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TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

Se c’è una costante nel mondo NBA, quella è l’imponenza dei giocatori che ne fanno parte. Omoni dall’altezza spropositata, dai fisici scultorei, dalle doti atletiche disumane. Inutile negarlo: per entrare in quella realtà occorre avere un fisico tutt’altro che normale. Oppure no? Non è difficile smentire questa condizione apparentemente necessaria. Basta pensare a un piccoletto che per tanti anni, malgrado le mille difficoltà, ha entusiasmato parecchi palazzetti, dando tutto se stesso per il gioco. Stiamo parlando proprio di lui, di TJ Ford.

 

Nato a Houston nel marzo 1983, figlio di uno dei re dei playground texani, TJ fin da piccolo dimostra una dimestichezza col pallone impressionante. Il padre e il fratello maggiore lo crescono a pane e palla a spicchi. Peccato che debba affrontare un problema: non cresce abbastanza. E se i primi anni questo problema non emerge, con l’avanzare degli anni quei centimetri in meno iniziano a farsi sentire contro gli avversari. Cosa fare per trovare una soluzione? Semplice: se non si può accrescere la propria altezza e la propria stazza, si può sempre affinare la tecnica. E così alla Willowridge High School  TJ si distingue non solo per il suo ball handling, ma anche per la sua incrollabile dedizione al lavoro e umiltà.

Tant’è che il passaggio nel 2001 ai Texas Longhorns, in NCAA, è tutt’altro che traumatico. Ford si mette a disposizione dell’allenatore, continua a lavorare sodo e migliora sempre più le sue incredibili proprietà di palleggio unite ad una rapidità fulminante. E infatti, nell’anno da sophomore, TJ riesce nell’impresa: da leader della squadra trascina i suoi Longhorns alle Final Four, un traguardo che mancava all’ateneo texano dal lontano 1947.

 Peccato che la fine di quella splendida annata cambierà per sempre la sua vita. Il giorno è di quelli di festa: al palazzetto della Texas University va di scena un’amichevole che sancirà la fine della stagione, Ford non sta nella pelle. Sarà l’ultima volta che calcherà quel parquet, visto che per l’estate lo aspetta il Draft e l’ingresso nel basket che conta. La partita scorre tranquilla, quando a causa di un contatto di gioco TJ cade a terra. Sembra nulla di grave, eppure non riesce ad alzarsi. Comanda alle ginocchia di tirarlo su, alle mani di sostenerlo, eppure non ubbidiscono. Sembra paralizzato, mentre gli altri lo fissano atterriti. 



 
Dopo un’oretta vissuta nel panico finalmente tutto ritorna alla normalità, il suo corpo torna a dargli segni di vita. Però l’esito degli esami medici è lapidario: stenosi spinale. Ossia un restringimento anormale di una delle regioni della colonna vertebrale, che può provocare lo schiacciamento dei nervi locomotori e la conseguente mancanza di sensibilità. In poche parole, un forte trauma alla colonna potrebbe causare la paralisi più o meno duratura di alcune parti del suo corpo. Una notizia agghiacciante, che mette a repentaglio il suo futuro NBA.

La situazione è delicata, i medici cautamente consigliano di operare la colonna, ma TJ rifiuta categoricamente. Un’operazione gli impedirebbe una carriera in NBA, non ne vuol sentir parlare. E proprio per questo, malgrado tutto, decide di rischiare e andare avanti, come nulla fosse successo. E così, come da copione, nel giugno 2003 viene selezionato al Draft con l’ottava pick dai Milwaukee Bucks. Il suo sogno s’avvera.

E il primo anno è tutt’altro che negativo, visto che malgrado le percentuali al tiro non esaltanti viaggi a oltre 7 punti e 6 assist a partita. Ma nel febbraio 2004 succede il misfatto: Bucks contro Timberwolves, Ford gioca il pick & roll per poi attaccare il canestro quando subisce un duro contatto. Cade a terra, e anche stavolta non riesce a rialzarsi né a muoversi, davanti agli occhi increduli del pubblico. La seconda volta nel giro di un anno. Per fortuna dopo qualche minuto riesce a riprendersi, ma la paura è stata troppa. Stavolta, su consiglio dello staff medico dei Bucks, TJ va sotto i ferri. Starà fermo un anno intero, saltando tutta la stagione 2004-2005.

E così, dall’ottobre 2005, ha inizio la sua seconda carriera. E il piccoletto di Houston fa vedere finalmente di che pasta è fatto, prima coi Bucks e poi coi Raptors. Viaggia sui 14 punti e quasi 8 assist a allacciata di scarpa, a dispetto del suo metro e ottanta risicato. Finchè però, nel dicembre 2007, ripiomba nuovamente nel baratro: durante il match contro Atlanta arriva l’ennesimo duro contatto. Ford cade a terra, resta immobilizzato, il mondo si ferma. Lo portano subito negli spogliatoi, Al Horford è distrutto per quel che ha fatto involontariamente. Miracolosamente anche stavolta TJ si riprende il cuore che gli martella in petto.

Chiunque in una situazione simile avrebbe detto basta. Ma Ford è follemente innamorato del basket, oltre che assai orgoglioso del suo percorso in NBA, malgrado le sue manchevolezze fisiche. Decide di continuare, di rimettersi in gioco. Decide di rialzarsi, per l’ennesima volta.

Ma in una condizione simile non si può continuare per sempre. Passeranno 4 anni prima che sfortunatamente il nativo di Houston si ritrovi alle prese con la sua malattia, dopo l’ennesimo contatto di gioco, stavolta in maglia Spurs. Ma in questi quattro anni molti sono stati i cambiamenti: TJ ora ha una moglie e due bambini piccoli da crescere. E proprio per questo, dopo l’ennesima caduta, decide di dire basa, di abbandonare il basket professionistico. Una scelta sofferta, ma necessaria.

 Cosa avrebbe potuto dire in campo questo piccoletto, se solo non avesse avuto tutti questi guai fisici? Difficile dirlo, però il talento era immenso. Ma quel che conta non è quanto avrebbe potuto dire, ma quanto ha dato al basket: tutto se stesso. Rialzandosi dopo ogni caduta. Quale modo migliore per distinguersi come un campione?

Lorenzo Martini
A cura di

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