciatore rimasto nella storia dello Sport per essere diventato simbolo della popolazione nera inglese. La sua storia è un percorso di conquista in un tempo in cui il colore della pelle rappresentava un limite, in campo e nella vita.

Qualcuno doveva aver fatto la spesa presso i banchi di frutta più vicini allo stadio, quel pomeriggio, a Carlisle. Forse più di qualcuno, a giudicare dalla varietà degli ortaggi, e della frutta. Un tipo di frutta, in particolare: banane, finite sull’erba volteggiando come boomerang. 

Verso la fine del primo tempo, chiamato coi soliti modi spicci e pittoreschi dall’allenatore Brian Clough, il ragazzo si era alzato dalla panchina e aveva cominciato a sciogliere i muscoli delle lunghe gambe affusolate, principiando il suo riscaldamento sotto la gremitissima tribunetta.
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Meno di centomila anime, tutt’intorno la brughiera schiaffeggiata dal vento; le fabbriche, le birrerie, con le loro porte di legno che, allora come oggi, facevano suonare un campanello quando qualcuno ne varcava l’uscio. Non doveva esserci molto da fare, nella seconda metà degli anni settanta, in quella cittadina del nord-ovest dell’Inghilterra, se non tenere il conto delle proprie frustrazioni, per poi portarsele allo stadio, il sabato pomeriggio, con la pancia tesa e arrotondata dai boccali di birra che innaffiavano i soliti pesciolini fritti nello stesso olio delle patate che li accompagnavano dentro il cartoccio di carta grezza e untuosa, stracolmo e svuotato in fretta; troppo in fretta prima di entrare, come si sarebbe capito dai suoni ruvidi e gutturali emessi con ostentazione, mescolati agli insulti e a qualche verso animalesco, di animali imprecisati che in ogni caso avrebbero avuto ragione di offendersi per l’accostamento. Dal cartoccio dell’idiozia, la tribuna dello spartano Brunton Park li pescava a caso, mentre il ragazzo intensificava i suoi scatti. Nessuno, tra quelli che si stavano accanendo nei suoi confronti, aveva considerazione per la sua seconda pelle, vale a dire la maglia del Nottingham Forest; tutto il loro odio lo stavano riservando alla prima: color caffè, con tratti del viso caraibici, sottili e ben disegnati, sotto i riccioli fittissimi.
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S’era messo in un angolo durante l’intervallo; da solo, seduto su una delle sedie di quell’angusto spogliatoio, non all’altezza di ospitare gli squadroni che avevano già fatto la storia del football britannico; le lacrime sull’orlo degli occhi, le parole che sapevano di una resa innaturale, preventiva, per un arrembante, promettentissimo terzino di vent’anni:Forse è meglio che oggi io non giochi mister… –
Era il 6 marzo del 1976 e Brian Clough, che in futuro si sarebbe meritato addirittura un film su di lui e che nella busta della spesa del Forest avrebbe infilato due Coppe dei Campioni, quattro Coppe di Lega, una Supercoppa europea, oltre al titolo nazionale e a una serie di trofei minori, la mise sulla battuta, dicendo al suo giovane fluidificante che tutta quella frutta sparsa oltre la linea di gesso che delimitava la fascia se la sarebbero mangiata lui e il suo storico vice, Peter Taylor. Poi s’incazzò di brutto e in modo brusco ordinò al ragazzo di uscire sul terreno di gioco per far vedere chi era, su quella merdosa fascia: merdosa come la vita di quelli che trovavano spiritoso lanciare torsoli di mela e bucce di banana a un avversario dalla pelle nera, per poi magari sfogarsi a casa nel letto di quelle malcapitate che gli vivevano accanto e che accanto fingevano di dormire, più che potevano.
Clough aveva capito di aver bisogno di quel ragazzo, sulla fascia, per costruire il grande Nottingham che aveva in mente, così come prima aveva allestito un indimenticabile Derby County. E il ragazzo, promettente come tanti afroamericani che giocavano a calcio evidenziando grandi mezzi fisici e doti tecniche già più che sufficienti, ma che ancora suscitavano perplessità mascherate da giudizi tecnici, era stato destino che finisse al City Ground, dopo essere stato scartato dal Manchester United, quando era ancora minorenne. 
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Vivian Alexander Anderson era nato a Nottingham da genitori originari delle Indie Orientali, nell’estate del 1956; a Nottingham era anche cresciuto, col mito del Manchester United di Best e Law negli occhi, con attitudini non comuni a livello di corsa e progressione. Clough era uno che andava a caccia di talenti per inseguire lo stesso sogno già realizzato col Derby: far entrare nell’ élite del calcio inglese una squadra che fino a quel momento non se lo era neppure potuto sognare. Gli sfigati continuassero pure a pensare al fattore etnico, al colore delle pelle e a tutta quella serie di idiozie che facevano soltanto perdere tempo a chi non poteva permettersi il lusso di buttarlo.
Nemmeno Ron Grenwood avrebbe avuto tempo da buttare, due anni e qualche mese dopo, intento com’era ad allestire una grande nazionale inglese che potesse qualificarsi per gli Europei del 1980. Commissario tecnico dell’Inghilterra dal 1977, il suo criterio di selezionatore era abbastanza chiaro, per non dire basico:
– Se sono buoni io li chiamo, che siano bianchi, neri, gialli o viola. –
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Vivian Anderson sarebbe potuto essere per davvero anche viola, vista l’indiscutibilità delle sue doti atletiche e i piedi “educati” nel trattare il pallone.
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La sera del 27 novembre 1978 il cielo di Londra era carico di pioggia come in quel pomeriggio di vento e insulti a Carlisle, con la differenza che a un certo punto una pioggia finissima iniziò a lucidare l’erba di Wembley, come se volesse lavare via ogni residuo d’idiozia, aiutata da poco meno di novantamila tifosi plaudenti ed entusiasti, come sempre, della maglia con i Tre Leoni di Re Riccardo. Con un motivo in più per essere presenti, quella sera: nel sottopassaggio, accanto ai seriosi giocatori della Cecoslovacchia, in fila assieme a gente del calibro di Peter Shilton e Kevin Keegan, c’era il giovane “Viv” Anderson, che saltellava per tenere a bada l’emozione.
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.Oggi quella stessa maglia campeggia, come uno dei pezzi più importanti della collezione, al National Football Museum di Manchester, tra una dedica di Winston Churchill e un biglietto autografato da Charles Dickens.
Nel frattempo, all’indomani di quella prima presenza in nazionale, primo nero con la maglia dell’Inghilterra, la Regina Elisabetta inviò a Vivian Anderson un telegramma di congratulazioni: piuttosto distratta in materia di football, aveva subito capito la portata epocale di quella convocazione.
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Chissà se a Carlisle, nel mentre, qualcuno aveva imparato qualcosa da questa storia. Una cosa, perlomeno, avrebbe dovuto apprenderla: i telegrammi della Casa Reale non tornano mai indietro; quello lo fanno le banane, che hanno la forma dei boomerang e per questo tornano in faccia a quelli che le lanciano, schiaffeggiandoli con la loro stessa idiozia. 
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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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