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A tu per tu con Andrea Giani, la Leggenda del Volley

A tu per tu con Andrea Giani, la Leggenda del Volley Italiano

In questo momento socialmente ed economicamente drammatico in cui tutto è stato messo in discussione il mondo dello sport è ovviamente in balia degli eventi alle prese dei timidi segnali di ripresa e un’attesa spasmodica di protocolli che possano sancirne un fisiologico rilancio. Si tracciano i primi bilanci e si prendono alcune ineludibili decisioni che di fatto resettano alcuni campionati in corso d’opera vista l’oggettiva impossibilità di chiudere un cerchio troppo stretto, concentrando risorse ed energie per una ripartenza regolare dopo il break estivo.

Tra le discipline più penalizzate ci sono di sicuro il basket e il volley, sport di squadra ad alto rischio che da un lato svolgendosi al chiuso non garantiscono le corrette distanze sociali e dall’altro sono impossibili da praticare a porte chiuse senza i relativi e fondamentali incassi. Problematiche non indifferenti anche per gli atleti alle prese con stop forzati e una preparazione da reinventare per arrivare al top e difficoltà gestionali per l’allenatore del Modena volley Andrea Giani costretto a rimodulare formule e modalità di training per poter riattivare il motore di un club costretto a fermarsi poco prima della fase clou della stagione. Il neo-cinquantenne fuoriclasse di Sabaudia, bandiera della società emiliana che è tornato ad allenare dopo undici anni, è uno di quegli atleti dal fisico erculeo che ha fatto di talento, dedizione, longevità e versatilità i marchi di fabbrica del suo ventennio agonistico proiettandosi di diritto nella storia assoluta del volley nostrano testimoniato dalle ben 474 presenze assolute in nazionale, record assoluto e attualmente imbattuto.

Palmarès da brividi con sole due squadre nel cuore, la Parma che lo ha scoperto e la Modena che lo ha consacrato, Andrea ha conquistato cinque scudetti, cinque coppe Italia, due Coppe dei Campioni, tre Coppe delle Coppe, due Supercoppe europee e un campionato mondiale per club a cui vanno aggiunti gli innumerevoli trionfi azzurri, a cui è sfuggito solo l’inafferrabile l’oro a cinque cerchi. Può consolarsi con tre Mondiali, quattro Europei, sette World League e svariati argenti e bronzi, più una serie di riconoscimenti alla carriera tra la Volleyball Hall fo Fame di settore e l’assoluta Walk of Fame ricevuta cinque anni fa come atleta distintosi in campo internazionale. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo ha subito iniziato ad allenare nella sua Modena, passando poi quattro anni a Roma e tre a Verona prima di lasciare l’Italia per accettare l’incarico di coach della nazionale slovena, che condurrà ad uno storico argento europeo nel 2015. Nel 2017 è di nuovo all’estero come capo-allenatore della Germania e anche qui entrerà nella storia regalandole il primo argento europeo dopo un’accesissima finale persa 3-2 contro la Russia. Rientrato in Italia si accasa per due stagioni alla Powervolley di Milano per poi rientrare a casa nel 2019 con le ambizioni e le motivazioni giuste per riportare lo scudetto a Modena dopo l’addio alla panchina di Julio Velasco. Questa è la storia di un giovane cinquantenne che abbiamo avuto l’onore di contattare, in una tranquilla serata domestica, per discutere dell’attuale difficile momento dello sport ripercorrendo in parallelo la sua  intensa e leggendaria carriera.

Buongiorno Andrea partiamo dalla triste attualità. Campionato annullato, scelta giusta a tuo avviso?

Assolutamente sì, credo che quello che stiamo vivendo sia sotto gli occhi di tutti e fermarsi era doveroso. Avremmo dovuto forse lottare per chiudere almeno la regular season, ma l’ipotesi porte chiuse era alquanto improponibile perché il volley non è il calcio e per sopravvivere ha bisogno degli importi della biglietteria per attrarre sponsor. C’è poco da fare bisogna rimboccarsi le maniche e pensare alla prossima stagione. Anche la ripresa degli allenamenti è un rebus con molti punti interrogativi e la positività di alcuni calciatori conferma le mie perplessità di fondo.

La ripresa graduale degli allenamenti dopo due mesi di stop forzato. Come stai pensando di riprogrammare la preparazione così bruscamente interrotta mentre eravate all’apice della stagione?

E’ un bel problema totalmente nuovo per tutti noi allenatori perché qui non si è trattata di una vacanza in cui gli atleti hanno potuto tranquillamente fare sedute di allenamento, ma di una serrata senza precedenti dove era ammesso solo far la spesa o poco altro. In casa un professionista può fare bene poco, un buon settanta per cento è andato perso e ci vorranno almeno altri due mesi per tornare al top. Per noi allenatori si tratterà di una vera e propria riabilitazione che durerà quattro mesi con la speranza di arrivare pronti tenendo anche conto del fatto che per fortuna le nazionali sono ferme e gli atleti sono con i club, poi attendiamo fiduciosi i protocolli anche per capire meglio quando potremo tornare a colpire la palla. Speriamo che la medicina ci dia una mano perché senza vaccino non avremo mai la sicurezza assoluta.

Hai smesso di giocare e la stagione successiva eri già sula panchina di Modena. Perché hai voluto allenare?

C’è da fare innanzitutto un distinguo tra chi decide di allenare iniziando un percorso mirato e gli ex atleti che hanno già bruciato tante energie sul campo. Per me è stato importante capire quante risorse avevo ancora in corpo per poter intraprendere questa strada a cui ho aggiunto un lavoro sull’area tecnica e tattica studiando già da quando ero giocatore. L’allenatore è il motore di una squadra ed io sentivo nelle mie corde la voglia e gli stimoli nel provare a mettermi in gioco mettendo a disposizione la mia lunga esperienza professionistica. Allenare vuol dire anche comunicare e gestire i rapporti con atleti differenti che vanno approcciati in modo diverso, è un mestiere che ti porti dentro h 24 7 giorni su 7, con uno stress nemmeno paragonabile a quello di chi scende in campo.

Il livello altissimo di alcuni team della pallavolo nostrana autorizzerebbe a pensare ad una Superlega europea, o il campionato italiano va bene cosi com’è?

Domanda difficile a cui rispondere, ma a mio avviso il campionato italiano è molto bello perchè ogni partita non è così scontata come sembra, se allargassimo il discorso a livello europeo non raggiungeremmo il livello di un’Eurolega di basket in cui le struttura e l’organizzazione dei club sono altamente competitive. Ci vorrà molto più tempo tenendo conto di un’altra questione frenante legata alle singole federazioni che spingono sulle nazionali per preservare il movimento. L’Italia del volley sta bene anche se molti giovani tra i venti e i ventidue anni fanno fatica a trovare spazio, ma queste sono le regole e bisogna conviverci lavorando duro per guadagnarsi fiducia e visibilità. Il valore e la mentalità della conquista deve travalicare qualunque garanzia di posto assicurato, oggi si matura più tardi per motivi culturali e generazionali e la cultura del sacrificio deve tornare centrale nello sviluppo di un giovane talento.

La tua carriera, un giovanotto di Sabaudia che a soli diciassette anni già gareggiava ai massimi livelli. Come è iniziata la storia dell’atleta Andrea Giani?

Da piccolo per problemi di salute mi sono trovato a frequentare ospedali e d’estate ero costretto a saltare il mare, mi trovavo giocoforza con mio padre, che era un fortissimo canottiere delle forze armate, sul motoscafo e da li il passo è stato breve. Ho iniziato a praticare a sette anni canottaggio poi spinto anche dal fatto che il volley Sabaudia a quei tempi militava in serie A2, ho iniziato a provare a fare volley durante l’educazione fisica, poi è stato tutto così veloce che faccio fatica a ricordare. Mi son trovato nel 1988 a gara cinque della finale scudetto e subito dopo ho scoperto dai giornali di essere stato convocato in nazionale e non avevo nemmeno diciotto anni, per me è stato tutto un rapido divenire che ho capito che il volley era la mia strada con l’incoscienza pura di chi aveva bruciato le tappe.

Il tuo rapporto longevo con la nazionale, sei il recordman assoluto di presenze e hai vinto e rivinto quasi tutto. Ricordi, tante gioie e qualche piccolo dolore?

Sono pagine indelebili ed emozioni che si sono succedute una dopo l’altra, tante gioie vissute con la consapevolezza di star facendo qualcosa di grande. C’è una vittoria che ricordo sempre con particolare orgoglio, il terzo mondiale vinto nel 1998 per una serie di motivi legati al cambio di allenatore con Velasco che aveva abbandonato e alla mancanza di Lollo e Zorro che avevano chiuso con la nazionale. Tutti volevano batterci credendo che fossimo meno forti. Avevamo anche noi tante incognite venendo da un bronzo europeo nel 1997, ma proprio in quel momento di transizione ci siamo ritrovati, con Bebeto allenatore, cementando il gruppo in Giappone ed entrando a pieno titolo nella storia di questo sport con tre ori iridati consecutivi. E’ chiaro che il mancato oro olimpico è una ferita aperta ci abbiamo provato a più riprese, ma ci è mancato anche quel pizzico di fortuna che abbiamo avuto in altre circostanze.

La tua versatilità è stato il valore aggiunto che ti ha accompagnato lungo tutta la tua carriera. Ti piace la pallavolo di oggi, o si è troppo specializzata?

Di sicuro quello che ha cambiato il nostro gioco è sicuramente il libero, abbiamo perso di fatto due giocatori in campo e sacrificato un centrale. Questo sicuramente non ha giovato alla tecnica, oggi si vedono in campo giocatori estremamente fisici ma meno qualitativi, perché è cambiato il modo di prepararsi ed allenarsi in campo. Ai miei tempi il training era più esteso e mirato in palestra dove il lavoro tecnico era finalizzato sia individualmente che sul collettivo, poi ho capito allenando che  in questo Julio sia stato davvero un maestro.

Il movimento volley  ha un gran seguito ed un indotto economico più che soddisfacente Siete soddisfatti di questo trend costantemente medio-alto?

Assolutamente sì, la Superlega gode buona salute con molti club che hanno un ottimo seguito e sponsor di livello al loro fianco, diverse società in questi anni hanno consolidato i loro asset reggendo bene la crisi recente. Il resto lo fanno i biglietti incassati che penalizzeranno il budget di questo anno, questo forse farà partire qualche buon giocatore, anche se credo che tutti  i paesi europei siano nella nostra posizione. Le nazionali saranno di certo le più penalizzate con l’annullamento olimpico, che avrà ripercussioni economiche non indifferenti anche sul nostro movimento.

Domanda secca che non posso non farti. La differenza tra un buon atleta e un campione?

Il campione è quello che si prende il peso e le responsabilità in campo, ha la capacità di costruirsi intorno la fiducia dei suoi compagni, parla con gli altri, aiuta l’allenatore ed è presente in varie fasi del lavoro con doti naturali di leadership, è un dono che hai dentro che costruisci trasformando il talento in un qualcosa in più. Ce ne son pochi in giro ovviamente, poi in uno sport di squadra i meccanismi sono diversi e il vero fuoriclasse riesce a prevedere le chiavi di lettura del match riuscendo a coinvolgere i compagni senza lasciare nessuno indietro, è questo il suo valore aggiunto che ti distingue da un semplice buon giocatore.

Per chiudere. Hai iniziato a fare sport da bambino e hai un figlio che gioca a basket. L’importanza per i giovane di iniziare a praticare uno sport a qualunque livello?

Sono assolutamente convinto, a prescindere dalla disciplina sportiva che uno scelga, del ruolo educativo che lo sport ha sui nostri ragazzi. Esorto da sempre le famiglie ad aiutare i loro figli a fare movimento anche se purtroppo in Italia bisogna spesso rivolgersi al privato. Bisognerebbe fare di più a partire dalle scuole garantendo anche ai meno abbienti le stesse possibilità perché io non credo che la generazione di oggi sia più pigra o distratta, è più un problema culturale storico del nostro paese. Poi bisogna coltivare la cultura della sconfitta e la parte ludica dell’attività fisica e non soffermarsi sul risultato a tutti i costi e in questo ruolo le famiglie di oggi non sono sempre all’altezza della situazione. Lo sport deve mantenere i suoi connotati sani e aggregativi, l’estrema competitività è dannosa e diseducativa per cui il mio appello è quello di tornare ai valori che io di ragazzo ho respirato ai miei tempi in cui il mondo dello sport era davvero una grande famiglia allargata. C’è tanto da fare e da lavorare giorno per giorno sperando che il ritorno alla normalità faccia aumentare la voglia di fare sport.

Fabio Bandiera
A cura di

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