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Ubaldo Matildo Fillol, una vita tra i guanti

Ubaldo Matildo Fillol, una vita tra i guanti

Compie oggi 70 nni Ubaldo Matildo Fillol, leggendario portiere argentino campione del Mondo con l’Albiceleste nel 1978. Per l’occasione vi raccontiamo la storia di un uomo che non si è piegato davanti a nessuno.

Chi non crede in Dio, cade spesso nell’errore di credere a tutto il resto; chi non dà retta al dio del calcio, costringe se stesso a parlare di coincidenze. In alcuni giorni gli riesce difficile; in altri gli sembra impossibile.

Impossibile era anche impedire alle lacrime di velare lo sguardo alzato sulle tribune del Monumental, quel pomeriggio di dicembre, per Ubaldo Fillol. La maglia del Velez indosso, come una giovane moglie ossequiosa; quella del River di fronte, come l’amore di una vita da guardare negli occhi per l’ultima, lunghissima volta. Ed è sempre il più sentito dei “ti amo”, quello.

La banda rossa trasversale, come uno spartiacque della vita sul fondo bianco della maglia dei Millionarios: dicono che i quarant’anni siano la linea d’ombra da oltrepassare nella vita di un uomo. “El pato” quel giorno li ripercorreva da un palo all’altro, come se li vedesse scorrere lungo la linea di gesso, come se volesse accarezzarli con i guanti, prima di sfilarseli, per tornare a guardarsi le mani, che trent’anni prima tenevano in bilico i piatti nell’andirivieni di una trattoria; che nel frattempo avevano accarezzato i fianchi della più puttana fra le Coppe del Mondo.

Tre giorni prima del Natale del 1990, Il pubblico del River vede minuscolo quel punto di svantaggio nei confronti del Newell’s di Marcelo Bielsa, mentre enorme è l’onore da tributare al più grande fra i portieri della sua storia: avversario di giornata, primo nella lista degli amici con cui festeggiare il titolo.

È come se il Monumental intero quel giorno dondolasse sull’altalena delle emozioni: l’accoglienza per Fillol; il vantaggio del Velez con Gareca; il mutismo di tutto un popolo.

Poi arriva il rigore per il River: lo specialista Ruben Da Silva sul dischetto; un pezzo di storia del River tra i pali, con gli occhi ancora umidi. Da Silva calcia forte, angolato a sinistra, Nello stesso istante in cui Fillol si tuffa alla sua destra. Con la reattività di sempre, con quella specie di chiaroveggenza, mai attenuatasi, che si accende in occasione dei penalty. Mutismo e costernazione, di nuovo, stendono sugli spalti il loro velo opaco, fino alla fine del primo tempo.

Quando torna in campo, per sistemarsi nell’altra porta, riceve lo stesso tributo di gratitudine. Perché lo scudetto è lo scudetto, ma l’occasione potrà ripresentarsi in futuro; di irripetibile c’è il miglior guardiano di porta nella storia del club, giunto al momento di sollevare i guanti per ringraziare il suo popolo, lo stesso che dopo altri quarantacinque minuti schiaccia la delusione per il titolo sfumato tra i centomila palmi che fanno schioccare il ricordo di presenze, parate e trionfi durante il giro di campo del Pato.

E che il calcio appartenesse al popolo, lo aveva imparato dodici anni prima, Fillol, quando prima della finale con l’Olanda Luis Cesar Menotti ricordava a lui e ai suoi compagni che la Coppa andava vinta per far felice la gente, non per appuntare una medaglia sulla divisa lorda di sangue di Videla e dei suoi sodali. Un modo per prendere le distanze e per lavarsi la coscienza? Forse, del resto non era facile capire, immaginare come realmente stessero le cose, dove finisse la gente che non tornava a casa, a Buenos Aires come altrove. Sempre al Monumental, anche quella volta, dove alla sensazione che quell’Argentina fosse realmente fortissima si sovrapponeva prima quella che l’arbitro italiano, Gonella, fosse quantomeno accondiscendente, poi l’altra, che suggeriva che di immacolato quel giorno ci fossero soltanto i cartoncini bianchi che continuavano a piovere sul terreno di gioco.

Li avrebbe conosciuti un po’ meglio, i Generali, l’anno dopo, nel 1979, Fillol, quando cercava di farsi ritoccare la cifra del contratto che stava rinnovando con il River e nell’ufficio del presidente Cabrera trovò l’Ammiraglio Lacoste, assieme a cinque gendarmi armati, a ricordargli che le sue impuntature potevano rappresentare un cattivo esempio, in un paese dove non dovevano né potevano esistere conflitti di lavoro, proteste di sorta, meno che mai scioperi.

Laddove un portiere normale rischia di restare spiazzato, un grande portiere anticipa la mossa dell’avversario. Perché era prevedibile che Lacoste gli intimasse di firmare senza negoziare sulla cifra, minacciandolo di fargli rinunciare al calcio. Nessuno, però, aveva messo in preventivo che Fillol si impuntasse, rivendicando i suoi diritti e le sue legittime richieste: dove terminava l’orgoglio, cominciava quel po’ di incoscienza, quella di un ragazzo di ventinove anni, conscio di aver dato al proprio paese tanto più lustro e motivi d’orgoglio rispetto a una congrega di criminali che ora pretendevano di essere padroni del suo destino, oltre che del suo portafogli.

Alla fine la spuntò lui, ancora una volta, come quando da ragazzino, durante un allenamento, a San Miguel del Monte, decise di mettersi in porta, anche se giocava da centrocampista, perché s’era infortunato il portiere titolare. Si chiamava Pato Iglesias e Ubaldo Fillol ne ereditò anche il soprannome. Come in un racconto di Osvaldo Soriano, dove un bambino corre ad allenarsi dopo aver aiutato suo padre a servire l’asado che sfrigola sulla griglia. A cento chilometri da Buenos Aires, dove un delinquente con una divisa addosso si era illuso di essere più importante di un Campione del mondo.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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