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Un posto ai Giochi Olimpici? Quasi quasi me lo compro!

Un luogo comune è quello che vuole lo sport dominato dal business, dal marketing, dalle leggi dell’economia. Non si capisce se non si spiega. Con un esempio. L’Italia del basket sta rimontando la corrente cercando di risalire per meandri più fortunati della propria storia che ha come passaggi epocali il bronzo olimpico del 1960, il titolo europeo di Nantes del 1983, l’argento olimpico del 2004.

Il presente se si guarda indietro rintraccia dieci anni di quasi assoluto buio. La nazionale non è pervenuta ai quarti negli europei del 2011, è arrivata appena ottava nel 2013 e solo sesta nel 2015, pur innervata dal filone Nba (Belinelli, Gallinari, Bargnani) e da un trio di validi giocatori (Aradori, Gentile, Datome, quest’ultimo peraltro infortunato nel momento topico del torneo). Tecnicamente non si va molto lontano se non si costruisce un forte asse play maker-pivot e nessuno in Europa, con tutto il rispetto per quei bravi ragazzi che sono, ha un duo debole come i nostri titolari Cinciarini-Cusin.

Nel frattempo, nella maggiore Coppa europea, Milano e Sassari complessivamente hanno vinto una sola partita ed anche in quella di complemento i risultati sono scarsi. L’ultimo torneo continentale valeva anche come qualificazione olimpica e l’Italia, che è rimasta a guardare nell’ultima edizione, è andata molto lontana dall’obiettivo finale, peraltro in grande e buona compagnia visto che le escluse sono Serbia e Grecia tra le altre.

Ora c’è il possibile ripescaggio del torneo di qualificazione olimpica. Un grande affare più che una trasparente operazione di rispetto dei valori. Chi organizza avrà ovviamente una chance in più perché in qualunque sport il fattore campo ha sempre contato. Condizione essenziale per organizzare, richiesta dall’organizzazione internazionale, (FIBA) un milione e settecentomila euro. Naturalmente, poi, in via secondaria, bisogna garantire un impianto da 15.000 posti, la copertura televisiva e l’appoggio del Comitato Olimpico Nazionale.

Parteciperanno 18 nazioni per 3 posti in palio e un analogo numeri di tornei. Candidatura presentate per la decisione attesa per il 23 novembre prossimo? Ben dieci. E’ in atto una grande asta con 17 milioni di euro (quasi una fidejussione) presentati a garanzia dell’operazione. Perché il posto in torneo a Rio De Janeiro garantisce ritorni, sponsor, investimenti televisivi. Meritocrazia relativa ma, del resto, il torneo olimpico offre già le “pari opportunità” a continenti come Asia e Africa la cui migliore rappresentante perderebbe con la migliore settimana-ottava del ranking europeo.

E l’Italia, che aveva rinunciato a pagare una cifra inferiore per partecipare ai mondiali, questa volta, invece, si mette in competizione. E c’entra anche Renzi perché, con l’occhio proiettato verso l’unica città italiana con un impianto con i requisiti per questo evento (Torino, la cui squadra sta andando, tra l’altro piuttosto male nel massimo torneo), nella Legge di Stabilità (grande stabilità diremo per il basket) sono stati previsti due milioni di investimento ad hoc su questa manifestazione. Che se l’Italia, con le opportune raccomandazioni, non sarà scelta per organizzare l’evento, saranno dirottati su un altro capitolo di impegno.

Denaro pubblico investito sullo sport? Legittimo? Noi proviamo ad anticipare la conclusione mettendo in preventivo la possibilità dell’errore. L’Italia sarà tra le tre prescelte ma non riuscirà a strappare il passaporto per l’Olimpiade. Il torneo se non altro però rappresenterà la possibilità di investire sull’appeal ritrovato sull’azzurro.

Un azzurro perdente e magari un po’ sbiadito ma pur sempre azzurro.

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