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Tyson Fury: al Dio degli inglesi non credere mai

Tyson Fury: al Dio degli inglesi non credere mai

E se Tyson fosse un presagio, invece che un nome? Capita quando non incontri mai nessuno che possa definirsi più forte di te, finché passi davanti a uno specchio, nel quale metti a fuoco il vero nemico dal quale non finirai mai di guardarti le spalle. Il resto, compresi i più cattivi, saranno sempre e soltanto avversari.

Nomen omen. Anche se all’inizio sembrava il contrario. Perché il bambino era a metà strada tra un embrione e un neonato compiuto; minuscolo, più che gracile. Allora ci vuole un padre gitano per immaginare il giro lunghissimo che può compiere ogni esistenza. E ci vuole uno spicchio d’Irlanda sempre addosso, anche quando sei il dio inglesi, sempre per ricordare a te stesso, quindi al mondo, che non è possibile essere diversi da ciò che si è, alla fine della giostra. E gli zingari sono spesso giostrai, guarda caso, anche quando hanno la pelle rosea, che il sole cuoce senza scurire, dei pavee irlandesi, irish travellers.

E quindi l’ennesimo figlio di John “Gipsy” Fury non avrebbe dovuto ascoltare neanche la campanella della prima ripresa della vita, viste le premesse. Battezzarlo come Tyson all’inizio dovette sembrare soltanto un modo di sputare in faccia al dolore. Vallo a spiegare allo stesso ragazzino che aveva cominciato a cimentarsi con la bareknucle, quella specie di boxe a mani nude e con regole approssimative, ancora praticata in qualche angolo di Gran Bretagna, come un residuo proibito di primo novecento.

Non c’è grazia, non c’è eleganza e non c’è nemmeno redenzione nel suo modo di combattere; così come non ci sarà mai armonia nel suo fisico, nemmeno quando è all’apice della condizione, dopo gli allenamenti più massacranti. Come quegli insetti che sembrano troppo pesanti rispetto alle ali che hanno in dotazione, anche solo per alzarsi in volo. Eppure, volano. Così come lui, alto due metri e sei, con i fianchi larghissimi, nel mezzo della battaglia comincia a schivare colpi e ne schiva sempre di più, giocando di gambe come fosse un peso medio, nei momenti migliori.

E la cosa meno utile da fare è chiedersi, per uno come lui, se sia più difficile sconfiggere Klitschko nel 2015, imbattuto da undici anni e prendersi il titolo di quattro federazioni, oppure arrivare a pesare quasi centonovanta chili senza farsi scoppiare il cuore.

Non c’è pozzo più profondo, crediamo, di quello in cui si precipita quando va in scena la rappresentazione peggiore di noi stessi. La squalifica di Tyson Fury, 924 giorni di autolesionismo, fu soprattutto un abisso, di narici quasi sempre rosse e infarinate, di chili su chili addosso, come colpe da espiare; come se il suo essere una bestemmia continua contro il politicamente corretto avesse bisogno di materia per essere rappresentato.

Ecco perché, una volta tornato, non poteva che risalire; ecco perché non c’era dubbio che sconfiggesse Wilder alla T – Mobile Arena di Las Vegas: contro un avversario così bello e disegnato, duro e doloroso da fronteggiare, serviva un animale ferito.

E le sue farneticazioni sull’aborto, sul divorzio, sull’imminenza di un giorno del giudizio, che certo non possono essere perdonate, vanno però intese come una delle tante tappe che la carovana della sua vita continua ad affrontare; sempre nell’impossibilità di essere altro da ciò che è, perennemente stridente nella sua coerenza traballante, come uno che combatte con i colori dell’Inghilterra serbando da qualche parte un onnipresente trifoglio irlandese.

Non chiedete al re dei gitani di scendere da quel convoglio che ogni tanto smarrisce il sentiero, ammesso che ne abbia mai seguito uno; non chiedetevi voi come faccia un armadio a ballare il tip tap sul quadrato; non invocate che si spenga in lui la ferocia degli insulti di chi li sa proferire meglio di altri perché è nato discriminato. Auguratevi soltanto che abbia il più a lungo possibile una recita alla quale farci assistere; augurategli soltanto che il viaggio, lungi dal terminare, gli consenta di quando in quando una sosta davanti a quello specchio dove focalizza al tempo stesso il suo orgoglio e la sua maledizione. E al dio degli inglesi non credere mai.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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