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A tu per tu con Maurizio Damilano, il fenomeno della marcia azzurra

A tu per tu con Maurizio Damilano, il fenomeno della marcia azzurra

A meno di due mesi dall’inizio delle Olimpiadi di Tokyo sono in regolare svolgimento tutte le gare di qualificazione che assegneranno gli ultimi pass disponibili in un clima di ritrovata serenità dovuta all’attenuazione del Covid che, grazie ad una campagna vaccinale sempre più entrata nel vivo, sta ponendo sempre meno problemi agli atleti in competizione. Ottimi i risultati ottenuti dalla Marcia azzurra ai recenti europei di Podebrady in Repubblica Ceca grazie allo splendido oro di Antonella Palmisano nella specialità olimpica dei 20 km e al secondo e terzo posto ottenuti da Eleonora Giorgi e Lidia Barcella nella 35 km che sommati hanno garantito l’oro a squadre femminile, raggiunto anche a livello maschile grazie al bronzo di Andrea Agrusti e al quinto posto di Marco De Luca nella 50 km con tanto di dedica all’altista Alessandro Talotti prematuramente scomparso a causa di un brutto male lo scorso 16 maggio.

E’ ovvio a questo punto avere grandi aspettative olimpiche per questa mitica disciplina che ci ha sempre regalato delle storiche pagine di sport, frutto di una tradizione che va avanti negli anni senza soluzione di continuità. Quando di parla di marcia in Italia non si può prescindere dalla mitica figura di Maurizio Damilano,  che ha scritto alcune delle pagine più belle di questo sport a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio dei novanta in cui ha dominato in patria con ben ventuno titoli italiani in tutte e cinque le lunghezze – dai 5 km ai 50 km –  raggiungendo inoltre svariati successi internazionali con i quali ha scritto la storia della marcia europea, mondiale ed olimpica. Nato ad aprile del 1957 in provincia di Cuneo, Maurizio comincia col mezzofondo per poi seguire le orme del suo fratello gemello Giorgio che aveva già optato per la marcia, alle spalle del terzo fratello più grande di sette anni, Sandro, che inizierà la carriera di allenatore nel 1972 dedicandosi anima e corpo ai due gemelli. Non tarderanno i primi risultati che già da allievo e da juniores fanno presagire un futuro di vertice, un titolo nazionale e tre primati di categoria che susciteranno l’interesse della Fiat che gli offrirà nel 1977 un lavoro e la possibilità di potersi allenare nel suo gruppo sportivo, la Sisport Iveco, con la quale nascerà un sodalizio fruttuoso e duraturo. L’anno successivo arriverà il primo titolo assoluto nella 20 km e la prima partecipazione agli europei di Praga conclusi con un sesto posto, preludio alle prime Olimpiadi di Mosca alle quali Maurizio arriverà da outsider contro il favorito messicano, oro in carica a Montreal, Daniel Bautista e una pattuglia agguerrita di ex sovietici. Il ventiquattro luglio del 1980, giornata caldissima, il nostro tiene il passo dei big fino ai sedici chilometri, poi il sogno si avvera: Bautista in fuga e Solomin che lo tallonava vengono entrambe squalificati, la strada è spianata e l’ingresso a Mosca, con oltre un minuto e mezzo sul russo Pocenkuc, è di quelli trionfali.

Medaglia d’oro alla prima partecipazione olimpica, un giovane ventitreenne sul gradino più alto del podio riporta l’Italia, cinquantasei anni dopo le gesta di Ugo Frigerio, a rinverdire i fasti di una grande tradizione che Maurizio consoliderà negli anni a venire. Un decennio da incorniciare a partire dal 1981 con l’oro alle Universiadi di Bucarest nella 20 km e l’argento nei  5000 agli Europei indoor di Grenoble che si aggiudicherà l’anno dopo nell’edizione milanese. L’oro ai Giochi del Mediterraneo a Casablanca e l’argento alle Universiadi di Edmonton nel 1983 mitigano ampiamente il settimo posto ai mondiali di Helsinki, è tempo di conferme e le Olimpiadi di Los Angeles sono alle porte e Maurizio anche stavolta non deluderà le aspettative raggiungendo un preziosissimo bronzo migliorando di nove secondi la performance di Mosca. Dopo l’argento europeo di Stoccarda 1986 arriverà l’anno successivo il primo agognato oro sui 20 km ai mondiali di Roma, successo storico ottenuto con il tempo mostruoso 1h20’45’’ e consacrazione di un atleta che alla soglia dei trent’anni ha dimostrato al mondo le sue straordinarie doti da vincente. Un ennesimo oro ai giochi del Mediterraneo siriani nel 1987 suggellano una grande stagione in vista di un triplete olimpico che profuma di storia e leggenda. A Seoul in una 20 km tiratissima che vedrà i tre atleti sul podio in diciassette secondi, Maurizio centra il suo secondo bronzo consecutivo dietro il ceco Pribilinec e il tedesco Weigel, ennesima perla di una carriera che avrà ancora molto da dire fino la traguardo di Barcellona 1992. In mezzo ci saranno, entrambe nel 1991, due affermazioni assolute: la terza ai Giochi del Mediterraneo di Atene e il bis mondiale di Tokyo con ulteriore record dei campionati ventitré secondi sotto l’ora e venti, e solo ventotto secondi gli toglieranno la gioia del quarto podio olimpico consecutivo In una 20 km che profuma ancora di Italia col terzo posto di Giovanni De Benedictis. Con quest’ultima medaglia di legno si chiude la carriera di un campione vero che ha dimostrato senza mai abbassare la guardia che il talento e l’applicazione possono portare a grandissimi risultati nel lungo periodo, l’onorificenza di Commendatore al merito sportivo e il successivo Collare d’oro lo collocano tra i più grandi interpreti di tutti i tempi consolidando la grande tradizione della marcia azzurra nel mondo. Smessi i panni da atleta Maurizio ha messo a disposizione la sua esperienza perfezionando una nuova tecnica, il Fitwalking, che partendo dalla basi della marcia evidenzia tutte le potenzialità psico motorie del camminare sano e bene. Una disciplina parallela, partita nel 2001, che si rivolge a tutte le tipologie di stato di forma e di età sotto il comune denominatore della ricerca del relax, dell’equilibrio e della libertà di muoversi, un percorso che si è concretizzato l’anno successivo con la fondazione della Scuola del cammino di Saluzzo che gestisce insieme ai suoi fratelli come centro di allenamento di marcia e di divulgazione del fitwalking. Lo abbiamo raggiunto per condividere alcune riflessioni sull’attuale delicatissima fase preolimpica e per rivivere la sua superlativa storia di atleta con la A maiuscola.

Maurizio buongiorno, partiamo dall’attualità. Anno difficile per tutto il mondo dello sport, il professionismo è andato avanti, ma il movimento di base si è praticamente fermato. Un prezzo molto alto che potrebbe avere conseguenze nel futuro?

Il periodo tra la primavera 2020 e l’inizio estate 2021, ma non è ancora del tutto finito, è stato un anno non solo difficile per il mondo dello sport , oserei dire drammatico. Se lo sport agonistico ufficiale ha via via gradualmente aperto, seppure con difficoltà e costi importanti, purtroppo le realtà sportive di base e l’attività amatoriale in generale hanno pagato un prezzo altissimo che si rifletterà non solo sulla perdita di praticanti e di Società Sportive costrette ad alzare bandiera bianca, ma soprattutto sulla salute delle persone. Il futuro mi auguro vivamente possa vedere un recupero dei valori e delle attività che ripaghino di questi momenti difficili, anche dal punto di vista di una maggior consapevolezza che la situazione sanitaria ha evidenziato in tutti circa l’importanza di mantenersi sempre in buone condizioni fisiche.

Le Olimpiadi sono alle porte e si svolgeranno in totale sicurezza con tutti gli atleti vaccinati. Segnale importante di ritorno alla normalità e messaggio che il mondo dello sport deve dare nonostante la mancanza di pubblico sugli spalti?

Spero molto che il tutto proceda e seppure con un anno di ritardo i Giochi si possano realmente fare. Saranno però qualcosa di diverso. Senza pubblico lo sport perde molto, e soprattutto i Giochi Olimpici perdono tantissimo dal punto di vista del coinvolgimento che il loro senso di rappresentatività nazionale offre. Potranno essere un momento di ripresa e di speranza per tutti gli sportivi, ma non può essere però un “tutto come prima” dimenticandosi delle tante difficoltà che il mondo dello sport ha dovuto sopportare in questi mesi. Insomma, non diventino le Olimpiadi un momento per un colpo di spugna lasciando soli operatori e praticanti a rimediare alle ferite subite.

I tuoi inizi. Hai cominciato col mezzofondo, poi hai iniziato la marcia seguendo tuo fratello Giorgio. Ricordi di quegli anni giovanili? Quando hai capito che potevi arrivare ai livelli e hai risultati che hai raggiunto?

In verità l’impegno sportivo è iniziato realmente con la marcia. L’impegno nel mezzofondo fu estemporaneo e limitato alla fase scolastica. In effetti il vero approccio organizzato fu subito con la marcia. Come tutti coloro che fanno un percorso di sport si capisce di poter fare qualcosa di buono passo dopo passo, risultato dopo risultato e, soprattutto, prendendo sempre più coscienza della propria passione e della determinazione nel prepararsi e dare vita ai propri sogni.

Le tue esperienze olimpiche. Un oro a Mosca e due bronzi nelle successive due edizioni. Ricordi e sensazioni? Che cos’ha di unico un’Olimpiade rispetto a tutte le altre competizioni?

I ricordi delle mie 4 partecipazioni olimpiche sono tanti e sempre emozionanti anche al di là del risultato finale. Certamente la mia figura di sportivo è molto legata alla vittoria che ottenni a Mosca. Di quell’olimpiade ricordo il clima molto sommesso rispetto ai successivi Giochi a cui ho preso parte e in particolare agli ultimi di Barcellona, una città che si aprì completamente al coinvolgimento del grande evento sia per il pubblico che per gli atleti. Di Mosca rimane però il ricordo della tranquillità del villaggio olimpico, in quella stanza della palazzina azzurra che io e mio fratello Giorgio condividemmo con Pietro Mennea. Una stanza forse unica per certi versi, perché fu “cassaforte” di due ori olimpici. L’Olimpiade è per uno sportivo il traguardo più prestigioso. Il momento in cui ti rendi conto, e non solo per chi vince o conquista una medaglia olimpica, che hai tutta una Nazione che ti guarda, ti spinge, ti incoraggia. E’ il massimo momento sportivo che anche la persona meno appassionata comunque segue, e questo da certamente la dimensione di cosa significhino.

L’allenamento specifico di un marciatore? Come ci si prepara differentemente ad una 20 km o ad una 50 km? Come sono cambiate, se sono cambiate, la preparazione e le metodologie di allenamento in questa disciplina?

L’allenamento specifico è in modo particolare quello tecnico. La marcia è una disciplina che ha necessità di molta attenzione rispetto al gesto che si deve eseguire in quanto soggetta ad un giudizio. Amalgamare al meglio tecnica e capacità di esprimersi a ritmi elevati è lo scopo dell’allenamento del marciatore se non vuole rischiare squalifiche. Per il resto è una specialità aerobica di resistenza che segue le metodologie classiche di questo tipo di prove, come potrebbe essere per un maratoneta ad esempio. 20 e 50 Km richiedono certamente qualche dote diversa. Alcuni specialisti hanno avuto modo di esprimersi ad alto livello in entrambe, ma nella maggioranza dei casi la specializzazione conta. E’ molto più facile che un ottimo “cinquantista” ottenga buoni o ottimi risultati nella 20 Km piuttosto che viceversa. Un fatto di adattamenti organici e soprattutto di testa. Io ho fatto qualche buona 50 Km in carriera, ma non l’ho mai sentita molto mia come approccio e conduzione di gara, anche se io ero comunque un “ventista” resistente, dove una gara come i 30 o 35 Km avrebbero esaltato le mie capacità. Le metodologie di allenamento, seppure non si siano stravolte, sono un po’ cambiate rispetto agli anni miei. Oggi il lavoro di qualità è molto più presente nei programmi, si cura molto di più la parte muscolare e, forse, sono un po’ calate le quantità di lavoro settimanale. Anche la tecnica è un po’ cambiata. Nel panorama internazionale si sono affacciate alla ribalta anche nuove nazioni, come ad esempio il Giappone che ospiterà i Giochi ed ha nella marcia maschile uno dei punti di forza per l’atletica leggera, e questo per il movimento è un bene.

La situazione attuale della marcia azzurra. Diversi atleti qualificati per Tokyo, possono lottare per una medaglia? L’impressione è che il nostro livello di competitività sia sempre medio alto. Abbiamo buoni tecnici e una grande tradizione?

 La marcia italiana ha grande tradizione. Questo è presente ancora oggi anche se probabilmente la qualità più alta la esprime a livello femminile con atlete come Palmisano, Giorgi e Trapletti che possono tutte figurare molto bene. A livello maschile Stano è il più titolato, anche se rientra da oltre un anno di stop per infortunio e sta riprendendo solo adesso la sua rincorsa vera ai Giochi. Sulla 50 Km presentiamo dei giovani in crescita che potrebbero mirare a un buon piazzamento. Comunque Tokyo, seppure le prove di marcia e maratona si disputeranno a Sapporo, avrà un avversario incognita grande che è il clima. In condizione di caldo e umidità i pronostici potrebbero anche saltare. Va però tenuto in conto che Cina e Giappone, le nazioni che oggi esprimono la maggior qualità, hanno il vantaggio di ben conoscere tali condizioni climatiche.

Dal 2001 hai intrapreso la tua nuova avventura nel Fitwalking. Come è nata e come si è sviluppata in questi anni? Se dovessi spiegarlo a che non lo conosce, che tipo di disciplina è? Com’è strutturata?

Il fitwalking nasce in modo molto semplice, da un’idea, anzi prima una domanda, mia e di mio fratello: cosa faremo adesso che abbiamo lasciato l’agonismo per continuare a fare sport? La risposta è stata immediata: se non marciamo più potremmo fare qualcosa di molto simile ma praticabile da tutti, alla portata di tutti. Nasce così il fitwalking come proposta che ha radice nel nostro normale camminare ma guarda ad una sua azione tecnica per rendere la camminata più vigorosa, dinamica e di conseguenza più efficiente ed efficace. Per chi non avesse mai visto un fitwalker o una manifestazione delle tante che oggi si svolgono in Italia, direi che è una camminata che racchiude in se la qualità per divenire un esercizio sportivo vero o proprio, ma con la peculiarità di poter essere praticato da tutti. Questo è il segreto del buon successo che ha riscosso. Oggi in Italia vi sono circa 400 istruttori che il movimento fitwalking, diretto da MAP Italia srl, forma e che avviano alla pratica ogni anno migliaia di persone.

A livello organizzativo il riferimento è la MAP Italia srl che forma e segue gli istruttori, certifica i corsi ufficiali eseguiti secondo il metodo unico e fa da riferimento per gli eventi che vengono organizzati. In proprio MAP Italia srl sostiene l’organizzazione della Scuola del Cammino Fitwalking Italia di Saluzzo per il più partecipato evento che si svolge in Italia a Saluzzo e che nell’ultima edizione in presenza ha superato i 12.000 partecipanti. Inoltre si occupa di tutta la promozione e comunicazione della disciplina e delle linee di sviluppo.

 

Hai vinto tanto e per tanto tempo al top. Qual è la differenza tra un buon atleta e un atleta vincente? Oggi si parla tanto di mental coach, quanto conta l’aspetto mentale per raggiungere risultati di vertice?

Alla mia epoca il mental coach ancora non c’era, ma con il compianto Prof. Arcelli siamo stati tra i primi a sperimentare anche il training autogeno e le metodologie per la mente. Io fortunatamente ho sempre avuto una capacità mentale buona e un carattere portato a mantenersi calmo. Però credo che ciò che più conta è la determinazione. La capacità di avere certezze rispetto alle proprie qualità e ai risultati che si possono ottenere. Avere una “buona testa” come si dice, non significa disprezzare gli avversari ma saperli temere quella consapevolezza che ti da la certezza di ciò che puoi fare tu. Ecco, direi proprio che la testa è la prima grande differenza tra un buono o ottimo atleta e uno vincente.

 

Il doping nel mondo dell’atletica. E’ sempre un pericolo dietro l’angolo contro il quale non bisogna mai abbassare la guardia? Nel mondo giovanile la tentazione di emergere a volte può giocare brutti scherzi, un consiglio da dare ai giovani?

Ai giovani direi solo di allenarsi con passione e forza. I risultati derivano dall’allenamento. Cercare strade diverse è un errore e non aiuta a divenire vincenti. Non vi è dubbio che il doping deve essere sempre più combattuto e mi pare che ciò avvenga. Ai giovani direi non lasciatevi vincere dalla mentalità del sospetto, ma  allenatevi e guardate a voi stessi senza farvi condizionare.

Un messaggio generazionale di speranza e ripresa post pandemia. Torniamo a fare sport e a riprenderci i nostri spazi, meno smartphone e social e più movimento? Arriveranno tante risorse da utilizzare col Recovery Plan, un’occasione unica che anche il mondo dello sport non dovrebbe farsi sfuggire?

Per quanto riguarda le risorse me lo auguro. Vedremo! Il mondo dello sport ha assoluto bisogno di risorse ed aiuti. Però prima ancora viene la necessità di far ripartire tutto. I giovani che sono da troppo tempo limitati nell’attività hanno assoluto bisogno di poter riprendere. Tutti i praticanti, anche i meno giovani che lo fanno solo per passione ma soprattutto per la salute. Dare centralità allo sport non è solo una questione di civiltà per misurare un paese, ma è anche un fattore sociale primario. Io mi occupo da tempo di esercizio fisico e salute con il cammino e vedo le necessità di dare a chi vive nelle città risposte adeguate per poter fare movimento. L’urbanizzazione crescente ha messo a nudo queste situazioni e la pandemia ne ha ulteriormente sottolineato l’urgenza. Non c’è da guardare solo allo sport organizzato, agonistico e tradizionale, ma anche e con attenzione allo sport sociale, alla pratica di massa, a chi ogni giorno cammina o corre nei parchi delle città, per le strade del territorio e sui sentieri. Un numero di persone che cresce ogni giorno e che chiede unicamente di poter svolgere la sua attività nel modo migliore e in sicurezza. Questo è lo sport che sempre più sarà centrale e che aiuterà anche la sostenibilità del sistema città.

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