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A tu per tu con Antonio Rossi, la Leggenda della canoa azzurra

A tu per tu con Antonio Rossi, la Leggenda della canoa azzurra

In questo marzo pazzo condizionato gravemente dalle varianti Covid e dalla imminente “terza ondata”, il Comitato Olimpico Internazionale sembra aver imboccato, nonostante la netta contrarietà del popolo giapponese, la strada che porterebbe dritta verso Tokyo con tanto di cinque cerchi in bella vista sulla baia di Tokyo. Confermata dal presidente del comitato organizzatore Yoshiro Mori la classica staffetta della fiaccola olimpica in partenza il 25 marzo dalla Prefettura di Yokoshima senza nessuna modifica o presunto accorciamento. Le Olimpiadi si faranno a prescindere, l’unica variabile è un come che garantisca le condizioni di sicurezza necessarie a tutti gli atleti coinvolti mettendo da parte gli spettatori che, salvo improbabili miracoli, non avranno la possibilità di accedervi. Problemi cruciali per chi fa politica ed è chiamato a decidere su questioni di portata così rilevanti in un momento storico che non ha precedenti, pane quotidiano per Antonio Rossi, ex campione olimpico di canoa e attualmente Sottosegretario, per la Regione Lombardia, ai grandi eventi sportivi che vedono nelle Olimpiadi di Milano Cortina il suo apice nel 2026.

Il cinquantaduenne finanziere di Lecco, dopo aver iniziato a pagaiare a dodici anni insieme al fratello, si arruola ventenne nel Corpo delle Fiamme Gialle dove viene preso in carico dall’allenatore Massimo Mesiano, e di li a poco comincerà la sua cavalcata trionfale verso il gota della canoa mondiale ricco di un palmares da leccarsi il baffi. Cinque le Olimpiadi a cui ha preso parte e altrettanti podi raggiunti, con tre ori, un argento e il primo bronzo nel 1992 a Barcellona nel K2 500, che aprirà le danze ai successivi trionfi, tra cui la doppietta di Atlanta 1996 in cui riuscirà a raggiungere due incredibili ori nel K1 500 e con Daniele Scarpa nel K2 1000. A Sidney quattro anni dopo, dopo aver focalizzato la sua carriera sulla coppia e non più sul singolo, si ripeterà con Beniamino Bonomi sui 1000 metri con cui raggiungerà a trentacinque anni un fantastico argento quattro anni dopo ad Atene che lo proietterà di diritto nella storia del Kayak azzurro e mondiale. Alla corposa e nutrita saga Olimpica, va sommata una mole di medaglie europee ed iridate conseguite in un lasso di tempo relativamente lungo, sintomo evidente di un talento e di una competitività al di fuori del comune. Sette i podi mondiali conseguiti tra il 1993 e il 1998 in tre differenti specialità, con tre ori in K2 1000, tre argenti – due in K2 1000 e uno in K4 500 – e un bronzo in K1 500, a cui vanno aggiunti un oro e due bronzi europei, per un totale complessivo di quindici medaglie ottenute in oltre quindici anni di ineccepibile carriera. A Pechino 2008 sarà il primo finanziere e canoista ad essere nominato Alfiere Azzurro, onore che spetta solo ai grandi sportivi testimonial del Made In Italy, e dopo la sua quinta kermesse olimpica abbandonerà definitivamente l’agonismo alla soglia dei quarant’anni. Non mancheranno le classiche e doverose onorificenze di Commendatore e Grande Ufficiale al merito sportivo, come non mancherà da subito il suo impegno politico che si concretizzerà già nel 2009 nella sua Lecco per cui ricoprirà la carica di assessore allo Sport, per poi svolgere lo stesso ruolo 2013 nella neo eletta Giunta Regionale guidata da Maroni. Il resto è storia recente, Antonio viene riconfermato dal Presidente Attilio Fontana, che lo investe del meritorio e oneroso compito di supervisor dei Grandi Eventi legato allo Sport Regionale, missione che svolge con il piglio e l’entusiasmo di chi lo sport lo ha praticato davvero, conoscendone nel dettaglio le logiche e  i meccanismi interni. Lo abbiamo raggiunto per condividere alcune riflessioni sulle attuali sfide del momento e per rivivere i momenti salienti delle sue infinite e avvincenti pagaiate.

Antonio buongiorno. Partiamo dal complesso momento attuale. Il mondo dello sport ha ripreso con fatica, tra gare annullate e calendari stravolti. I professionisti stanno comunque allenandosi e gareggiando, ma il movimento di base è praticamente fermo. Riflessi non positivi in generale e grande incertezza?

La situazione è difficile per tutto il movimento sportivo. Le restrizioni legate al Covid creano ripercussioni sia alle società professionistiche che a quelle dilettantistiche ed anche alle realtà amatoriali. Se le limitazioni attuali si dovessero protrarre ancora a lungo si rischia di assistere a veri e propri drammi. Penso, per esempio, alle palestre e alle piscine. Eppure, ci sarebbero tutte le conoscenze per riaprirle in sicurezza ma servono protocolli specifici da parte del ministero della Salute. Dell’incertezza di questo periodo ne soffrono anche tutte le attività connesse, a partire dai rivenditori di articoli sportivi e dagli istruttori delle varie discipline. Migliaia di famiglie sono a rischio reddito. Da parte della Regione c’è la massima volontà per permettere ad adulti e ragazzi di fare attività fisica e per sostenere il mondo dello sport nel suo complesso. Le iniziative che abbiamo messo in campo e che stiamo per varare sono molteplici. Tra l’altro, abbiamo appena aumentato sino a 15,5 milioni di euro la dotazione a fondo perduto per la ristrutturazione degli impianti sportivi pubblici.

Tokyo 2021 è l’evento dell’anno. E’ un obiettivo possibile? Ha senso fare le Olimpiadi a porte chiuse? O è più importante far gareggiare gli atleti? Il mondo dello sport deve dare un segnale di vitalità e ripresa in questa fase?

Con le vaccinazioni e i tamponi è un evento possibile. Le bolle create dall’americana NBA e da altri campionati professionistici hanno dimostrato che si possono radunare migliaia di atleti in uno stesso luogo per lunghi periodi, limitando al minimo i rischi per tutti. Mi auguro, però, che non si verifichino disparità di trattamento fra gli atleti legate proprio alle vaccinazioni. Non vorrei, per intendersi, che si verificassero discriminazioni tra chi grazie al vaccino potrebbe essere libero dal suo arrivo di muoversi nel villaggio olimpico e andarsi ad allenare e chi, invece, non avendolo fatto fosse costretto a passare una quarantena chiuso in camera. Si dovrà trovare una soluzione che permetta di mettere tutti sullo stesso piano.
A porte chiuse o con pubblico selezionato i Giochi hanno sempre senso, come lo hanno le competizioni nazionali e internazionali che si sono svolte dall’inizio della pandemia. Le Olimpiadi, poi, hanno un valore che va al di là del risultato sportivo dei singoli o del medagliere dei vari Paesi. Sono un segnale di vitalità, di speranza e di rinascita che lo sport deve dare al mondo. 

Hai iniziato a dedicarti alla canoa a 12 anni. Con quale spirito? Quando hai capito che c’erano i presupposti per arrivare al top?

Mi sono avvicinato per la prima volta alla canoa per seguire mio fratello, avevo 12 anni e un fisico gracile. È stato un amore nato quasi per caso che è cresciuto pagaiata dopo pagaiata, sino a segnare tutta la mia vita. Quando la passione ti guida in quello che fai, allora ti impegni senza fatica, cadi e ti rialzi con più voglia di prima, cresci e diventi uomo inseguendo i tuoi sogni e cercando di trasformarli in realtà. I risultati? Sono arrivati con la pazienza, l’allenamento, la costanza. Con i primi successi è arrivata anche la consapevolezza che avevo un potenziale su cui lavorare. Poi a Barcellona, nel 1992, con il bronzo olimpico nel K2 il sogno è cominciato a diventare realtà.

Cinque olimpiadi e cinque medaglie. Sei stato competitivo per tantissimo tempo, come sei riuscito ad essere così longevo a questi livelli? Qual è lo stato attuale del movimento? Abbiamo equipaggi competitivi per Tokyo?

Lavoro, rigore, pazienza e dedizione sono la chiave per il successo in qualunque campo. Servono, poi, maestri e compagni di viaggio di spessore e io ho avuto la fortuna di incontrarli. Fondamentali, però, sono stati gli affetti. Avere una famiglia che ti sostiene e che approva le scelte che fai e amici veri pronti a festeggiare con te nei momenti felici e a supportarti in quelli difficili, ti aiutano a mantenere quell’equilibrio psicofisico necessario per sostenere performance di alto livello per tanti anni. Come molte altre discipline, la canoa ha sofferto in questi mesi per il Covid ma sono sicuro che a Tokyo gli azzurri della pagaia, come sempre, riserveranno emozioni e belle sorprese a tutti gli italiani.

 

 

Hai vinto sia in K1 che in K2. Differenze e metodologie di approccio? Sono di fatto, due discipline diverse, come per esempio il singolare e il doppio nel tennis? A tuo avviso cosa fa la differenza tra un buon atleta e un atleta vincente?

Quando si pagaia insieme ad altri si stabilisce con i componenti della barca un feeling particolare che è orientato al risultato. Nel K2, per esempio, se senti arrivare la crisi ma avverti che il tuo compagno ti sostiene, puoi riuscire a trovare uno stimolo incredibile e a non cedere. Con il tempo impari a scovare nei tuoi meandri e a sfruttare energie nascoste e il tuo compagno di barca può darti una grande mano nel farlo. Si tratta di momenti di crescita fondamentali che ti permettono di acquisire consapevolezza in te stesso. Quando hai queste certezze anche gareggiare da solo diventa meno difficile. Così, per esempio, nel K1 se all’avvicinarsi del traguardo ti ritrovi sfiancato dalla stanchezza e dai dolori muscolari sai dove trovare e come amministrare e bruciare le ultime energie per lo sprint finale e, magari, per conquistare la vittoria.
Il talento non è fondamentale per fare un campione o un atleta di successo. Ho visto tanti talenti buttarsi via con una vita sregolata e tanti ragazzi con poche chances vincere e diventare campioni grazie all’impegno, alla costanza, alla pazienza e alla determinazione. Sono queste le qualità che contano, perché se lavori duro alla fine raccoglierai grandi risultati, magari non parteciperai alle Olimpiadi ma riuscirai sempre a sfruttare al meglio le tue potenzialità.

Tipologie e metodologie di allenamento. La canoa è uno sport faticosissimo sia a livello fisico che mentale? Utilizzavi anche un mental coach all’epoca?

La capacità di gestire le emozioni è fondamentale per un atleta e io l’ho acquista con l’esperienza. Ho imparato da tecnici e compagni di allenamento e di barca. La figura del ‘mental coach’ come è intesa oggi l’ho incontrata tardi in carriera. A quarant’anni, per preparare il K4 di Pechino, quello della mia quinta Olimpiade, la Federazione ci ha fatto lavorare con il professor Vercelli. C’era da far gareggiare in sintonia quattro ragazzi di tre generazioni differenti, con ideali e ambizioni molto diverse. È stato il mio primo impatto con la psicologia sportiva e con le risorse legate alla visualizzazione e all’ipnosi. È stata un’esperienza che ha contribuito ad arricchire molto il mio bagaglio culturale.

Portabandiera a Pechino 2008. Una grande gioia e una delle emozioni più belle della tua vita? In cosa le Olimpiadi differiscono rispetto a tutti gli altri grandi eventi?

Essere il Portabandiera dell’Italia è stata senza dubbio la soddisfazione più grande della mia carriera sportiva, un immenso onore e un orgoglio incredibile. Le Olimpiadi sono davvero qualcosa di eccezionale che auguro a tutti di assaporare almeno una volta nella vita, anche come semplici spettatori. Atleti di ogni parte del mondo, con abilità diversissime fra loro, si ritrovano per confrontarsi con lealtà e grinta in una festa dello sport e della civiltà che non ha pari. Una festa che grazie alla tecnologia può essere celebrata da miliardi di persone, in contemporanea e in ogni angolo del pianeta, davanti ai televisori, agli schermi di computer, tablet e telefonini. Emozioni speciali che molti italiani potranno conoscere dal vivo nel 2026, con i Giochi invernali di Milano-Cortina.

Il tuo impegno politico. Lo avevi già programmato, era parte del tuo Dna? Che cos’è per te la politica, e nello specifico fare politica per lo sport? Lo sport è davvero così bistrattato in termini di risorse?

Per me la politica è, innanzitutto, l’opportunità di fare del bene a tanta gente. È questo desiderio che mi guida in quello che faccio. La passione per la politica è cresciuta in me piano piano, quasi per caso, come da ragazzo quella per la canoa. Oggi è importantissima nella mia vita. Rappresenta un impegno gravoso che mi costringe a tanti sacrifici, soprattutto nei confronti della mia famiglia. Proprio il sostegno di mia moglie, dei miei ragazzi e dei miei cari, però, mi spinge a fare sempre di più e sempre meglio.
Le risorse nel mondo dello sport? Diciamo che c’è una grande disparità fra gli sport di massa più ricchi, come il calcio, la pallacanestro e la pallavolo, e tutti gli altri ma è anche vero che queste discipline esercitano un effetto traino su tutto il movimento, portando ad avvicinarsi all’attività fisica milioni di ragazzi.
Da parte mia e della Regione c’è un forte e costante impegno per aiutare tutti a crescere e per offrire ai ragazzi la possibilità di scelta nell’esprimere al meglio la propria indole sportiva. In quest’ottica le Olimpiadi sono un faro e quelle di Milano-Cortina sono di stimolo a fare tanto e presto.

Milano-Cortina 2026. Una grande opportunità, ma tanto lavoro da fare per te per il ruolo che occupi. Quali saranno gli step che scandiranno questo obiettivo così importante?

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 rappresentano un’importate opportunità di crescita e di sviluppo per la Lombardia e per l’intero Paese. Saranno Giochi sostenibili, attenti all’ambiente e senza cattedrali nel deserto. Per la loro riuscita sono state messe in cantiere opere infrastrutturali che permetteranno di migliorare la qualità della vita di milioni di persone e proietteranno la Lombardia verso il futuro. Grazie ai finanziamenti messi in campo dalla Regione, potremo accelerare la realizzazione di numerosi lavori che, comunque, in molti casi erano già stati approvati dai piani regionali. Le infrastrutture previste nel ‘master plan’ permetteranno di migliorare i collegamenti in vaste aree del Nord Italia e fra le sedi dei Giochi e il resto dello Stivale. Si tratta di investimenti che assicureranno nei prossimi anni anche un ‘boost’ all’economia e al turismo dei nostri territori, aiutandoli nella ripresa post-Covid.
Se sull’organizzazione dell’evento sportivo, in mano alla Fondazione, non nutro particolari preoccupazioni, perché affidata a professionisti che si sono già distinti in passato per la loro competenza, è sulle opere pubbliche che bisogna accelerare.  Il Governo non ha ancora deliberato sull’agenzia che dovrà occuparsi proprio di infrastrutture e opere olimpiche. Bisogna fare in fretta perché il 2026 arriverà in un attimo.

Domanda generazionale per chiudere. Il dopo pandemia speriamo arriverà presto. Un motivo in più per uscire a fare sport a qualunque livello? Cari ragazzi abbandonate social e smartphone e riappropriatevi della vostra vita?

Durante il ‘lockdown’ molti giovani sono stati costretti a sospendere allenamenti, partite, esercizi fisici, corse e ad azzerare i momenti di svago all’esterno delle mura domestiche. Si sono ritrovati chiusi in casa, collegati al loro mondo solo da un computer o da uno smartphone. Lo stress e l’ansia che ne sono seguiti hanno proprio evidenziato quanto per loro sia importante praticare sport. Lo sport, infatti, fa bene non solo al fisico ma anche alla mente di adulti e bambini. Ai giovani, poi, insegna il rispetto delle regole, il valore del lavoro quotidiano e a scandire la propria vita fra impegni di diverso tipo, come scuola e allenamenti. Le sconfitte, le difficoltà e le vittorie aiutano a formarne la personalità. Insomma, con lo sport e grazie allo sport si cresce bene. È anche una sana valvola di sfogo dallo stress del quotidiano, come le paure legate a questa pandemia che tutti speriamo finisca quanto prima. E speriamo che ragazze e ragazzi possano tornare presto a giocare e divertirsi senza timori al parco con il pallone, su un playground di basket, nella palestra del quartiere o della parrocchia e o in barca con gli amici sul lago…

 

 

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