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Un’Aquila di nome Julian Nagelsmann

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Un’Aquila di nome Julian Nagelsmann

Le aquile sono animali solitari proprio perché volano troppo in alto. Una volta una persona cara mi disse questa frase. Voleva essere un complimento a me, che tuttora non penso di meritare. Ma è vero. Aggiungo che per essere davvero aquile, bisogna avere una ferita emotiva, una crepa da cui è entrata la luce. E avere due spalle così per sopportare i detrattori e a volte anche due palle così. Senza la S.

Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann. Ha trentadue anni. Un visino da studente universitario che vedi uscire la mattina. Eppure Julian è uno che sa il fatto suo. Fa l’allenatore di calcio. Voi direte: “a trentadue anni?” Sì, e non in qualche squadretta. La sua carriera di calciatore l’aveva interrotta a ventuno anni per problemi fisici, inizia ad allenare e a ventotto anni, quasi per disperazione, l’Hoffenheim, squadra tedesca, gli affida la panchina al posto di Huub Stevens che va via per problemi di salute. Il ragazzo riesce prima a portare la squadra alla salvezza, l’anno dopo, ai preliminari di Champions. A trent’anni è un trascinatore fatto e finito anche per suoi giocatori più vecchi. E gli stessi anziani della squadra che ridacchiavano di lui si sono dovuti arrendere all’evidenza, il ragazzo ha stoffa eccome.

Chi ha lavorato con lui dice che ha trent’anni solo sulla carta. L’anno scorso fu sul punto di sostituire Zidane al Real Madrid, ma non fu il Real a scartarlo, fu lui a dire di no. Anzi disse: “ho appena portato la mia squadra in Champions, non mi sembra giusto abbandonarli ora e poi è un passo avventato, non sono pronto”. Chiunque al suo posto sarebbe andato di corsa a saziare il proprio ego ipertrofico. Anche il Bayern, tempo fa, quando lo allenava Ancelotti, lo voleva. La risposta di Julian: “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. Ma la vita di Julian non ha solo la cicatrice dell’infortunio.

A vent’anni, l’anno prima che si ritirasse, Julian ha perso il padre, suicida in casa dove viveva anche lui. A chi ogni tanto con delicatezza lo porta a pensarci, ha risposto “vorrei dirgli che non sono arrabbiato per quel che ha fatto ma che sarebbe bello se potessimo vivere il mio successo insieme”, da quel momento ha assistito la madre e non le ha fatto mancare nulla. Poi è un ragazzo per bene, se dipendesse da lui, il mondo sarebbe un posto dove non dovrebbe esserci razzismo, ma non dipende da lui, chiosa.

Ora Julian allena il Lipsia, che fa la Champions ed è secondo in campionato. Poco tempo fa ha raccontato una cosa curiosa che denota il suo attaccamento al lavoro. La moglie si lamenta che durante la notte, lui urla nel sonno continuamente. Grida indicazioni ai suoi giocatori mentre dorme. E lei è seccata da questo. Ma la nemesi non si è fatta attendere. Infatti è papà di un bimbo e quando potrebbe riposare da impegni calcistici, è lui che lo tiene sveglio e Julian dice con ironia: “d’altronde non posso pretendere che per mio figlio la Champions abbia la stessa importanza che ha per me”.

Non so se questa storia ha un che di ordinario, se sì, vorrei che lo fosse tanto quanto incrociare delle aquile che ci volano sopra la testa. Ci sentiremmo meno soli.

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