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Valery Lobanovsky
Giugno 12, 2026

Valery Lobanovsky: il Colonnello che inventò il calcio del futuro

Era il 14 maggio 1975. Allo Stadio St. Jakob di Basilea, la Dinamo Kiev distruggeva il Ferencváros ungherese 3-0 in finale di Coppa delle Coppe — e per la prima volta nella storia, una squadra dell’Est europeo alzava una coppa continentale fuori dai confini di casa propria. In panchina c’era un uomo di 36 anni, capelli neri, aria distaccata, un blocchetto di appunti in mano. Si chiamava Valery Lobanovsky e stava solo cominciando.

Quello che successe dopo è una storia di calcio che la stampa occidentale non ha mai raccontato completamente. Perché era difficile raccontarla: i confini erano chiusi, le informazioni filtrate, e quel che trapelava veniva spesso liquidato come propaganda sovietica. Ci vollero vent’anni perché il mondo capisse davvero cosa aveva fatto quell’uomo a Kiev.

Un ingegnere tra i calciatori

Valery Lobanovsky era nato a Kiev il 6 gennaio 1939. Suo padre era un contabile, sua madre un’impiegata statale. Da ragazzo giocava a calcio con la stessa intensità con cui studiava termodinamica — e questo dà già l’idea di che tipo fosse.

Entrò nelle giovanili della Dinamo Kiev a sedici anni. Era un’ala sinistra fisica, tecnica, con una predisposizione al gol che non guastava. Ma quello che lo distingueva dai compagni non era il talento — era il modo in cui pensava al gioco. Mentre gli altri si allenavano, lui prendeva appunti. Analizzava le partite con schemi su carta millimetrata. Cercava pattern dove gli altri vedevano solo azioni.

Si laureò in ingegneria termica. E poi tornò al calcio.

Da calciatore non fu una leggenda, ma fu bravo abbastanza da restare nella Dinamo per anni, poi da passare allo Shakhtar Donetsk e al Chernomorets Odessa. Si ritirò a trentaquattro anni e iniziò ad allenare quasi subito — come se stesse aspettando quel momento dall’inizio della carriera da giocatore.

Koncha Zaspa: il laboratorio

Nel 1973 Valery Lobanovsky tornò alla Dinamo Kiev come allenatore. E portò con sé qualcosa che nessuno aveva mai visto in una squadra di calcio: un team di scienziati.

Non è un modo di dire. Al centro di allenamento di Koncha Zaspa, nella periferia di Kiev, Lobanovsky arruolò informatici, biomeccanici, fisici. Collaborò con Anatoly Zelentsov, un ricercatore che aveva sviluppato un sistema di analisi delle prestazioni basato su modelli matematici. Ogni giocatore veniva monitorato: distanze percorse, angoli di corsa, frequenze cardiache, efficienza nei duelli. I dati venivano elaborati al computer — nel 1974, quando in Italia si discuteva ancora se il catenaccio fosse eterno o no.

Il suo sistema di gioco era costruito su tre pilastri. Pressing altissimo e immediato, che non lasciasse respiro alla squadra avversaria. Transizioni velocissime dalla fase difensiva a quella offensiva. E una condizione fisica tale da mantenere questi ritmi per novanta minuti. Su quest’ultimo punto non scherzava.

L’“allenamento della morte” era un esercizio di ripetute in salita al diciassette percento di pendenza. Non era opzionale. Chi vomitava aveva diritto a una pausa di trenta secondi.

Andriy Shevchenko, che Lobanovsky allenò vent’anni dopo, disse una volta che quando arrivò al Milan e fece i primi test atletici con Ancelotti, lo staff tecnico rossonero rimase a bocca aperta. Poi capirono da dove veniva.

1975: la Coppa che cambiò tutto

La stagione 1974-75 fu la consacrazione. La Dinamo eliminò l’Eintracht Francoforte, poi il Bursaspor, poi il PSV Eindhoven in semifinale — squadre di livello europeo, battute con una facilità che lasciò sbigottiti gli osservatori occidentali. Già in quell’avventura si capì che c’era qualcosa di diverso in quel modo di giocare: un pressing che sembrava coordinato come una coreografia, transizioni che duravano meno di quattro secondi, una condizione atletica che non calava mai.

In finale, il Ferencváros non fu un avversario. Finì 3-0, con gol di Onnishchenko due volte e Blokhin una. Poi, pochi mesi dopo, la Supercoppa UEFA contro il Bayern Monaco di Beckenbauer: 1-0 a Monaco, 2-0 a Kiev. Il Bayern, campione d’Europa in carica, fu neutralizzato in maniera quasi meccanica.

Blokhin quell’anno vinse il Pallone d’Oro. Aveva ventitrè anni. Era il primo giocatore dell’URSS a vincerlo dopo Lev Yashin nel 1963.

La stampa francese lo soprannominò “il Cruijff delle steppe“. Il paragone era lusinghiero ma anche un po’ riduttivo, perché Blokhin era un prodotto del sistema Lobanovsky — un sistema che non aveva precedenti. Non era il calcio totale di Michels, con la sua fluidità quasi filosofica. Era qualcosa di più rigido, più scientifico, più fisico.

Valery Lobanovsky:il Colonnello e il Partito

Valery Lobanovsky aveva un rapporto complesso con il sistema politico sovietico. Era abbastanza intelligente da navigarci senza troppi attriti, ma non era un uomo di regime nel senso pieno del termine. Era un tecnico, un ingegnere. Il calcio per lui era un problema da risolvere, non uno strumento di propaganda.

Eppure il Partito lo amava — o almeno lo tollerava, il che nella URSS degli anni Settanta era già qualcosa. Dopo la vittoria in Coppa delle Coppe fu nominato commissario tecnico della Nazionale sovietica, insieme all’allenatore della Dinamo Mosca Beskov. Il piano era semplice: fare della Dinamo Kiev la colonna vertebrale dell’URSS, giocare le partite a Kiev come fossero partite di club.

Era un arrangiamento insolito anche per gli standard sovietici, ma funzionava. L’URSS di Lobanovsky qualificò per i quarti dell’Europeo 1976.

Poi arrivarono gli anni difficili. Nel 1982 fu esonerato — le sconfitte si accumularono, i risultati non arrivarono, e il Partito aveva pazienza limitata. Tornò due anni dopo, nel 1984, come se nulla fosse successo.

1986: la replica

La seconda era di Valery Lobanovsky alla Dinamo fu, se possibile, ancora più impressionante della prima. La squadra che costruì tra il 1984 e il 1986 era probabilmente la più forte che avesse mai allenato.

In Coppa delle Coppe 1985-86 la Dinamo fu semplicemente devastante. Vinse tutte e nove le partite del torneo. Eliminò l’Utrecht, la Craiova, il Rapid Vienna, il Dukla Praga. In finale, a Lione, trovò l’Atletico Madrid. Finì 3-0, con gol già al quinto minuto

Igor Belanov, capocannoniere del torneo con cinque reti, vinse il Pallone d’Oro a fine anno. Due Palloni d’Oro in undici anni, entrambi giocatori della sua squadra.

La storia di Belanov ha qualcosa di simbolico. Era un ragazzo di Odessa, velocissimo, brevilineo — un “razzo” lo chiamavano. Lobanovsky lo aveva trovato nel Chernomorets e lo aveva trasformato in un giocatore di livello mondiale con un metodo che i tecnici occidentali non capivano ancora del tutto. Quando Belanov andò al Borussia Mönchengladbach, qualche anno dopo, fu un mezzo disastro. Fuori dal sistema del Colonnello, sembrava un giocatore normale.

Quella stagione Lobanovsky portò anche la Nazionale sovietica ai Mondiali del Messico. Otto undicesimi della formazione titolare venivano dalla Dinamo Kiev. All’esordio, l’URSS travolse l’Ungheria sei a zero. La stampa mondiale scrisse di “calcio del Duemila“.

Una cosa che non si dice

C’è un episodio che la storia ufficiale del calcio sovietico preferisce non mettere troppo in primo piano.

Al Mondiale del Messico, ottavi di finale, l’URSS incontrò il Belgio. La partita finì ai supplementari 4-3 per i belgi — una delle rimonte più clamorose della storia dei Mondiali, con tre gol nei minuti finali. Belanov segnò una tripletta. Non bastò.

Quello che le cronache registrarono con meno enfasi fu che quella partita fu segnata da arbitraggi discussi, da un fuorigioco inesistente che annullò quello che sarebbe stato il gol del pareggio sovietico, e da una serie di decisioni che lasciarono i giocatori furiosi. Non ci fu nessuno scandalo ufficiale, nessuna inchiesta, nessun processo. Ma la squadra che uscì da quella partita era, su carta, tra le più forti del torneo.

Il Colonnello non commentò mai troppo quella partita. Era fatto così.

L’Euro 1988 e la finale persa

Due anni dopo, agli Europei in Germania Ovest, Lobanovsky portò l’URSS alla finale. Batterono l’Olanda nella fase a gironi. Eliminarono l’Italia in semifinale. In finale incontrarono di nuovo l’Olanda, quella di Van Basten e Gullit. Persero 2-0.

Van Basten segnò un gol che è entrato nella storia — un volée al volo su cross di Gullit, angolo impossibile, tecnica assoluta. Uno di quei gol che esistono indipendentemente dalla partita in cui vengono segnati. L’URSS non meritava quella sconfitta, ma la perse ugualmente.

Lobanovsky tornò a Kiev. Continuò a lavorare. Nel 1997 prese di nuovo la panchina della Dinamo, per la terza volta. Aveva cinquantott’anni e lo stesso blocchetto di appunti.

Quella Dinamo anni Novanta era la squadra di Shevchenko — un ragazzo che fumava tre pacchetti di sigarette al giorno quando arrivò a Koncha Zaspa, e che smise perché Lobanovsky lo convinse con un trattamento a base di nicotina pura che gli fece venire la nausea per una settimana intera. Il metodo era discutibile. I risultati no.

La Dinamo di Lobanovsky arrivò in semifinale di Champions League nel 1999, eliminando il Real Madrid.

L’ictus in panchina

Il 7 maggio 2002, durante Metallurg Zaporozhye-Dinamo Kiev, Lobanovsky aveva sessantatré anni e stava guidando la sua squadra verso un altro titolo nazionale. A un certo punto si alzò dalla panchina, disse qualcosa all’assistente, e si accasciò.

Aveva avuto un ictus. Lo portarono in ospedale. Si operò, sembrò migliorare — riconobbe la moglie Ada, secondo alcune testimonianze. Ma non si riprese. Morì il 13 maggio, sei giorni dopo.

Il presidente ucraino Kuchma lo insignì del titolo di “Eroe d’Ucraina“. La camera ardente fu allestita allo Stadio della Dinamo. Decine di migliaia di persone sfilarono.

L’anno successivo, Shevchenko vinse la Champions League con il Milan, battendo la Juventus in finale. Portò la medaglia al cimitero di Baikove, sulla tomba del Colonnello. “Era il minimo che potessi fare.”

Il lascito che non sappiamo riconoscere

È difficile spiegare quanto Lobanovsky abbia anticipato il calcio moderno a chi non era lì.

Il pressing come principio organizzativo di squadra, non come scelta tattica occasionale — oggi lo danno per scontato Guardiola, Klopp, Nagelsmann. Lobanovsky lo sistematizzava negli anni Settanta. L’analisi dei dati per misurare le performance individuali e collettive — oggi il data analytics è un’industria da miliardi. Lobanovsky aveva un’équipe di informatici a Koncha Zaspa nel 1973, quando i computer occupavano intere stanze.

Contenuto a cura di Football Mystery

C’è poi la questione del Pallone d’Oro. In quegli anni il premio era assegnato dalla rivista France Football ai soli giocatori europei — i calciatori dell’URSS erano considerati europei perché l’URSS era in parte geograficamente in Europa. Ma c’era una zona grigia. Nel 1975, Blokhin vinse battendo Franz Beckenbauer.

Nel 1986, Belanov vinse battendo giocatori di club ben più famosi in Occidente. La domanda che non viene mai fatta apertamente è se quei premi sarebbero arrivati in un mondo diverso, in cui la Dinamo Kiev avesse giocato ogni settimana in una competizione europea di club invece che nel campionato sovietico — dove la concorrenza, sul piano mediatico internazionale, era poca.

Non è un modo per sminuire quei giocatori. È solo un dettaglio che aiuta a capire quanto il calcio dell’Est sia rimasto sempre parzialmente invisibile all’Occidente.

Una domanda rimasta aperta

C’è ancora una cosa che non si sa con certezza.

Lobanovsky e Rinus Michels — l’inventore del calcio totale olandese — si conoscevano? Avevano scambiato idee, metodi, materiali di studio? I loro sistemi di gioco presentano analogie impressionanti, eppure si svilupparono in parallelo, dietro una Cortina di Ferro che impediva quasi ogni comunicazione diretta.

Alcuni storici del calcio ipotizzano che entrambi abbiano lavorato sulle stesse intuizioni partendo da basi teoriche simili — e che il calcio degli anni Settanta sia stato il momento in cui quella rivoluzione tattica emerse contemporaneamente in luoghi diversi, senza che nessuno ne fosse pienamente consapevole.

È possibile. È anche possibile che Lobanovsky avesse visto le partite degli olandesi ai Mondiali del 1974 — quei Mondiali a cui l’URSS non partecipò nemmeno — e avesse preso appunti. Come sempre aveva fatto, fin da ragazzo.

Matteo di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.