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Thomas Hearns, un macigno sui trampoli

Thomas Hearns, un macigno sui trampoli

La sua boxe bisognava sempre ammirarla dal basso verso l’alto: a guardargli le gambe, sembrava che qualcuno avesse messo scarpette leggere a una cicogna. Quando lo sguardo arrivava alle braccia, era come se avessero legato grosse pietre a un elastico, che arrivava sempre un po’ più lontano di quanto lo spettatore potesse supporre, l’avversario sperare.

Se chi lo affrontava si fosse portato una bussola sul quadrato, a un certo punto avrebbe avuto il sospetto che questa non funzionasse: lui era in grado di variare, a seconda della prospettiva, l’angolo di tiro dei suoi diretti, per aprirsi la strada: “flicker jab” avrebbero chiamato quella che per gli emuli sarebbe diventata una tecnica; per lui un’attitudine.

Il panorama dei pesi medi tra la fine degli anni settanta e quella degli ottanta: l’empireo della boxe, semplicemente; una generazione di re per una sola corona. E lui si segnalò ben presto come uno tra quelli degni di far parte di quell’élite: facendo perno su quelle gambe da trampoliere, dominando la distanza grazie al suo allungo, con il guantone che alla fine della corsa sarebbe arrivato a segno. Ed erano sempre lividi, ematomi; spesso tagli, di quelli che non smettono di sanguinare.

Thomas Hearns da Detroit, la città della Ford; per questo dei suoi due soprannomi, quello citato con enfasi dagli annunciatori è quasi sempre stato “Motor city cobra”, che sarebbe buono come titolo di un film. L’altro, quello più essenziale, che sintetizza il modo in cui sempre cominciava gli incontri e in cui la maggior parte delle volte li concludeva, non solo è ancora oggi il suo preferito, ma anche quello che viene naturale pronunciare ai suoi avversari dell’epoca, anche a quelli che riuscirono a concedersi il lusso di batterlo, come fece Marvin Hagler: “Hitman”, il sicario. Una definizione che si era meritato quasi esclusivamente dal momento in cui aveva varcato la soglia del professionismo, nel 1977. Perché prima, da dilettante, su 155 vittorie soltanto in undici occasioni aveva buttato giù l’avversario prima del limite. Dopo, iniziò a spegnere la luce a quelli che se lo trovavano davanti, solitamente entro la terza ripresa. Per interruttore, la mano destra: macigno scagliato dall’alto di quei trampoli, dando la sensazione che, in un crescendo di dolore progressivamente inflitto, il sicario sapesse sempre riconoscere il momento. Come il 2 agosto del 1980, quando alla Joe Louis Arena di Detroit la folla quasi traboccava sul quadrato: la sua prima chance mondiale, per il titolo WBA dei pesi welter. Di fronte, imbattuto da quattro anni, Josè “Pipino” Cuevas, messicano dall’azione martellante, mobile e coriaceo, collezionista di mascelle altrui, che inizia il match portando un paio di aggressivi ganci sinistri.

A metà della seconda ripresa, il messicano sembra uno di quelli che reggono poco l’alcol e al quale gli amici per dispetto abbiano continuato a riempire il bicchiere per tutta la sera. A venti secondi dalla campana, il sicario gli infligge la pena del contrappasso scrivendogli la sentenza con un doppio gancio destro proprio alla mascella. Precipita, il messicano, senza più l’appiglio di una cintura alla quale aggrapparsi.

Otto anni più tardi, Hearns si ritroverà a essere il primo pugile a vincere il titolo in ben cinque categorie di peso differenti: welter, superwelter, medi, supermedi, mediomassimi. Mettendo massa e muscoli senza mai, apparentemente, cambiare corporatura. Spalmando i chili acquisiti lungo il suo corpo affusolato, preservando la mobilità di quelle gambe così sottili.

Ha combattuto fino a quarantasette anni suonati il sicario, mettendo giù alla decima tale Shannon Landberg nel febbraio del 2006, ad Auburn Hills, in Michigan; sempre per quella storia, che nella boxe ricorre così spesso, degli dei che non riescono a preservare loro stessi dal protrarsi malinconico del proprio crepuscolo.

Nel frattempo, ha impresso nella memoria degli appassionati di ogni angolo del pianeta fotogrammi che hanno segnato un’era pugilistica, vincendo e perdendo; in ogni caso facendo abbattere il suo destro su avversari nei cui nomi è leggibile la grandezza di Hearns, e viceversa. Come la sera del 15 giugno del 1984, al Caesars Palace, quando al termine della prima ripresa Roberto Durán non era nemmeno in grado di capire più quale fosse il suo angolo. Dopo un minuto nel corso della seconda, “mani di pietra” non ha nemmeno visto partire il destro terrificante, come l’uomo che attraversa le rotaie al momento sbagliato.

Quando ha incrociato i guantoni con Ray Sugar Leonard, la prima volta Hearns ha perso, nel 1981, dopo quattordici riprese delle quali nessuna mai è stata dimenticata. Otto anni dopo, da welter si erano trasformati in pesi supermedi e anche in quell’occasione, sempre al Caesars Palace, i giudici avevano decretato un pareggio. – Ma nel bilancio delle nostre sfide, per me ne abbiamo vinta una a testa. –: non l’ha detto Hearns, l’ha detto Leonard, che in quella sera di giugno del 1989 aveva toccato per due volte il tappeto con la testa.

Poi, un capitolo a parte per “la guerra”. “The fight”: così vuole intitolare quella serata Bob Arum, il Re Mida dei promoter di pugilato. Quando vengono chiamati al centro del quadrato per le solite raccomandazioni dell’arbitro, Thomas Hearns e Marvin Hagler si scambiano sguardi che attraverso i primi piani delle televisioni di ogni continente fanno sentire a ogni spettatore il dolore che sta per arrivare: sugli zigomi, al fegato, allo stomaco, sulla mandibola.

La prima ripresa con l’intento e soprattutto l’istinto di una reciproca esecuzione. Hearns guadagna subito il centro del quadrato e si avventa su Hagler: il Meraviglioso assesta qualche colpo prodigioso, per come si apre la strada; ma è la punteggiatura di tutti i pugni che Hearns gli fa piovere addosso. Se non fosse che Hitman al termine dei tre minuti fa sapere al suo angolo di essere pressoché certo di essersi rotto la mano destra. Hagler, dal canto suo, ha un taglio aperto sulla fronte che sanguina copiosamente. Meglio avere poco tempo a disposizione con la testa spaccata, prima che l’arbitro sospenda per quella ferita sempre più vistosa, o affrontare Hagler con una mano sola, per giunta quella sbagliata, da quel momento in poi? Hearns, sorprendentemente, stavolta non ha puntato sul suo allungo, ma è sceso sul terreno del corpo a corpo. Al termine della seconda, guarda Hagler in modo irridente, come per fargli capire che non ha sentito tutti quei colpi. Negli anni a seguire, ogni volta che glielo chiederanno, dirà invece: – Quei colpi me li sento ancora tutti addosso. –

Dopo un minuto nel corso del terzo round, l’arbitro Steele chiede all’angolo di Hagler di esaminare il taglio sulla fronte. Ha ormai così poco tempo, il Meraviglioso, da non avere altra scelta di chiudere il match, prima che glielo chiudano. Quando trova la tempia di Hearns, il sicario perde l’appoggio, beccando un altro paio di ganci quando è già nel vuoto del precipizio. Si rialza, con grande orgoglio, ma senza essere in grado di proseguire. Ha vinto Hagler, in una maschera di sangue. Non ha perso Hearns, non del tutto almeno.

Lo hanno dimostrato, fino all’ultima occasione che ha avuto per pronunciarle, proprio le parole di Hagler, ogni volta in cui gli hanno chiesto di ricordare quel match: “Alzo il calice per Hitman. Lo faccio sempre ogni volta che ci incontriamo, ha il grande merito di aver avuto un ruolo nel rendere il nostro combattimento tra i migliori di sempre”.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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