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A tu per tu con Agostino Abbagnale, la Leggenda oltre il destino

A tu per tu con Agostino Abbagnale, la Leggenda oltre il destino

Buone notizie dal canottaggio azzurro che ha concluso gli Europei di aprile a Varese con un medagliere di tutto rispetto e di ottimo auspicio per le future Olimpiadi giapponesi. Una disciplina che ci ha da sempre ben abituato grazie a grandi performance e a continui risultati che nel tempo si sono susseguiti senza soluzione di continuità. Dopo il boom degli anni ottanta e le conferme dei novanta, il movimento ha subito qualche fisiologica battuta d’arresto nel terzo millennio mantenendo comunque quella fiamma viva che lentamente ed inesorabilmente sta tornando a splendere e a competere in vista delle kermesse che conta, quella di Tokyo 2021. Le otto medaglie continentali,  cinque delle quali in specialità olimpiche con il secondo posto assoluto dietro la Gran Bretagna nel medagliere, sono sintomo di salute dei nostri equipaggi che sognano di emulare le gesta di chi, di questo sport, ha scritto in lungo e in largo la storia.

Parliamo ovviamente dei fratelli Abbagnale nelle loro varie declinazioni, partendo dalle gesta di Carmine e Giuseppe fino ad arrivare al loro fratello minore, Agostino, atleta vincente più di loro, ma travagliato da una carriera che ha rischiato più forte di finire anticipatamente per motivi di salute. Agostino, di sette e quattro anni più giovane di Giuseppe e Carmine,  approccia fin da giovane nella sua Castellammare di Stabia sulla scia di un movimento che di lì a poco avrebbe fatto scuola nel mondo e, dopo la trafila giovanile, è subito pronto a dire la sua a diciannove anni conquistando la sua prima medaglia nel 1985 nella specialità dell’otto con ai mondiali di Hazewinkel. Mentre i fratelli, trascinati dal solito Bisteccone bissavano a Seoul l’oro nel due con, Agostino trionfava pochi minuti dopo nel quattro di coppia, insieme a Poli, Tizzano e Farina, primo oro olimpico e un destino da protagonista ormai segnato per il giovane rampollo della dinastia. La sorte però non sarà dalla sua parte costringendolo repentinamente ad uno stop agonistico causato da una forma di trombosi che non gli permetterà di gareggiare per cinque lunghi ed interminabili anni in cui il finanziere stabiano sarà costretto a passare dalla vasca alla scrivania.

Tutto finito? Nemmeno per sogno! Le sue condizioni migliorano, il suo protocollo sanitario viene rivisto e Ago sarà abile e arruolato per riprendere le attività ai mondiali del 1995 in cui otterrà un tredicesimo posto nel due di coppia con Davide Tizzano. Lo stesso equipaggio si presenterà ad Atlanta l’anno successivo e, contro ogni pronostico, arriverà una favolosa medaglia d’oro, un giusto risarcimento dopo tanta sfortuna con tanto di doveroso Collare d’oro al merito sportivo. Dopo i due ori olimpici Agostino passerà al quattro di coppia ed in questa specialità riuscirà ad imporsi per due anni consecutivi ai mondiali di Lago di Aiguebelette 1997 e Colonia 1998, due ori che sanciscono definitivamente il ritorno ai massimi livelli di un campione che ha saputo tener duro quando il mondo gli aveva voltato le spalle. L’appuntamento con la storia e della vita e quello a cinque cerchi del nuovo millennio, a Sydney, ed è qui che insieme a Galtarossa, Sartori e Raineri il nostro si aggiudicherà il terzo oro olimpico alla tenera età di trentaquattro anni, ricevendo da Carlo Azeglio Ciampi l’onorificenza di Commendatore al Merito Sportivo e scolpendo il suo nome nel gota del canottaggio mondiale di tutti i tempi.

Aspettando Atene 2004, Agostino, tornato al due di coppia, centrerà un argento iridato nel 2002 a Siviglia, ultimo acuto sensibile di una carriera che sarà di nuovo interrotta dal riacutizzarsi del male che lo aveva costretto allo stop privandogli la gioia della quarta olimpiade che di sicuro avrebbe meritato. Se ai trofei internazionali aggiungiamo anche i cinque ori e un argento in quattro di coppia, e gli argenti in singolo e in otto con a livello nazionale, stiamo parlando dati alla mano di uno dei canottieri più vincenti di tutti i tempi che neanche una atavica sfortuna è riuscito a limitare. L’umiltà, il talento e la forza di volontà di questo ragazzo di cinquantaquattro anni sono li a ricordarci che col sudore e la determinazione nulla è impossibile se non smetti mai di crederci.

Lo abbiamo incontrato in questo frenetico periodo di attività pre-olimpica per discutere le speranze azzurre in vista di Tokyo e per riassaporare le tappe più importanti di una carriera che profuma tanto di leggenda.

Agostino buongiorno, partiamo dalla stretta attualità. Momento difficile per tutti, sport compreso. Il professionismo è riuscito comunque ad andare avanti, ma il movimento di base si è dovuto fermare.

E’ proprio così e non si poteva fare diversamente, stiamo lottando contro un nemico più forte della nostra volontà, dobbiamo pian pianino ricomporre i cocci e valutare se in futuro non ci sia qualcosa da cambiare o da rivedere in merito. Abbiamo una valanga di soldi in arrivo, ma da quel che vedo mi sembra ci sia scarsa attenzione a livello istituzionale e non c’è lungimiranza nel medio lungo periodo, lo sport è e deve essere una priorità per le sue innumerevoli funzioni, sono un po’ deluso anche perché chi dovrebbe far sentire la propria voce e reclamare le giuste attenzioni mi sembra francamente assente o non presente come dovrebbe soprattutto in questa fase.

Parliamo di Tokyo, nonostante le paure e le incertezze le Olimpiadi si faranno. E’ un bene per il mondo dello sport in generale? E’ giusto che si facciano a qualunque costo o c’è un limite entro il quale è inutile andare?

Se le condizioni di fattibilità lo permettono credo che queste olimpiadi si debbano svolgere perché oltre al suo indiscusso valore universale, muove un indotto di addetti spaventoso senza considerare il disagio degli atleti che aspettano ormai da cinque anni l’occasione della vita. Il Giappone non vive un momento facile, ma sono fiducioso e voglio esserlo perché ci sono ormai dei protocolli rodati che permetteranno la svolgimento delle gare in totale sicurezza, anche se l’assenza del pubblico peserà sull’aspetto mediatico. In un momento difficile come questo sarebbe un bel segnale di normalità che lo sport deve dare e rimandarle sarebbe un danno e una beffa per tutti.

Torniamo a qualche annetto fa, un giovane ragazzo di Castellammare di Stabia inizia pian pianino a muovere i primi passi nel mondo del canottaggio…

Sì, negli anni settanta a Castallammare c’erano tre fratelli che si sono messi in acqua a remare per emergere e riuscire a realizzare attraverso lo sport i propri sogni. Questo era il clima che si respirava, ma da solo non sarebbe bastato senza un’organizzazione, una società ed una figura tecnica di livello, che noi abbiamo trovato in Giuseppe La Mura che in quegli anni prese il timone del Circolo Nautico Stabia. Un tecnico all’avanguardia che ha creato un suo metodo, traslato poi alla nazionale che ha allenato per tre quadrienni, al quale noi ci siamo applicati con entusiasmo ottenendo in breve tempo i primi risultati. Ci tengo a dire che oltre agli Abbagnale, che erano la punta dell’iceberg, c’era una fucina di talenti che hanno fatto carriere importanti. Oggi fa un po’ tristezza associare il nome di Castellammare a cose non proprio gratificanti, e purtroppo anche il circolo Stabia non versa in buone acque e in balìa della crisi che stiamo attualmente vivendo.

 

A diciannove anni il primo podio mondiale, a ventidue anni a Seoul primo oro olimpico, poi sei stato costretto a fermarti. Come hai reagito in quei momenti ad un destino così avverso?

Mi sono trovato all’improvviso costretto a fermarmi per una trombosi alla gamba, gli anticoagulanti precludevano la pratica sportiva, mi è stata tolta l’idoneità a dicembre del 1988, tre mesi dopo il mio primo oro olimpico. Da atleta di vertice mi sono ritrovato a lavorare per le Fiamme Gialle e a fare un lavoro d’ufficio. Ho vissuto questi anni da spettatore, per me il canottaggio era finito ed ero ormai solo un tifoso rassegnato, ma dopo sei anni le mie condizioni iniziarono a migliorare e fu rivista la mia situazione clinica, nel 1995 ebbi l’ok per tornare a gareggiare, il mio obiettivo fu quello di rientrare a breve nel giro della nazionale per preparare al meglio le olimpiadi di Atlanta.

E ad Atlanta torni a vincere e a scrivere un pezzo di storia. Sensazioni dopo quell’incredibile oro?

Già essere tornato era per me un regalo grandissimo, poi in fase di preparazione nei vari step abbiamo trovato strada facendo la quadra giusta con Davide Tizzano, ci siamo resi conto in fase di training per Atlanta che questa formazione a due poteva essere la più competitiva tempi alla mano e lì ci abbiamo dato dentro. Non si pensa mai di vincere un oro, ma solo di fare di tutto per arrivare al top con le carte in mano per potersela giocare, poi una volta giunti al traguardo la gioia è stata incredibile e mi ha ripagato di tutta la sfortuna precedente. Un successo frutto di un meticoloso lavoro di squadra perché un equipaggio è la somma di vari elementi, non smetterò mai di ringraziare i miei vari compagni di avventura, frutto della nostra grande tradizione, per tutto l’affetto e il sostegno che mi hanno dato dopo la delicatissima fase che sono stato costretto a vivere.

Hai gareggiato in quasi tutte le specialità, differenze e metodologie di approccio in ogni singola disciplina?

Alla fine mi sono trovato a gareggiare in tutte le specialità, ognuna ha delle sue peculiarità ma le regole del canottaggio sono più o meno le stesse ed un atleta che ha le basi giuste riesce ad esprimersi efficacemente in ogni tipo di equipaggio. Detto questo è chiaro che gareggiare in un otto con vuol dire far parte di una squadra di calcio dove ognuno ha dei compiti ben precisi, è importante l’affiatamento e l’alchimia tra ogni singolo elemento, mentre in una gara singola o di coppia la faccenda cambia completamente e i fattori in ballo sono legati all’esplosività e alla reattività che quel tipo di gare richiedono. Sono mondi completamente diversi, con regole e stimoli differenti anche se il fine ultimo è sempre quello di mettere la propria imbarcazione davanti a tutte le altre.

Le Fiamme Gialle ti hanno sostenuto in tutto e per tutto soprattutto nella fase più difficile della tua carriera. Ringraziamento doveroso a loro e a tutti i Corpi Militari dello Stato?

Sono fondamentali perché reggono col loro supporto le sorti di molti sport nazionali, senza di loro molte discipline olimpiche non sarebbero sostenibili per cui ringraziarli è assolutamente doveroso. Questo può talvolta però essere un limite perché non tutti ambiscono a voler entrare per forza in un corpo militare, per cui se un giovane vuole continuare a studiare sarebbe opportuno, come accade in quasi tutte le nazioni europee, garantirgli un percorso formativo che gli permetta di laurearsi facendo anche sport. Siamo ancora indietro perché manca un piano B alternativo che escluda l’obbligo per un atleta di indossare per forza una divisa.

Lo stato attuale di salute del canottaggio. Come siamo messi oggi? Abbiamo diverse frecce al nostro arco per Tokyo?

A livello mondiale abbiamo delle forze abbastanza giovani che da un lato ci garantisce una continuità nel medio lungo periodo, sono ragazzi che proseguiranno negli anni la loro avventura in acqua e questo è un bene per tutto il movimento. Per Tokyo vedremo di sicuro i nostri ragazzi lottare su più fronti, a partire dal quattro di coppia che potrà dire la sua in una caccia al podio. Difficile sbilanciarsi, ma la fiducia c’è e negli anni il canottaggio azzurro ha sempre dimostrato di essere all’altezza. Saranno Olimpiadi diverse e anche un po’ strane, non escludo diverse sorprese.

Il rapporto con i tuoi fratelli. Presenza un po’ ingombrante o grande stimolo per raggiungerli ed eguagliarli?

No assolutamente. Nessuna presenza ingombrante, loro hanno fatto la storia e dato grande risalto mediatico a questo sport fungendo da traino a tutto il movimento, tanto di cappello a loro. Io ho fatto la mia strada e sono molto contento di quello che ho fatto e del cognome che porto, ho raccolto il testimone portando un Abbagnale ancora sul gradino più alto del podio nel duemila a suggello di un ventennio fantastico che la nostra famiglia si è regalata col lavoro e il sacrificio. Tutti siamo un po’ debitori del loro esempio e della loro dedizione, senza i quali la miccia non si sarebbe accesa.

Un messaggio di speranza perché prima o poi questa pandemia finirà. Torniamo a fare sport e a utilizzare un po’ del nostro tempo per uscire dalla sedentarietà?

Praticare un’attività sportiva è importantissimo, sia per la propria salute che per lo sviluppo e la maturazione come persona. Avere il piacere e la curiosità di voler imparare cercando le motivazioni giuste, a prescindere da quale disciplina si approcci, questo deve essere lo spirito che deve guidarci quando usciremo da questa situazione di stallo. Abbiamo davanti una grande opportunità che questa ripresa prima o poi ci presenterà, dobbiamo saperla cogliere incentivando e invogliando i ragazzi a muoversi e a fare sport invertendo la tendenza grazie al traino di queste Olimpiadi come volano che spinga a far provare nuove pratiche sportive. Servirebbe anche un’informazione più omogenea che di fatto in questo Paese non esiste, il calcio e i motori monopolizzano i circuiti mediatici e agli altri restano le briciole, se questo assetto non cambia rischiamo di commettere sempre gli stessi errori, cosa che in questa fase sarebbe ulteriormente dannosa per i nostri ragazzi.

Fabio Bandiera
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