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United States of Money: ecco perchè in Nba si “regalano” soldi in giro

Manca ancora un mesetto al 25 ottobre, giorno in cui ricomincerà la nuova stagione NBA. E allora, con le squadre ancora ai box, a tenere banco non può che essere il mercato. Al di là dell’incredibile approdo di Kevin Durant ai Golden State Warriors, a fare scalpore sono state le cifre assurde accostate ad alcuni  giocatori: un quinquennale da 153 milioni di dollari per Mike Conley – il contratto NBA più ricco di sempre -, un quadriennale da 100 milioni per Giannis Antetokounmpo, un quinquennale da 128 milioni per Demar Derozan. Tutt’e 3 giocatori sì molto forti, ma che non sono al momento delle superstar di primissimo piano.

E la lista dei contrattoni pazzi continua: 52 milioni in 4 anni per Solomon Hill, riserva degli Indiana Pacers, 70 milioni in 4 anni per Kent Bazemore, ala degli Atlanta Hawks, 75 milioni in 4 anni per Allan Crabbe, riserva a Portland, e tanti altri esempi. E il motivo di queste cifre folli?

 Il motivo si chiama Salary Cap, ossia il tetto massimo di soldi a disposizione delle franchigie per gli stipendi dei giocatori. Una cifra che dipende dagli introiti nelle casse NBA, visto che equivale al 50% del fatturato della Lega nell’anno precedente e che nella scorsa stagione ammontava a 70 milioni. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che quest’anno il Salary Cap è cresciuto vertiginosamente, raggiungendo la cifra record di 94 milioni.

 Il perché di questo incremento così repentino è chiaro: dal 2016 entreranno in vigore i nuovi accordi tra la NBA e importanti emittenti televisive – in primis TNT e ESPN/ABS -, con la conseguente cascata di denaro nelle casse della Lega, che guadagnerà ben 24 miliardi di dollari in 9 anni. Una cifra mostruosa, se si pensa al denaro che circola attorno ai diritti televisivi in Serie A.

Pertanto, grazie a questo accordo siglato da Adam Silver, le franchigie NBA si sono ritrovate da una stagione all’altra con ben 24 milioni di dollari in più da poter spendere nel mercato. Ma se una franchigia non ha intenzione di spendere tutti i 94 milioni di dollari?

In questo caso subentra il Minimum Cap, una regola inclusa nel Salary Cap, che impone l’obbligo di spendere almeno il 90% del tetto salariale a disposizione. Una condizione che di sicuro non potranno dimenticare i fratelli Maloof, ex-proprietari dei Sacramento Kings. A causa di problemi finanziari nel 2013 per loro era diventato impossibile accollarsi tutti quei milioni, al punto che nel maggio 2013, dopo infinite trattative, dovettero vendere la franchigia al magnate dei software Vivek Ranadive. Il tutto per la modica cifra di 535 milioni di dollari.

Perciò, da un lato l’accordo coi partner televisivi, dall’altro il Minimum Cap hanno fatto lievitare i milioni da spendere sul mercato da parte delle franchigie. E si sa, ad un incremento della liquidità disponibile segue sempre un aumento del “costo dei giocatori” e dei contratti. Ed ecco spiegato il perché delle cifre folli che impazzano in queste settimane.

 Ma non finisce qui. Perché sempre in base al sopracitato accordo, il Salary Cap nei prossimi anni dovrà salire ancora, e di parecchio. Secondo stime non ancora accertate, già dal prossimo anno il tetto salariale si aggirerà sui 107 milioni di dollari, per poi attestarsi intorno ai 105 milioni negli anni successivi.

Questo significa che, se quest’anno nel mercato sono girate cifre oggettivamente folli, dal prossimo anno assisteremo a veri e propri contratti faraonici. Un occasione da non farsi scappare per i giocatori, in cerca del contratto della vita.

Questi numeri così alti faranno sicuramente strabuzzare gli occhi. E’ moralmente giusto spendere tutti questi soldi per accaparrarsi i talenti di un giocatore? Il dibattito su un tema del genere sarebbe infinito. Inutile nasconderlo, uno sport come il basket in America è un business privo di frontiere, che ci piaccia o no. E che ci piaccia o no, anche questa è l’NBA.

Lorenzo Martini
A cura di

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