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A tu per tu con Francesco Attolico, l’Airone azzurro della pallanuoto

A tu per tu con Francesco Attolico, l’Airone azzurro della pallanuoto

Momenti frenetici a Tokyo dove a giorni sta per partire la trentaduesima edizione dei Giochi Olimpici. Le delegazioni e gli atleti di tutti i Paesi ospitati sono giunte a destinazione, tra mille protocolli e la scelta dolorosa dello svolgimento a porte chiuse, uniti e desiderosi di poter gareggiare dopo un difficile anno di snervante attesa. L’Italia, con gli ultimi pass assegnati, è pronta a dire la sua cercando di migliorare le ventotto medaglie di Rio De Janeiro consapevole dei suoi svariati punti di forza, tra i quali spicca di sicuro la pallanuoto e il suo  storico settebello, campione del mondo in carica, e tra i sicuri favoriti per la corsa al podio a cinque cerchi. Uno sport che ci ha spesso regalato soddisfazioni mantenendo un altissimo livello qualitativo che ha avuto il suo apice a inizio degli anni novanta, in cui arrivò al timone del team azzurro un certo Ratko Rudic.

Col suo avvento, quasi contemporaneo a quello di Julio Velasco nel volley, la pallanuoto azzurra ha preso il volo collocandosi a suon di risultati nel gota assoluto, e tra quel gruppo di unici talenti c’era Francesco Attolico, storico portierone  azzurro dal 1988 al 2000 e sicuro protagonista del quinquennio 1992-1996 in cui la nazionale riuscì ad aggiudicarsi un oro e un bronzo olimpico, due ori europei ed un fantastico oro mondiale a Roma. Un ragazzo partito da Bari a ventitré anni, diventato portiere per caso dopo anni di vasca come centroboa nella sua Rari Nantes, ma di sicuro un predestinato che sin dalle giovanili aveva dimostrato il suo smisurato talento ottenendo in breve tempo l’occasione di poterlo esprimere. E’ il 1985 e il giovane Francesco, dopo la trafila juniores a Bari, viene ingaggiato dal Volturno in serie A2 ideale rampa di lancio per la sua ascesa, ma sarà il suo allenatore Bruno Cufino a cogliere in lui le doti da portiere riuscendolo a convincere e ad accettare la sfida. Una svolta decisiva che lo traghetterà, durante le cinque stagioni a Santa Maria Capua Vetere, direttamente in nazionale alla corte di Fritz Dennerlein alle spalle di gente come Trapanese ed Averaimo in una nazionale in ascesa, alle prese con la gioia dell’argento mondiale di Madrid 1986 e l’amara delusione delle Olimpiadi di Seoul. La svolta arriverà tre anni dopo con l’arrivo sul timone azzurro di sua maestà Ratko Rudic, sarà lui a credere fermamente nell’airone  di Bari e a farne uno dei suoi titolari fissi e inamovibili di un dream-team a cui conferirà la mentalità vincente decisiva per imporsi nelle competizioni internazionali. Ad iniziare l’appuntamento con la storia sarà l’epopea di Barcellona 1992 conclusasi con uno storico oro olimpico e un 9-8 al termine di sei supplementari contro la Spagna di Manolo Estiarte e i suoi diciottomila spettatori accorsi per celebrare un oro annunciato.

L’inizio di un ciclo che renderà l’Italia imbattibile ed Attolico uno dei migliori portieri del mondo, i suoi centonovantuno centimetri e la sua apertura alare di oltre due metri risulteranno decisivi nel filotto dei successi azzurri, proseguito con l’Europeo di Sheffield 1993, i Mondiali di Roma 1994 e il bis Europeo di Vienna 1995, un gruppo unico ed irripetibile la cui somma di talenti è  proporzionale al lavoro di squadra esercitato dal guru Rudic, un mix letale che mieterà vittime su vittime in acqua rasentando spesso l’invincibilità. La nostra saracinesca vivente arriva a trentatré anni alla sua seconda Olimpiade, quella di Atlanta 1996, il ciclo azzurro inizia lentamente il suo declino e lo scorrere delle carte di identità comincia a farsi sentire, ma c’è ancora spazio per un fantastico bronzo a cinque cerchi a cui farà seguito un terzo posto all’Europeo di Firenze 1999, ultimo acuto dell’indimenticabile era Rudic. Nel frattempo Attolico si trasferisce nel 1997 a Pescara dove riuscirà a raggiungere due scudetti di fila, insieme al suo amico Estiarte, che fino ad allora gli erano sfuggiti, guadagnandosi l’ennesima convocazione in azzurro per le Olimpiadi di Sidney chiuse mestamente ai quarti di finale. Dopo 414 presenze in azzurro è una carriera da leggenda capisce che è il momento di appendere la calottina al chiodo, mettendo la sua esperienza a disposizione della Federazione in qualità di Team Manager  nel nuovo corso azzurro guidato da Paolo De Crescenzo.  Dietro di lui sta nascendo il nuovo astro tra i pali, quello Stefano Tempesti che Francesco contribuirà a formare e a far crescere, un passaggio di consegne garantito dalla professionalità di chi ha contribuito a rendere grande la pallanuoto azzurra con l’esempio e una straordinaria determinazione.

Nel 2014 lascerà il suo ruolo tecnico federale ricevendo l’anno successivo dal Coni il Collare al Merito Sportivo e l’iscrizione nella Walk Of Fame con tanto di mattonella al Foro Italico, una delle cento dedicate ai più grandi campioni azzurri di tutti i tempi. Lo abbiamo raggiunto a pochissimi giorni da Tokyo proiettandoci sui possibili scenari olimpici e rivivendo le tappe salienti della sua strepitosa carriera.

Francesco buongiorno, mancano pochi giorni alla cerimonia di apertura di Tokyo. Che Olimpiadi saranno senza pubblico? Un segnale di ripresa importante che parte dal mondo dello sport?

Sicuramente in questa fase stiamo vivendo un po’ più di tranquillità, manifestazioni come gli Europei di calcio con il pubblico che è tornato sugli spalti ci avevano dato una speranza di poter rivedere anche a Tokyo gli spettatori presenti. Questa spada di damocle del Covid costringerà ancora gli atleti a vivere questa  mortificazione che a mio avviso è più dannosa dell’annullamento, poi si sa che la vita olimpica è fatta di villaggi, di incontri e di spazi condivisi, non so come faranno a garantire la sicurezza degli atleti. E’  un vero peccato perché per molte discipline la vetrina olimpica è uno dei rari momenti di visibilità mediatica, ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno e pensiamo che almeno si potrà gareggiare.

Torniamo alle chiusure dovute alla pandemia. Più di un anno di stop forzato che di sicuro ha fatto danni al movimento dilettantistico di base. Da dove bisognerà ripartire?

Questa fase lascerà di certo degli strascichi nel tempo, basta pensare che la pallanuoto a Bari è sparita e che con le piscine chiuse molti ragazzi non sono riusciti ad allenarsi. Bisogna ahimè ricominciare da zero, è uno sport acquatico come il nostro deve approfittare dell’estate perché mai come in questa stagione si può fare attività e arrivare pronti a settembre per ripartire con le scuole nuoto. Adesso il virus non circola e le scuole sono chiuse per cui non perdiamo tempo e sfruttiamo luglio e agosto e speriamo che le medaglie olimpiche in acqua ci diano una mano e fungano da stimolo per accrescere il numero di addetti e tesserati.

I tuoi inizi negli anni settanta. Nasci centroboa nella tua Bari, eri un predestinato o hai cominciato senza porti troppe domande?

Ho cominciato a nove anni a nuotare grazie a mio padre che mi ha portato in piscina, poi dopo aver compreso quanto fosse difficile e psicologicamente complicato ho optato per la pallanuoto a circa tredici anni, attratto dalla palla e dalle dinamiche di uno sport di squadra. Si giocava prevalentemente d’estate e non c’era una grande continuità, ma che mi vedeva in vasca aveva già le idee chiare sul mio futuro e da li è cominciato tutto. Giocavo in attacco e mi divertivo poi mi sono convertito tra i pali, un ruolo affascinante e di grande responsabilità che ho abbracciato un po’ per caso e un po’ perché spinto dal mio primo allenatore che vedeva in me le qualità giuste del portiere.

Il ruolo del portiere  di sicuro complesso e solitario, soggetto ad un grande stress ed a un minimo margine di errore. Approccio e metodologie di allenamento?

E’ un ruolo importante che ha grande impatto sulla squadra, di sicuro c’è una  grande solitudine mentre gli altri nuotano e sono concentrati sulla prestazione. La svolta è arrivata di sicuro con Rudic con l’arrivo dei preparatori e l’inizio di allenamenti specifici e strutturati meglio, uno staff adeguato supportato da una tecnologia avanzata che mi ha permesso di fare quel salto di qualità lavorando seriamente sull’aspetto mentale e sulla convinzione di poter migliorare. Ratko mi ha insegnato a non sentirmi mai appagato e a lavorare duro giorno dopo giorno, grazie a questo credo siano arrivati i risultati e da Barcellona è partito tutto.

Il fascino e l’unicità delle Olimpiadi rispetto a tutte le altre kermesse internazionali. Cos’hanno di unico?

è un evento completamente diverso da tutti gli altri, ricordo la mia prima Olimpiade a Barcellona come se fossi un turista in vacanza a contatto con i più grandi campioni mondiali di tutti gli sport. Era il primo anno in cui gareggiavano gli atleti NBA e all’epoca non c’erano i cellulari, tutti a scattar foto con loro e a condividere fino a notte fonda la vita del villaggio in una cornice fantastica sul mare, poi cominciano le gare e si comincia a far sul serio e ti rendi conto che sei venuto lì per competere e vincere una medaglia, sale la pressione e più vai avanti e più acquisisci consapevolezza. Vincere l’oro in quel modo è stata la ciliegina sulla torta, un ricordo indelebile nel libro della mia vita da atleta.

Una finale storica contro la Spagna padrona di casa e predestinata all’oro a cui avete rovinato la festa. Ricordi di quel match irripetibile? Dopo quel trionfo è partito un ciclo straordinario.

Di quel 9 luglio 1992 mi vengono in mente tante cose, ma avendo vinto la finale nell’ultimo giorno delle Olimpiadi non ci siamo goduti come avremmo voluto quest’impresa perché era già ora di far le valigie per tornare a casa. Questo è l’unico difetto di un evento che ho ben impresso nella mia mente, a cominciare dal momento in cui l’arbitro fa il riconoscimento si entra in acqua e l’adrenalina sale, eravamo tranquilli e consapevoli dei nostri mezzi mentre gli spagnoli erano ovviamente estremamente tesi. Ricordo un caldo bestiale dovuto all’orario assurdo di inizio della gara e l’estenuante ed interminabile trafila dei supplementari in cui avevo crampi e dolori dappertutto che in quel momento non riuscivo nemmeno a percepire. Ho ben impresso anche l’arbitraggio scandaloso dei tempi regolamentari, per fortuna nell’overtime abbiamo giocato alla pari e siamo riusciti a spuntarla regalandoci una grande gioia. Quello che è venuto dopo si è cementato quel giorno, eravamo davvero forti e a Barcellona abbiamo capito dove saremmo potuti arrivare in seguito, due europei e il mondiale in Italia hanno confermato ampiamente che gruppo eravamo.

Dopo il filotto azzurro arrivano, quasi a fine carriera, i tuoi primi due scudetti con Pescara.

La mia carriera è iniziata abbastanza tardi, ho lasciato Bari non giovanissimo arrivando poco dopo in nazionale come un fulmine a ciel sereno, già a Barcellona ero vicino ai trenta, sono sempre stato un portiere atipico e sicuramente avvantaggiato dal fatto di aver giocato anche in attacco. A trentaquattro anni è arrivato il primo scudetto con una Pescara fortissima, poi l’anno dopo è arrivato il bis che di fatto mi ha spalancato le porte alle Olimpiadi di Sidney, avventura finale della mia parabola agonistica della quale non posso che essere fiero e orgoglioso.

Subito dopo il ritiro entri nel giro della Nazionale come collaboratore del neo-allenatore De Crescenzo. Bilancio di questa esperienza e differenze tra lo stare in acqua e fare il dirigente tecnico?

Anche qui ho seguito l’onda e mi ci sono trovato dentro, Paolo De Crescenzo che mi aveva allenato al Posillipo mi ha chiesto di collaborare con lui e mi sono ritagliato un ruolo tra il vice allenatore e il team manager, con un occhio di riguardo nel settore tecnico dei portieri. Tredici anni – 2001 al 2014 – in cui ho cercato di trasmettere la mia esperienza stando dall’altra parte, un incarico di responsabilità e altrettanto stressante, ma molto diverso dall’indossare la calottina in acqua. Mi sono divertito anche in questa veste e ho smesso quando ho capito che le incombenze erano superiori all’aspetto ludico anche perché avevo una figlia che cominciava a crescere e a cui avrei dovuto dedicare più tempo.

Il livello della nostra pallanuoto è rimasto comunque competitivo nel tempo. Un movimento che non ha mai smesso di regalarci grandi soddisfazioni. Abbiamo chancès di medaglia a Tokyo?

E’ vero e credo che uno dei protagonisti di questa nostra attuale competitività sia indubbiamente Sandro Campagna, un vero fuoriclasse e un autorevolissimo leader dentro e fuori dalla vasca che ha saputo raccogliere il testimone di Rudic e a far maturare un gruppo di giovani portandolo ai risultati odierni pur non avendo dei fuoriclasse a disposizione. Farei un parallelo col lavoro che sta facendo Mancini con la nazionale, grazie al suo carisma e alle sue capacità è riuscito a riportare l’Italia a vincere un europeo che era  francamente non ipotizzabile fino a pochi anni fa, perché se hai buoni tecnici e i giusti allenatori i risultati piano piano arrivano e il movimento della nostra pallanuoto lo testimonia abbondantemente. Per Tokyo credo sia impossibile fare previsioni, tutte le squadre sono state ferme un bel po’ perdendo confidenza con l’acqua, le incognite e le variabili sono altissime e non escluderei diverse sorprese, anche se noi possiamo ovviamente dire la nostra, magari dopo i trionfi in Cina e Corea aggiungiamo anche un bell’oro in Giappone.

Chiudiamo con messaggio ai giovani, sperando in un autunno di ripartenza effettiva. Da un lato Tornate a fare sport in generale e dall’altro perché non provare la pallanuoto?

E’ chiaro che i giovani di oggi vivono una realtà diversa dalla nostra quando avevamo la loro età, io a ventitré anni me ne sono andato lasciando tutto alle spalle perché volevo arrivare in nazionale e le motivazioni hanno fatto il resto. Oggi è tutto più complesso, lo vedo con mia figlia che ha sedici anni e non so se le consiglierei di ripercorrere la mia strada, ma di sicuro quello che mi sento di dire ai giovani è di praticare uno sport di squadra come il nostro per il suo aspetto ludico e per i valori e la condivisione che ha insito nel suo Dna. Non è importante arrivare per forza ai vertici perché molti ragazzi non sono così abituati al sacrificio, ma entrare in acqua e un’esperienza che consiglio a tutti come veicolo sociale di aggregazione contro questa imperante e deleteria solitudine che questa pandemia ha gravemente accentuato.

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