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Tostão, O Rei Branco

Tostão, O Rei Branco

Negli anni ’80, un abitante della zona ovest di Belo Horizonte con problemi alla vista, si sarebbe potuto facilmente imbattere nello studio dell’oftalmologo Eduardo Gonçalves De Andrade. Il dottore dal viso bonario, dal grande baffo, e con un accenno di pancia, era fino a poco tempo prima uno dei migliori calciatori brasiliani di sempre, un campione del mondo del 1970: Tostão.

Curioso il destino di diventare un oculista per un giocatore costretto a ritirarsi a ventisei anni per un distacco della retina. Nella sua breve carriera, durata dieci anni, ha fatto in tempo a segnare 304 gol in 468 partite, vincere sei titoli con il Cruzeiro e il mondiale con la Seleção più forte di sempre.

Come tutte le storie di calcio brasiliano del secolo scorso, quella di Tostão iniziò nelle strade di un quartiere di periferia, stavolta di Belo Horizonte, Minas Gerais. Il bambino Eduardo, classe 1947, troppo forte per i suoi coetanei di sette anni, giocava con quelli di dodici. Furono loro ad affibbiargli il soprannome Tostão, la moneta brasiliana di minor valore all’epoca. Pare che fosse un destro naturale, costretto da un problema all’alluce a imparare a giocare con il sinistro.

Si narra che i giocatori della Associação Esportiva Industriários, la squadra del suo quartiere, avevano bisogno di un uomo per affrontare quella giovanile dell’Atletico Mineiro. La prima scelta era non era lui, ma tale Toró, un coetaneo di Eduardo chiamato così perché aveva le fattezze di un toro. Pare che Toró abbia però rifiutato di indossare i pantaloncini della squadra, per paura che tutti vedessero la sua pelle rovinata dalla vitiligine. Eduardo seguì il copione: segnò e fu portato in trionfo dai suoi nuovi compagni.

La carriera professionistica di Tostão iniziò nel 1962 quando aveva quindici anni. Il suo primo club fu il Cruzeiro, ma all’inizio giocò solo nella squadra di futsal. Venne ceduto subito ai rivali dell’América Mineiro, dove segnò sedici gol in ventisei partite. Queste statistiche convinsero il presidente del Cruzeiro, Felicio Brandi, a riprenderlo la stagione successiva, stavolta nella squadra di calcio a 11. Insieme a lui c’erano Piazza, futuro campione del mondo nel 1970 e soprattutto Dirceu Lopes, grande talento offensivo che quei mondiali non li giocò. Tostão e Dirceu Lopes sono attualmente i due primi marcatori della storia del Cruzeiro, con 245 e 223 gol. Con i due in attacco il Cruzeiro vinse cinque titoli dello stato Minas Gerais consecutivi e soprattutto la Taca Brazil 1966, la vecchia forma di campionato brasiliano, in cui batté con un clamoroso 6-2 il grande Santos di Pelé, già due volte campione Intercontinentale.

Il 1966 fu cruciale per Tostão: a diciannove anni venne convocato nella Seleção da Vicente Feola per il mondiale inglese. Il torneo del ’66 fu un disastro organizzativo e tecnico per i brasiliani campioni in carica: i quarantasette convocati uscirono già al primo turno. Tostão sostituì Pelé nella partita persa 3-1 con l’Ungheria, segnando il gol del Brasile. Dopo quel mondiale O Rei lasciò la nazionale, e Tostão ne divenne il leader offensivo.

Quando nel 1969 Pelé tornò, ci furono perplessità sulla convivenza tra lui e Tostão, ma il controverso nuovo selezionatore, il giornalista Joao Saldanha, decise di farli giocare insieme. Fu questo il primo esperimento della Seleção dei cinque numeri 10, che dominò i gironi di qualifcazione: erano Pelé, Tostão, Gerson, Jairzinho, e Dirceu Lopes. Saldanha fu licenziato per motivi politici poco prima del mondiale 1970, per volontà dell’ammiraglio Garrastu Medici,  allora presidente  di  quella che non sembrava più una Repubblica. Il sostituto Mario Zagallo, già compagno di Pelé nel mondiale in Svezia del 1958, preferì non stravolgere la squadra messa in piedi da Saldanha. Si limitò a sostituire Dirceu Lopes con Rivelino.

Tostão rischiò di non giocare il mondiale in Messico: nel 1969 una pallonata in faccia gli provocò lo scollamento della retina. Andò ad operarsi a Houston e riuscì a recuperare per la Coppa del Mondo, non senza aver rischiato di perdere la vista. L’incidente ebbe ripercussioni qualche anno dopo, e lo costrinse a un precoce ritiro.

Quella del Brasile di Messico ’70 fu la miglior prestazione di una nazionale a un mondiale di calcio. Il mondo ammirò un divino Pelé a colori, all’apice della sua carriera. In campo, accanto al miglior giocatore del pianeta, più vicino di Rivelino o Jairzinho, c’era Tostão, con il quale O Rei scambiava più spesso la palla. La stempiatura del numero nove – non evidente come quella di Gerson – fece sembrare l’allora ventitreenne Tostão un veterano. Tuttavia non fu solo quel dettaglio fisico a ingannare gli spettatori, ma anche il suo modo di giocare.

In mezzo a quei virtuosi del tacco, della suola, Tostão mostrava una misura nell’attitudine e una sobrietà nel gioco poco brasiliane e molto europee. Era un dieci che faceva il centravanti, oppure un nove che faceva il regista. I suoi movimenti verticali ricordavano quelli di Alfredo Di Stéfano: era infatti un giocatore di gran tecnica che amava sia iniziare che concludere l’azione offensiva. Altri strumenti a disposizione di Tostão erano un sinistro potente, ottimo controllo di palla, gioco di prima, lanci e filtranti precisi, dribbling secco (in bacheca trofei, un tunnel a Bobby Moore).

Il minerinho de ouro dopo i vittoriosi mondiali si trasferì al Vasco da Gama, che lo comprò facendo notevoli sacrifici economici. I tifosi carioca non riuscirono ad apprezzare la nuova stella, perché Tostão annunciò il suo precoce ritiro dal calcio neanche un anno dopo il suo arrivo.

Tostão uscì dalla ribalta in silenzio, approdando a una vita semplice, senza interviste e con poco spazio per la nostalgia. Tornò a vestire gli abiti di Eduardo Gonçalves De Andrade, un giovane studente di Belo Horizonte che si laureò in medicina, si specializzò in oftalmologia e esercitò la professione di oculista.

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