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Tòth e Kertész, gli eroi ungheresi più forti delle deportazioni naziste

Tòth e Kertész, gli eroi ungheresi più forti delle deportazioni naziste

La storia di Istvàn Tòth e Géza Kertész è una di quelle che difficilmente dovrebbero essere dimenticate, la storia di due grandi campioni del calcio ungherese e italiano, in campo e in panchina, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno salvato la vita di centinaia di ebrei a discapito della propria.

I protagonisti della nostra storia nascono nell’effervescente Budapest di fine ‘800, la culla del calcio danubiano, che si sta affermando come uno dei più belli e vincenti d’Europa. Istvàn da ragazzo ha un fisico non particolarmente adatto ad uno sport come questo, è alto poco più di un metro e sessanta e pesa quasi 80 chili, ma ha uno scatto fulmineo, e una tecnica fuori dal comune, è famoso infatti per riuscire a battere i calci d’angolo direttamente in porta. Géza invece è alto più di un metro e novanta ed è soprannominato il bradipo per la sua lentezza, ma ha un’intelligenza calcistica fuori dal comune, è l’allenatore in campo delle squadre in cui gioca. Entrambi diventano calciatori professionisti, Istvàn nel Nemzeti, che lo cede dopo qualche anno alla squadra più titolata del paese, il Ferencvàros, e Géza nel BTC Budapest; sono due dei migliori giocatori del campionato ungherese, infatti il loro primo incontro avviene proprio nel ritiro della nazionale, nel maggio del 1914, entrambi convocati per un’amichevole contro l’Austria, poco prima dello scoppio della Grande Guerra. Un incontro tanto breve quanto decisivo, nasce infatti una fraterna amicizia che segnerà indissolubilmente le loro vite.

Alla riapertura dei campionati, infatti, nel 1920, Kertész viene acquistato dal Ferencvàros su consiglio dell’amico. Tòth si conferma una delle stelle del campionato magiaro, continuando a vestire la casacca della nazionale, alla quale si stanno affacciando due promettenti ragazzi, che diventeranno i due più grandi allenatori della storia calcistica dell’Ungheria, Arpad Weisz e Bela Guttmann, ma questa è un’altra storia. Kertész invece è un giocatore ormai sulla via del tramonto, ha trent’anni, viene da una lunga pausa dovuta alla guerra, non è più quello di prima. Gioca altri tre anni, di cui gli ultimi due senza mettere piede in campo, decidendo, nel ‘23 di dire addio al calcio giocato.

Due anni più tardi però le strade dei due compagni di squadra, amici, fratelli, devono separarsi, perché Tòth continua a giocare, mentre Géza, decide di cedere alle lusinghe del presidente dello Spezia calcio, accettando il ruolo di giocatore-allenatore. Dopo un iniziale scetticismo, però, l’armata guidata dal magiaro trova continuità, e alla fine dell’anno stravince il campionato di seconda divisione, approdando in massima serie. In Italia il nome di Kertész inizia a circolare velocemente, infatti il giovane allenatore riscuote un grande successo soprattutto per i suoi metodi di allenamento innovativi: pignolo, esigente, prepara i giocatori con la ginnastica svedese, introduce i ritiri collegiali. Nei successivi dieci anni allena con alterne fortune Salernitana, Catanzaro, Catania (dove lascerà un gran ricordo), Viareggio, Taranto e Carrarese, guidando, nella stagione 39-40, la Lazio ad un insperato quarto posto in Serie A.

Nel frattempo anche l’amico Istvàn ha intrapreso la carriera di allenatore però, e con ottimi risultati, guidando sempre il Ferencvàros alla vittoria di tre campionati consecutivi, due coppe d’Ungheria, e una Coppa Mitropa, antesignana della Champions League. Arriva anche per lui la chiamata dall’Italia, allena Triestina ed Ambrosiana-Inter, nella quale gioca un giovane ragazzo di nome Giuseppe Meazza.

I due amici, lontani nelle carriere, ma sempre vicini, capiscono che in Italia il calcio è affar serio, e scelgono il Bel Paese come loro seconda casa. Tutto normale, fino al 1938 però, anno in cui vengono promulgate le leggi razziali, l’aria cambia rapidamente, e restare in Italia per i due tecnici magiari non è più sicuro. Decidono di tornare in Ungheria, ufficialmente uno dei paesi neutrali, specie Géza, nazionalista convinto, non abbandonerebbe mai la propria patria in un momento così delicato. Tòth torna ad allenare il Ferencvàros, e, ironia della sorte, Kertész allena gli acerrimi rivali dell’Ujpést. In guerra, però, le cose cambiano molto velocemente, infatti in pochissimo tempo anche Budapest viene occupata dai tedeschi, la grande comunità ebraica viene rinchiusa nel ghetto e decimata di giorno in giorno.

Per molti ormai le deportazioni fanno parte della quotidianità, ma non per Istvàn e Géza, che sono nati e cresciuti a Budapest, e non ci stanno a vedere amici e colleghi ebrei vessati dai tedeschi.

Decidono di fare qualcosa, vogliono salvare gli ebrei che non sono ancora stati deportati. Prendono contatti con la resistenza ungherese, creano una loro organizzazione, allacciano importanti rapporti con i servizi segreti statunitensi. In poco tempo l’organizzazione di Kertész e Tòth risulta una delle più efficienti di Budapest, sono centinaia gli ebrei che vengono nascosti in una fitta rete di case e monasteri, molti vengono anche fatti fuggire dal paese.

Per un anno intero i due riescono a non destare alcun sospetto, e nell’ottobre ’44 arrivano notizie rassicuranti, l’Armata Rossa infatti è alle porte di Budapest, la città potrebbe essere liberata da un giorno all’altro, bisogna resistere, i due amici ce l’hanno quasi fatta.

Dopo due mesi di cruenti scontri, gli alleati stanno per sfondare il cordone eretto dalla Wehrmacht, si intravede finalmente la luce in fondo all’interminabile tunnel. Qualcuno però denuncia Kertész e Tòth alla Gestapo, i due allenatori vengono immediatamente scoperti e arrestati, è il 6 dicembre 1944. Non tutte le speranze sono perse, infatti il 26 dicembre gli alleati riescono ad entrare a Budapest sbaragliando l’esercito tedesco che però rifiuta ancora di arrendersi, indietreggiando fino al Castello di Buda, roccaforte della Wehrmacht. I tedeschi sono stremati da una battaglia dall’esito già scritto, vorrebbero arrendersi se solo Hitler glielo permettesse, ma l’ordine non arriva, si continua a combattere. Nel Febbraio del ‘45, dopo quasi quattro mesi di battaglia, i tedeschi decidono di tentare la fuga, prima però, bisogna eliminare tutti i prigionieri.
Istvàn Tòth e Géza Kertész ormai stremati dalla prigionia, vengono trascinati nel cortile del Castello, dove vengono barbaramente fucilati assieme ad altri cinque commilitoni. Sette giorni più tardi gli alleati sconfiggeranno definitivamente la Wehrmacht concludendo l’assedio di Budapest.

Sta a noi non dimenticarli.

LEGGI ANCHE: Johann Trollmann, il pugile sinti che sfidò il Nazismo

 

Andrea Loiacono
A cura di

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