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A tu per tu con Josefa Idem, la Wonderwoman della canoa

A tu per tu con Josefa Idem, la Wonderwoman della canoa

In questo scenario di forte instabilità, tra vaccini che ritardano e varianti che imperversano, l’emergenza Covid 19 tiene in scacco da oltre un anno un mondo globale sempre più smarrito e in balìa degli eventi, e le ricadute a livello socio-economici si riflettono nella grande incertezza che avvolge in particolare il mondo della cultura e dello spettacolo, completamente resettati da i vari lockdown, e il mondo dello sport che sopravvive a porte chiuse, ma solo a livello professionistico. In questo scenario mutabile ed imprevedibile, l’obiettivo principale è e rimane la disputa delle Olimpiadi di Tokyo, già slittate di un anno, che rischiano seriamente di svolgersi senza pubblico per rispettare i doverosi ed inderogabili protocolli di sicurezza.

Parlare di Olimpiadi vuol dire abbracciare il mondo dello Sport nella sua accezione massima, quella in grado di coinvolgere tutte le discipline esistenti in nome dei fondamenti storici di lealtà e rispetto pur nella competizione, valori di cui si è nutrita nella sua lunghissima carriera Josefa Idem che ha vinto e gareggiato in ben otto edizioni, record assoluto italiano che condivide con i fratelli D’Inzeo, dei giochi a cinque cerchi. Nativa di Goch in Germania comincia da giovani a cimentarsi nella canoa, entra subito nel giro della nazionale tedesca e a Los Angeles 1984, a vent’anni ancora non compiuti, è già bronzo a Los Angeles nel K2 500. Dopo Seoul 1988, in cui non giunge a medaglia, si trasferisce in Italia l’anno successivo per amore. Conosce Guglielmo Guerini che diventa suo allenatore, per poi sposarla nel 1990, e da qui Josefa è ufficialmente italiana è pronta per entrare nella storia del Kayak nostrano. Oltre vent’anni di carriera in azzurro nei quali raggiunge una serie impressionante di obiettivi che la immortalano nell’elite assoluta della canoa mondiale grazie ad una costanza di rendimento al di fuori del comune che la porta alla soglia dei quarantotto anni a Londra a sfiorare il podio nel K500 dopo una storica semifinale tutto cuore e rimonta finale. Quattro le sue medaglie olimpiche nella sua specialità individuale, bronzo ad Atlanta 1996, argento ad Atene 2004, ottenuta dopo lo stop dovuto alla nascita del suo secondo figlio nel 2003, e Pechino 2008 in cui perde l’oro per soli quattro millesimi, e storico oro a Sidney nell’Olimpiade del terzo millennio a cui vanno aggiunte le innumerevoli vittorie iridate e continentali.

Cinque ori, nove argenti e sei bronzi mondiali suddivisi tra k200-500-1000 e 5000 conquistati in dieci differenti edizioni tra il 1990 e il 2009 a cui si aggiungono gli otto ori quattro argenti e i tre bronzi europei conseguiti tra il 1997 e il 2008 per un totale di trentanove podi che profumano di leggenda, unica e difficilmente ripetibile. Parallelamente alla vita di atleta Josefa ha da sempre dimostrato il suo interesso per la politica, quella vera, mettendo sé stessa a disposizione ricoprendo la carica di assessore allo sport della sua Ravenna dal 2001 al 2007, iscritta nelle liste del Pd per il quale ricoprirà dal 2009 la carica di responsabile per lo Sport in Emilia Romagna. Candidata come capolista nel Pd al Senato viene eletta nel 2013 nella sua Romagna, per poi diventare Ministro per le pari opportunità lo sport e le politiche giovanili nel governo Letta. Esperienza breve come sappiamo, conclusasi con gran dignità prima della mozione di sfiducia, in cui si dimette ammettendo i suoi errori, ma dedicandosi comunque ai suoi impegni sociali come testimonial in campagne di sensibilizzazione per la sclerosi multipla e per la donazione di organi. Meriti sportivi e grande solidarietà verso temi di portata sociale fanno di lei un’icona portatrice sana di grande sensibilità ed impegno civile meritori di riconoscimenti trasversali fuori e dentro le acque di regata. Grande ufficiale e Commendatore al Merito della Repubblica Italiana uniti al Collare e alle Medaglie d’Oro sportive fanno di lei un esempio virtuoso a cui ispirarsi senza se e senza ma e a cui tutti non possiamo che dire grazie per l’esempio che ci ha trasmesso col suo entusiasmo e la sua abnegazione. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla per discutere con lei questa fase complessa e insolita che stiamo vivendo e per condividere con lei le tappe salienti della sua interminabile parabola agonistica.

Buongiorno Josefa. Partiamo dall’attuale scenario, molto complesso ed imprevedibile. Che riflessi ha avuto e sta avendo a tuo avviso la pandemia sul mondo dello sport in generale?

Anche io ho vissuto personalmente la prima fase in ritiro totale come un po’ tutti, è chiaro che non è stato facile per gli atleti doversi fermare senza potersi allenare e gareggiare. Nella seconda fase un po’ di normalità si è rivista e per quanto riguarda il mondo della canoa so che gli equipaggi sono attualmente in ritiro in Sicilia dove stanno svolgendo la preparazione, allenandosi per le gare sperando che si riesca a portare avanti il calendario fino a Tokyo. Inutile fare troppe previsioni, bisogna aspettare e sperare che il tutto si evolva per il meglio anche se il momento è molto complicato nonostante l’inizio dei vaccini.

Le Olimpiadi di Tokyo. Obiettivo possibile? Sarà di sicuro una rassegna unica nella storia, ha senso svolgerla comunque senza pubblico?

Nel nostro sport, olimpiadi e mondiali a parte, non è che ci sia mai stato tanto pubblico per cui per gli atleti il problema non è così rilevante. Bisogna far di necessità virtù e pensare che in questa fase quello che conta principalmente è il poter gareggiare in totale sicurezza perché è difficile da immaginare che tra un’Olimpiade e l’altra possano passare sei anni, per tutti i sacrifici che gli atleti professionisti fanno. Mi sono chiesta se fosse successo a me come avrei reagito, credo che se mi fosse capitato a fine carriera sarebbe stata davvero una beffa che avrei di sicuro mal digerito. La speranza è comunque che si svolgano, sarebbe un segnale importante di pseudo normalità che il mondo dello sport riuscirebbe a dare.

Riavvolgiamo il nastro della tua storia. Come hai iniziato ad approcciare la canoa nella tua Germania?

Ho iniziato un po’ come tutti, ho seguito mia sorella quasi per gioco iscrivendomi in un’associazione di canoa, e all’inizio io cadevo regolarmente in acqua, per cui nessuno avrebbe scommesso una cicca su di me. Ero molto indietro rispetto alle mie coetanee, braccia molto magre e costituzione piccola che di fatto non facevano presagire chissà che. Qui è emersa la mia indole, non mi sono arresa e volendo stare a livello delle altre ho fatto leva su quello che avevo pur avendo meno colpi a disposizione. Tra i dodici e i quindici mi sono rimboccata le maniche e ho messo su una mia tecnica molto efficace, sono entrata nel giro della nazionale tedesca, ma pian pianino la passione è iniziata a scemare e mi sono chiesta se questo fosse davvero il film della mia vita, soprattutto dopo il fiasco di Seoul 1988.

E arriviamo al 1989 l’anno della svolta. Arrivi in Italia per amore ed entri da subito in una dimensione diversa, e arrivano le prime vittorie?

E’ stato molto importante in questa prima fase far tesoro e capitalizzare le sconfitte, poi di sicuro trasferirmi in Italia ed iniziare ad allenarmi con mio marito ha dato il là alla seconda parte della mia carriera di donna e di atleta. Mi sono chiesta se nella vita ci fosse solo sport, la risposta me la sono data riprendendo gli studi e decidendo di avere un figlio. Il resto è storia e mi sono convinta che la differenza tra la parte tedesca e quella italiana sia stata tutta nell’approccio che in Germania era molto serioso e disciplinato, tutti credevano nel mio talento e si aspettavano dei risultati da me, e questa pressione a me non piaceva. Cambiare aria mi ha dato nuovi stimoli e un entusiasmo diverso, Sono sempre rimasta me stessa, ma insieme a Guglielmo ho iniziato a fare il mio sport come volevo iniziando a pianificare con lui gli obiettivi, un percorso che mattone dopo mattone abbiamo costruito insieme.

Dopo i primi successi mondiali e la medaglia di legno di Barcellona, nasce nel 1995 il tuo primo figlio e da lì partono i tuoi trionfi olimpici. Non deve essere stato facile per te conciliare il ruolo di mamma con quello di atleta.

Non parlerei di far conciliare i due ruoli, noi abbiamo voluto mettere al mondo un figlio perché in quella fase della nostra vita era il momento giusto, e da lì tutto è ruotato intorno alle sue esigenze. Se c’era da fare un allenamento in meno non c’era nessun problema, ma la mia vita da atleta anche in quel periodo è continuata con la serenità giusta perché sono sempre stata grata per quello che avevo, mentre per molte altre donne mamme e lavoratrici che magari devono tirare avanti con ottocento euro al mese questo privilegio non esiste. Questa gratitudine consapevole si è poi riversata nel lavoro dandomi tutte le soddisfazioni che son venute di lì a poco, ma la famiglia per me è stata e rimane un punto fermo del mio essere e agire.

Carriera incredibilmente longeva. E’ usuale nel kayak arrivare a competere oltre i quaranta, o sei andata oltre i tuoi limiti?

Non è affatto usuale, sono andata oltre i miei limiti in tutto e per tutto. Quando arrivi a quarantaquattro anni a vincere una medaglia d’argento alle olimpiadi, dopo aver avuto un secondo figlio e perdendo l’oro per un soffio, hai ottenuto un traguardo che va oltre ogni previsione. Credo che nel mio caso ci sia stato da un lato una visione globale di dove volessi arrivare senza mai perdere di vista i dettagli in ogni singolo momento della programmazione, vivendo anche i necessari momenti di distacco per rifiatare. Lavoro, passione e il giusto equilibrio familiare sono stati i fattori chiave per guardare sempre avanti giorno per giorno guidandomi fino a Londra 2012.

Tanti successi in un lunghissimo lasso di tempo. Ce n’è qualcuno in particolare che ha lasciato il segno? Una delusione che proprio non ti è andata giù?

Più che focalizzare in modo banale l’attenzione sulle mie vittorie credo che l’aspetto prioritario sia sempre stato quello di andare oltre il singolo traguardo guardando agli obiettivi in modo trasversale. Ogni vittoria per me rispondeva ad una domanda specifica, stai facendo bene il tuo lavoro e stai andando nella direzione giusta? Ho sempre pensato se ci potesse essere qualcosa su cui migliorare senza sedermi sugli allori, altrimenti avrei corso il rischio di sentirmi appagata perdendo la lucidità necessaria per andare avanti. E’ chiaro che l’oro di Sidney nelle olimpiadi del nuovo millennio è stata una gioia speciale ed un’emozione indescrivibile, per quanto riguarda le sconfitte ne ho avute tante e sono state tutte dotate di senso. Forse avrei avuto un conto corrente più ricco in banca, ma battute a parte la cultura della sconfitta fa parte dello sport e va accettata così com’è.

Il tuo attivo impegno politico nasce già nel 2001 nella tua città, Ravenna, per poi prendere altre strade fino ad arrivare al governo. Cosa significa per te oggi fare politica?

Ho iniziato a livello locale a Ravenna e per oltre sei anni sono stata assessore allo sport, poi alla vigilia di Pechino mi sono dimessa, per poi riprenderla perché è una cosa in cui credo. Spesso e a ragione si identifica la politica con un mestiere non onorevole, ma legato alla spartizione di poltrone, per cui è difficile che una persona normale possa pensare di farla in maniera sana e corretta senza dire addio ai propri ideali. E’ importante a mio avviso avere un ragionamento politico che è quello che sta alla base delle scelte che noi compiamo tutti i giorni, è una questione di contenuti che tocca una somma di comportamenti etici che sommati possono fare la differenza, dal rispetto per l’ambiente, all’educazione dei figli, all’abbassamento dei consumi per esempio, tutte scelte compiute da ognuno di noi che si riflettono sul bene comune.

Il movimento attuale della canoa azzurra. Che frecce abbiamo a disposizione per Tokyo?

Devo confessarti che da quando mio marito si è dimesso nel 2018 da Direttore tecnico non seguo così assiduamente il mondo della canoa, ma credo che abbiamo degli equipaggi pronti a dire da loro. In questo momento così particolare è possibile per molti outsider poter sfruttare la situazione. E’ importante non cercare alibi aggrappandosi alle difficoltà contingenti, ma trasformare queste oggettive condizioni negative in carburante positivo da utilizzare a proprio vantaggio. Le olimpiadi sono una vetrina fondamentale, bisogna arrivarci al massimo e consapevoli dei propri mezzi, chi riuscirà a farlo avrà sicuramente delle chances in più.

Chiudiamo con un messaggio generazionale. Dopo un periodo così anomale e restrittivo prima o poi ne usciremo e rivedremo la luce. Un motivo in più per tornare a fare sport e attività fisica in generale?

Partiamo dal presupposto che il movimento crea benessere, bisogna vincere questa inerzia che è connaturata alla natura pigra dell’uomo che dalla notte dei tempi vive cercando di risparmiare energie. Poi c’è la nostra intelligenza che quando prevale, superando gli istinti, ci permette di decidere e di attivarci per muoverci e alimentarci correttamente, ora che questa situazione ci è forzatamente negata potremmo e dovremmo riscoprire la voglia di fare attività fisica appena la pandemia ce lo permetterà. Dare tutto per scontato e a portata di mano ci preclude in molti casi delle possibilità, speriamo tre sei mesi di parlare d’altro e di rivedere le nostre priorità dedicando un po’ di tempo correttamente a noi stessi. 

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