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Di virus, di Sport e di virtù

Di virus, di Sport e di virtù

La pandemia del coronavirus dovrebbe indurre a riflessioni che, partendo dalle scelte relative alla vita di tutti i giorni, mettano in discussione la gestione dello sport professionistico mondiale. 

Coronavirus è la parola più inflazionata nella storia dell’informazione contemporanea, capace di occupare militarmente i palinsesti di tutti i media. Radio, televisioni, web e giornali parlano ventiquattr’ore al giorno solo di questo piccolo organismo che, visibile solo al microscopio, attenta alla sicurezza di chiunque senza distinzioni censuarie, religiose, politiche o ideologiche. Fosse occorso nei secoli prima della nascita di Cristo ne avremmo trovato traccia nei libri dell’antico testamento, probabilmente identificato come castigo divino. A noi, uomini ipertecnologici del ventunesimo secolo, appare più semplicemente come una sfida dura da affrontare: per la comunità scientifica, per i politici, per la gente comune. Eppure questo microrganismo, nella sua invisibilità, assume i caratteri del trascendente, se con questo termine intendiamo qualcosa che va oltre il suo ambito di stretto riferimento.

E’ un soggetto invisibile che semina interrogativi come solo il silenzio riesce a fare. Il silenzio dal quale si sono lasciate abbracciare le nostre città più caotiche, liberate dal giogo invasivo di un traffico ansiogeno e frustrante come spesso risultano anche i luoghi di lavoro nei quali molti si fanno stritolare per ore e ore, ogni giorno. Un soggetto invisibile che, in poco tempo, ha ripulito l’aria dai mefitici respiri orgasmici di motori che, subdoli, insidiano la nostra salute. Un soggetto invisibile che può togliere in poco tempo il bene più prezioso di cui disponiamo: quella vita della quale spesso non sappiamo nemmeno cosa fare, che mastichiamo meccanicamente come un chewing gum che da tempo, ormai, ha perso sapore. La vita che diamo per scontata, di cui pensiamo di avere il pieno controllo, che decidiamo di spendere all’inseguimento di allori che magari nemmeno ci interessano davvero. La vita della quale abbiamo perso il senso dimenticandoci che non ne siamo padroni ma semplicemente fruitori per una finestra temporale di cui, per fortuna, non conosciamo l’estensione.

E’ un virus trascendente perché va oltre la sfida contingente che impone a medici, ricercatori e politici. Una sfida che sarà vinta ma che impone la riflessione su tanti altri temi che arrivano alle radici di scelte probabilmente da riformulare. Come quelle che sono chiamati a fare i padroni dello sport professionistico, trovatisi improvvisamente a fronteggiare la realtà di un business, più di altri legato all’aspetto umano, che un piccolo soggetto invisibile ha messo a soqquadro. Addio a partite, campionati, tornei, anche le Olimpiadi, che nell’antica Grecia nemmeno le guerre avevano il potere di fermare. Ogni tentativo di resistenza è stato sgretolato dal potere trascendente di un fantasma che ha fatto crollare il castello di calendari, contratti, soldi e compromessi di cui è fatto lo sport professionistico. Sport che, come la vita, non è nella disponibilità assoluta di chi lo dirige. Perché lo sport, innanzitutto, è di chi lo pratica anche da semplice appassionato. Lo sport è di chi se ne innamora da quando è bambino e continua a viverlo fin quando il corpo glielo consente. Lo sport, prima ancora che un business, è un sentimento che chi gestisce managerialmente dovrebbe onorare per questo motivo prima ancora che per il valore economico che assume diventando professionale. Lo sport è rispetto del fisico, dei suoi limiti e delle sue possibilità se si vuole evitare che il doping lo corroda. E’ rispetto dei tempi: quello dell’allenamento e del riposo, della competizione e della contemplazione, della presenza e dell’assenza necessaria per farlo desiderare. Programmare partite di calcio per dodici mesi l’anno non è sport e nemmeno showbusiness: è pornografia, ripetizione meccanica di gesti che perdono la componente dell’attesa come elemento indispensabile di valorizzazione.

Sono tanti gli interrogativi che questo virus sta seminando, nemmeno fosse un papa emerito o la voce di un profeta. Come risponderemo quando lo avremo messo nell’angolo delle cose per le quali c’è rimedio? Dovremmo deciderlo adesso perché è vero, come cantava tanto anni fa Antonello Venditti “che meritiamo un’altra vita, più giusta e libera se vuoi”. Forse non è nemmeno un caso che quella canzone si intitolasse “Sotto il segno dei pesci”: il tempo in cui questo virus si è manifestato.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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