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Tom Pryce, il peggiore dei giri

Tom Pryce, il peggiore dei giri

C’è stato un semidio effimero della pioggia; uno che chiamava amico Giove Pluvio; perché quando le nuvole cominciavano a strizzarsi scurendo il tracciato, lui diventava capace di tenerseli tutti dietro gli scarichi. Che si chiamassero Lauda, Peterson, Regazzoni.

Lui, non la macchina: su quella che aveva già meritato non fece in tempo a salire. La sua valeva poco e gli restò sempre il dubbio se fosse più lenta o più fragile.

Anche perché dalle sue parti un giorno senza pioggia era più raro di un pub senza Guinness: così amava ripetere, per motivare la sua abilità.

Aveva le stigmate del vincente: ebbe solo il tempo di dimostrarlo, non quello sufficiente a goderselo. Perché la Formula Uno degli anni settanta non ammetteva che si potesse dire bravo a chi non fosse sul serio. Quasi sempre spietata seduttrice, che lasciava a piedi tanti suoi amanti capitati per caso nel suo letto d’asfalto; spesso signora con la falce, nei giorni maledetti della sua folle potenza senza contrappesi di sicurezza.

Sin dagli inizi in Formula Ford si era reso riconoscibile prima per la bravura, poi per quella forma particolare di dominio che il suo talento acquisiva quando gli pneumatici sputavano rivoli d’acqua dalle scanalature. E aveva continuato in Formula Tre, facendosi applaudire anche nelle giornate di sole.

Fu al volante di una Token, uno dei tanti team – meteora che si affacciavano sulla scena della massima formula tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo per poi repentinamente svanire, che Pryce ebbe la sua prima chance in mezzo ai grandi del volante. In molti si accorsero subito di lui, a cominciare dai  responsabili dei team britannici, in particolare dall’acume di Colin Chapman, che per la Lotus del futuro aveva pensato subito a lui, prima di far siglare il contratto a Ronnie Peterson. Pryce, tra le altre cose, gli sarebbe costato meno.

Dal 1974 all’inizio della stagione 1977 Tom Pryce oltre al talento mette in mostra anche la capacità di bruciare le tappe. E sempre, sempre, appena il cielo si rannuvolava, sapeva che il suo momento sarebbe arrivato; i suoi giri; le sue occasioni.

Con quella Shadow, scuderia alla quale nel frattempo era passato, nell’attesa di un volante importante che aveva già fatto in modo di meritare; quella macchina in mano a tanti altri la si poteva soltanto leggere nelle ultime posizioni alla fine dei gran premi, se reggeva per tutti i giri. Con lui conobbe piazzamenti, giri veloci, podi. Persino una vittoria, anche se in una gara non valida ai fini del computo mondiale: la “Corsa dei campioni” a Brands Hatch. Ultima volta nella Formula Uno, prima e ultima di un gallese sul gradino più alto.

Il quinto giorno di marzo del 1977, a Kyalami, si corre il Gran Premio del Sudafrica. All’alba della stagione della già avviata consacrazione definitiva di Tom Pryce. Partito male, malissimo; risalito quasi subito, con Stuck e Laffite ormai nel mirino. Giro numero venti.

Due tornate dopo, l’altra Shadow, la numero 17 condotta da Renzo Zorzi, deve accostare sotto quella specie di tribuna ricavata da una collinetta sopra il rettilineo. Fumo e lingue di fiamma: Zorzi si precipita fuori dall’abitacolo. Occorrono estintori: arrivano due commissari. Uno raggiunge la monoposto, sul ciglio della strada. L’altro non c’è più, semplicemente, quando sta per toccare il cordolo con il piede.

Si chiama Jansen van Vuuren, cognome olandese come tutti i bianchi afrikaaner. Ha diciannove anni, un passo prima è tutto intero; un passo dopo andrà riconosciuto per esclusione, facendo la conta degli altri, prima di portare all’obitorio ciò che di lui è rimasto.

Lo hanno evitato per un pelo, scartando sulla destra, Laffite e Stuck; mezzo secondo dopo Pryce, che ha la visuale coperta dagli scarichi degli altri, lo centra a duecentosettanta chilometri orari.

E se possiamo darvi un consiglio, non andate a cercare le immagini.

Ha un estintore in mano, il ragazzo: finisce dritto sul casco di Pryce.

La Shadow numero 16 prosegue per cinquecento metri, più o meno, senza decelerare, allargandosi verso destra, con un casco distrutto e inclinato in modo innaturale nell’abitacolo. Mani rimaste sul volante, il resto di Pryce è volato via, sul colpo. La vettura finisce in collisione con quella di Laffite, poi si accartoccia come una lattina addosso alle recinzioni. Fuori dall’abitacolo non ha più un volto, Tom Pryce, durante il più vano dei massaggi cardiaci.

Quando diciamo, giustamente, che ci atterriscono ogni volta le immagini dell’incidente di Villeneuve, di quello di Senna, dobbiamo essere grati alle inquadrature dell’epoca per averci nascosto almeno qualche fotogramma di quell’impatto, di quella prosecuzione di traiettoria sempre più larga con un cadavere alla guida.

Aveva già dimostrato di essere un campione, Tom Pryce; sul bagnato era addirittura un fenomeno. Del resto, bastava averlo conosciuto a dieci anni, quando il fornaio che aveva davanti casa, a Ruthin, in Galles, gli faceva guidare il furgone, senza che arrivasse ancora al parabrezza.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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