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Via del Campo: Nemmeno Roy Keane ha fermato gli Haaland

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Via del Campo: Nemmeno Roy Keane ha fermato gli Haaland

Haaland, Haaland, Haaland. Negli ultimi giorni, il web si è riempito del suo cognome. Si parla solamente di Erling Braut, a giusto titolo. Classe 2000, attaccante completo, punta del Borussia Dortmund che ha trascinato ai quarti di finale di Champions League con una doppietta (sia all’andata che al ritorno) rifilata al Siviglia. Forse non tutti sanno che anche suo papà Alf-Inge, detto Alfie è stato calciatore. Di più, è stato protagonista (o, per meglio dire, vittima) di uno degli interventi più “efferati” della storia del calcio. Peggio, probabilmente, ha fatto solo quel “delinquente” di Joey Barton.

Qualche anno prima che nascesse l’attuale giovanissimo fenomeno degli austriaci di casa Red Bull, suo papà Alfie incrociò il suo destino con Roy Keane, spigoloso mediano difensivo (e bandiera) del Manchester United. In un contrasto di gioco tra i due, l’irlandese ebbe la peggio: si ruppe i legamenti e rimase a terra dolorante. Alfie gli si avvicinò e, conscio del fatto che a cercare il contatto fosse stato il suo avversario, a muso duro gli urlò di rialzarsi e di smettere di simulare. “Get up and stop faking it”. Parole come queste a un irlandese dal temperamento poco docile come Roy si impressero a fuoco nella memoria. Il viso del difensore norvergese del Leeds, pure.

Leeds (città natale di Erling), tra l’altro, è sottile anello di congiunzione tra Haaland e Keane. Lo scandinavo ci ha semplicemente giocato tre stagioni della sua carriera. Per quanto riguarda Keane, invece, nella sua formazione di calciatore non può non aver avuto un’influenza l’ingombrante presenza di Brian Clough, passato alla storia oltre che per l’appellativo di “football genius”, anche per la sua fugacissima esperienza alla guida del club nel West Yorkshire. Chi avrà visto il film a lui dedicato (“Il maledetto United”, 2009), conoscerà il personaggio. Qui basti sapere che Keane ha vissuto i suoi primi anni da calciatore in Premier al Nottingham Forest (di cui peraltro adesso è allenatore in seconda di O’Neill), contestualmente agli ultimi anni in panchina di Clough.

Dallo scontro ravvicinato tra Keane e Haaland passarono quattro lunghi anni. Qualsiasi altro calciatore avrebbe seppellito l’ascia di guerra, in nome dei sani valori inglesi dello sport. Non Roy Keane. L’Old Trafford come luogo e il derby di Manchester come scena del delitto. L’86esimo, come minuto della vendetta. La gamba come spada nel ginocchio di Haaland. Alfie provò per due anni a tornare a giocare, non ci riuscì, la sua carriera si fermò a quel giorno. Quella di Keane continuò e conobbe altri successi. Nei suoi libri, Keane ha sempre tenuto a precisare che non si è pentito di tante cose nella sua vita, ma non di quel gesto.

Per una carriera spezzata, un’altra che fiorisce, sui rami dello stesso albero genealogico. Le 31 reti fatte segnare dal giovane Haaland nelle gare disputate in stagione sino ad oggi sembrano una rampa di lancio verso il riscatto, che il destino vuole concedere agli Haaland. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. La spregiudicatezza di Keane ha concimato, Alfie ha allevato. Erling proverà ad essere la “Rosa Juliet” di casa Haaland.

 

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