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Vincenzo Nibali: a tu per tu con lo Squalo dello Stretto

Ripercorrere la vita e la carriera di Vincenzo Nibali è come assistere ad un film perfettamente sceneggiato con tanto di lieto fine dopo tante insidie e dosi massicce di adrenalina. Promessa mantenuta e campione vero incarna da anni i valori forti di uno sport dove l’uomo fa i conti con se stesso senza se e senza ma. Due Giri, una Vuelta e un Tour e altri sei podi lo collocano di fatto nell’Olimpo dei grandi di tutti i tempi insieme a Merckx, Gimondi, Hinault, Anquetil e Contador unici atleti al mondo ad aver conseguito il triplete nelle grandi kermesse a tappe. A trentatrè anni appena compiuti Vincenzo guarda avanti programmando la prossima stagione, la seconda con la Bahrain Merida, consapevole che le pagine da scrivere nel suo diario siano ancora tante,  lavorando sodo per essere al top nei momenti clou della stagione. Abbiamo avuto l’onore di poter discutere con lo squalo di Messina su vari aspetti della sua carriera agonistica e sulle continue mutazioni genetiche del ciclismo contemporaneo.



Buongiorno Vincenzo, partiamo dall’attualità. Come hai pianificato la stagione? E a che punto della preparazione sei?

Per il 2018 gli obiettivi principali sono tre: Liegi, Tour e Mondiale. La preparazione è calibrata per essere al 100% al momento giusto. Ho appena iniziato il Tour of Oman e dopo parteciperò alle corse in Italia.

Ripercorriamo la tua formidabile carriera. Un mix di talento, fiducia, squadra e vita privata. Giusto, o dimentico qualcosa? 

Ci vuole anche fortuna e, alla base, voglia di lavorare e di fare sacrifici. Senza tanto impegno non si va da nessuna parte.

Ha iniziato la tua carriera agli inizi degli anni 2000, in cosa è cambiato il ciclismo rispetto ad allora? Ti piace il ciclismo di oggi?

E’ cambiato molto. La globalizzazione ha rivoluzionato anche il nostro calendario di gare e adesso è normale andare a correre in paesi che prima non figuravano sulla mappa del ciclismo. Lo stesso, molte nazioni nuove – per esempio il Kazakistan o lo stesso Bahrain, hanno voluto creare delle squadre di livello internazionale. Prima le squadre erano molto più piccole mentre adesso ci lavorano in media una settantina di persone. 

Le tue origini, il Nibali ragazzino aveva già le idee chiare su cosa sarebbe diventato? O ci sei arrivato per gradi?

Sono sempre stato determinato, ma non avrei mai sperato in una carriera così bella. Sono cresciuto per gradi e ho scoperto piano piano di essere un’atleta che poteva fare bene nei Grandi Giri come anche puntare a qualche classica.

Il doping. Dopo dure battaglie il movimento sembra essersi ripreso e i furbi son sempre meno. Abbiamo imboccato la retta via?

E’ un ciclismo diverso quello di oggi. A livello squadre World Tour direi che abbiamo imboccato la retta via, mentre a livelli più bassi c’è ancora qualcuno che pensa di essere più furbo degli altri. Per correre ci vuole volontà e talento, non devono esistere scorciatoie. Non ci deve essere posto per chi bara.

Altro tema scottante e attuale: la sicurezza e i morti che ogni anno ci lasciamo sulle strade. Come possiamo cercare di migliorare le cose?  

Si deve. Non passa giorno che la cronaca non registra un incidente in cui è vittima un ciclista. Ci vuole una maggiore educazione stradale sia da parte dei guidatori ma anche da parte dei ciclisti. Occorre più rispetto; certi incidenti capitano per precedenza non date e negligenza. 

Michele Scarponi, grande uomo e campione umile. Ti manca? Mancano esempi come il suo in questo ciclismo?

Sì e molto. Michele non solo era un grande campione di ciclismo, ma soprattutto un amico. Spesso alle corse dormivamo insieme e abbiamo trascorso delle belle serate a commentare la corsa ma anche a parlare delle nostre vite. La sua era una presenza importante: con una battuta era capace di far ridere tutti magari anche dopo una sconfitta. Manca a tutti. 

Quando riavvolgi il nastro dei tuoi infiniti ricordi, ce n’è uno che tu torna spesso in mente più significativo degli altri?

Non ce n’è uno in particolare. Rimanendo nel ciclismo, mi ricordo il podio del Giro e quello del Tour, ma anche momenti di corsa e di squadra.  

Giro, Tour e Vuelta. Le hai vissute tutte e tre, ma le sensazioni del Giro e l’affetto del pubblico per le strade è unico?

Per un corridore italiano il Giro è il sogno che inizi a fare alle prime pedalate. Mi piace il popolo del ciclismo; ti sostiene e non tifa mai contro, A proposito di ricordi, ogni giorno il Giro ne produce uno. Mi ricordo Messina al Giro dell’anno scorso, incredibile. A volte non riesci a dedicare il tempo che vorresti alle tante persone che aspettano tanto per vederti o per fare una foto. Mi dispiace

Spero che tu decida di correre ancora tanti anni, ma dopo? Ti piacerebbe trasmettere la tua esperienza ai giovani e rimanere nel settore?

Non ci ho ancora pensato veramente, sono e mi sento ancora un corridore.

I giovani appunto. Perchè un ragazzino di oggi dotato del suo bello smartphone dovrebbe fare il ciclista? Sudare e faticare per cosa? A quelli che ti guardano e sognano invece, cosa ti senti di dire?

Perché il ciclismo è uno sport meraviglioso e giusto nel senso che non ti regala niente ma solo quello che ti meriti. Ai sognatori dico di perseverare e di crederci sempre. Volontà e lavoro, questa è la ricetta

 

 

Fabio Bandiera
A cura di

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