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Un calcio al passato e al futuro: l’addio di Spalletti vale (quasi) quanto quello di Totti

“Non tutti hanno remato dalla stessa parte quest’anno. I fischi di domenica mi hanno fatto male, non me li merito”, sono queste le parole di rilievo che uno Spalletti visibilmente logorato ha pronunciato nella conferenza stampa di addio. 133 punti in 57 partite (media di 2,3 punti a partita): è questo lo score di Luciano Spalletti che lascia i giallorossi con la qualificazione diretta in Champions League in tasca. Il tecnico di Certaldo ha preso una Roma calcisticamente alle pezze il 13 gennaio dello scorso anno ed ha rivitalizzato la squadra, trasformando ciò che sembrava pietra in oro. Spalletti lascia la squadra capitolina dopo un terzo posto ottenuto lo scorso anno ed un secondo posto dietro solamente alla macchina perfetta chiamata Juventus: un rapporto di odi et amo con la piazza che lo ha portato ad una decisione che, ormai da tempo, covava neanche troppo silenziosamente.

Patrimonio inestimabile- Un lavoro fatto di risultati e di punti ma non solo: il tecnico giallorosso ha valorizzato esponenzialmente la rosa della Roma. L’immagine del lavoro svolto da Spalletti è l’evoluzione di Edin Dzeko, capocannoniere della Serie A 2016- 2017 e dell’Europa League. Il bosniaco sino allo scorso anno era criticato e bistrattato dall’ambiente romano che ne aveva chiesto addirittura la  cessione, invece Spalletti ha lavorato sulla testa del giocatore e lo ha trasformato, o meglio ritrasformato, in un killer d’area di rigore. I numeri parlano chiaro per l’attaccante ex Wolfsburg: 39 reti stagionali e 15 assist, statistiche che certificano la centralità e l’importanza del bosniaco per il gioco della Roma. Non è l’unico, però, ad aver raggiunto picchi mai registrati: la scoperta di Emerson e la favola Fazio. Due giocatori arrivati in sordina nella capitale e che non avevano convinto dopo le prime uscite, anche qui un lavoro certosino li ha trasformati in due gioiellini su cui la Roma potrà contare per il futuro. Dulcis in fundo, Radja Nainggolan: l’evoluzione tattica del Ninja è un’invenzione del tecnico giallorosso che, per sopperire all’assenza di Salah impegnato in coppa d’Africa, ha scoperto un Nainggolan in versione trequartista a 360 gradi, capace di inserirsi, di dare una mano al centrocampo e di andare con facilità in gol. La Roma ripartirà senza Spalletti da queste certezze, senza dimenticare il rendimento superlativo di Salah, la ritrovata condizione di Strootman, De Rossi e Rudiger e la rinascita del faraone El Shaarawy. Punti sì, ma un lavoro eccezionale anche nella valorizzazione della rosa.

Guerra interna- “Mi hanno disegnato come il nemico di Totti ma in realtà gli ho allungato la carriera, non ha smesso per colpa mia”, Spalletti anche nell’ultima conferenza ha parlato del suo rapporto conflittuale con la leggenda giallorossa. Una guerra interna che ha logorato visibilmente Luciano Spalletti che ha ribadito ancora una volta ‘di aver fatto il bene della Roma’. L’impressione è che il tecnico sia diventato insofferente alle pressioni dell’ambiente romanista che, però, dal canto suo, non è stato capace di gestire in maniera perfetta: il buon comunicatore Spalletti più di una volta ha fallito con qualche dichiarazione fuori luogo che non ha fatto bene all’ambiente, alla squadra ed a Totti, che non si può considerare un giocatore come gli altri 21 all’interno dello spogliatoio, la cerimonia di domenica ne è la prova. La decisione di lasciare la capitale è maturata con il tempo, figlia di queste incomprensioni che nessuno è riuscito a placare, né Totti né Spalletti: un climax di un rapporto che ha visto il suo punto più alto, o più basso, nei fischi assordanti piovuti dall’Olimpico domenica durante tutta la partita e durante la cerimonia per l’addio del capitano giallorosso. Fischi che hanno sancito l’addio emotivo da una piazza che domenica si è schierata con Totti piuttosto che con il pragmatismo vincente di Luciano Spalletti, una scelta che il tecnico non ha digerito ed un ennesimo episodio che ha dimostrato il solco creatosi tra la piazza e l’allenatore.

L’addio più pesante- Quello di Spalletti è l’addio che, ad oggi, e soprattutto in ottica futura, peserà più sul campo e sui risultati. L’addio di Totti segna la fine di un’epoca e l’ammainarsi di una bandiera che rimarrà nella storia del calcio ma quest’anno praticamente ininfluente ai fini del secondo posto ottenuto dalla Roma. Un addio che pesa più nel cuore che nel campo, a differenza di quello di Spalletti, che peserà più sul campo che nel cuore. Le parole di De Rossi al termine della sfida con il Genoa sono state eloquenti: “Molti sono contenti dell’addio di Spalletti, io spero di esserlo anche il 28 maggio del 2018”. Spalletti, nonostante la situazione Totti pesasse come un macigno, è riuscito a portare a casa risultati incredibili e ad ottenere il record di punti nella storia giallorossa. Alla fine del giro, la Roma ha perso due fenomeni: Francesco Totti e… Luciano Spalletti. Se per Totti era solo questione di mesi, con il trattamento riservato a Spalletti l’ambiente Roma rischia di pregiudicarsi il futuro perché la fuga di Spalletti da Roma, che sta passando in secondo piano, ha un peso specifico pesante, molto pesante. I giallorossi perdono uno dei migliori tecnici italiani che andrà ad allenare una diretta concorrente come l’Inter. E questo, alla fine dei conti, sembra quasi superfluo. Strano, no?

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