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The Rumble in the jungle, Foreman – Ali: Ho visto un Re

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The Rumble in the jungle, Foreman – Ali: Ho visto un Re

– Le parole della verità sono toccanti

La voce della verità è profonda

La legge della verità è semplice

Sulla tua anima è il raccolto

L’anima della verità è Dio –

Antico canto Sufi

– La boxe è lo sport al quale tutti gli altri vorrebbero assomigliare –

Il Reverendo George Foreman

È soltanto un colosso venuto dal Texas, più forte di un bufalo, dallo sguardo perennemente torvo e dal pugno demolitore. Distruttivo, annichilente. È anche il Campione del mondo in carica dei Pesi Massimi, perché ha demolito Joe Frazier a Kingston, in Giamaica, abbattendolo per sei volte, anche se Smokin’ Joe avrebbe continuato a rialzarsi all’infinito. Di certo non è ancora il Reverendo, predicatore del culto evangelico, George Foreman, nell’ottobre del 1974, quando se ne sta chiuso nella sua camera d’albergo di Kinshasa, con l’aria condizionata, al termine di ognuno dei suoi massacranti allenamenti, durante i quali corre perennemente il rischio di mandare all’ospedale lo sparring partner che si trova di fronte. Eppure il pomeriggio del 29 di ottobre riunisce in preghiera tutto il suo staff, per chiedere a Dio di proteggere la vita di Muhammad Ali, durante il loro incontro.

Ali, “il ritornante”: riemerso dalle sabbie mobili della sua squalifica, passato attraverso quei reticolati di dolore, a maglie strettissime, che sono stati i due confronti contro Joe Frazier. Ali, intermittente nella danza, dopo il ritorno; non più fulgido nel gioco di gambe, sulla lunga distanza; più possente e diversamente tattico, da quando è stato restituito alla boxe. Ha con sé una vera e propria tribù, in Zaire, prima Congo Belga, dove il dittatore Mobutu Sese Seko, col suo copricapo di leopardo, si sta per accomodare nel cono di luce del centro del mondo, per merito dei loro pugni.

Il titolo più importante del pianeta, questo rappresenta la corona dei Massimi a metà degli anni settanta; solo che stavolta se la contenderanno a due passi dalla giungla, fitta come l’enorme capigliatura di Don King, che sembra un grande ombrello rovesciato, o un grosso cespuglio tagliato ad arte all’interno del quale nascondere soldi, tanti, e segreti, ancora di più.

King è “soltanto” uno che ha in mano il giro delle scommesse a Cleveland, a metà degli anni sessanta ed è totalmente estraneo al mondo della boxe. Attraversa anche un processo per omicidio colposo; segue gesta e gesti di Ali dal carcere, prima di conoscerlo.

Un incantatore di serpenti, che con il pugilato professionistico entra in ballo attraverso una serie di match di beneficenza (a uno prende parte anche Ali) e incontri di secondo piano, ma sempre mirando ai piani alti e senza mai perdere di vista Ali, il fascino che sa esercitare su scala mondiale, i guadagni enormi che moltiplica a ogni saltello. Chiunque venga a contatto con King, capisce in breve tempo che si tratta di un uomo che, non è solo un modo di dire, venderebbe anche la propria madre, se questo fosse un buon affare.

Dieci milioni di dollari, la borsa dei due pugili: cinque per Ali, altrettanti per Foreman. Un compenso impensabile, negli Stati Uniti. Ecco perché l’Africa: con dieci milioni di dollari il dittatore compra una notte di rispettabilità agli occhi del pianeta; una ripulita all’immagine della sua nazione. Il suo potere, sin dal suo insediamento filostatunitense e antisovietico, come sarà per tutti gli anni della Guerra Fredda, è conosciuto per la ferocia e per la violenza con cui si sostiene e si alimenta.

Il vero prodigio di Don king, del quale si dice che “è nero, pensa come un bianco ma ama solo il verde dei dollari”, è condurre trattative separate con Ali e Foreman, promettendo a entrambi cinque milioni quando ancora non li ha trovati; di lì il colpo di genio, perché tale è, di esportare quello che probabilmente è l’incontro più celebre, se non più importante, dell’intera storia pugilistica, in una terra che è al tempo stesso “vergine”, per quanto riguarda un avvenimento di questa portata, e madre, in quanto l’Africa è il ritorno alle origini, almeno nella simbologia, per qualsiasi nero al mondo, anche per quelli che non vi metteranno mai piede. Proprio per questo, diviene da subito l’Africa di Ali, non quella di Foreman, dal momento stesso in cui viene siglato il contratto per l’incontro. Sono entrambi afroamericani, ma è l’unica cosa che abbiano in comune, per quanto riguarda la questione razziale e il modo di elaborarla. Per Ali, anche in funzione del battage in vista dell’incontro, combattere nel Continente nero vuol dire, simbolicamente, la chiusura del cerchio delle sue battaglie, oltre che l’ennesima scoperta, dopo tanti viaggi effettuati in precedenza in tanti stati africani, di quanta ignoranza e quanti luoghi comuni circolino sui loro abitanti. Lo colpisce molto che ci siano così tanti laureati: medici, architetti, avvocati. Si compiace in particolare del fatto che siano sempre più numerosi i piloti d’aereo e d’elicottero: quando era ragazzino, a Louisville, un nero poteva al massimo condurre un camion, o un autobus di linea.

Per George Foreman l’Africa è un posto come un altro dove difendere, da favorito, il suo titolo di Campione del mondo, solo con un ingaggio molto più alto della media: una cifra che, in tutte le loro carriere, non sono riusciti a guadagnare Joe Louis, Archie Moore, Rocky Marciano, solo per fare qualche nome.

Entrambi i pugili, per abituarsi alla calura e soprattutto all’annichilente tasso di umidità di Kinshasa, arrivano nella capitale con molte settimane di anticipo rispetto alla data dell’incontro, fissato per il 25 settembre 1975. Ali, in particolare, programma la partenza in modo da trascorrere l’intera estate in Africa e si presenta con un’autentica tribù: un entourage di trentacinque persone: Angelo Dundee, Bundini Brown, Il Dottor Pacheco, il fidato fotografo Howard Bingham, forse il suo più autentico amico, gli sparring partner tra i quali spicca un giovane promettente: Larry Holmes; ma anche parenti, amici, cosiddetti assistenti, membri a vario titolo dello staff. C’è persino un addetto agli “assaggi” del sudore di Ali al termine di ogni sessione di allenamento, per tenere sotto controllo il contenuto di sali. Tutto il clan alloggia presso una grande tenuta presidenziale nella località di N’Sele, a più di cinquanta chilometri dalla capitale.

Ali gira tra la gente, incontra ogni tipo di persone; si fa accompagnare anche nei quartieri più poveri o malfamati. Nelle gigantesche bidonville dove manca la luce elettrica e ovviamente non c’è l’ombra di un televisore, lui è comunque conosciuto e riconosciuto come se fosse uno di casa, con la differenza che è idolatrato e venerato al punto tale da far pensare che stia per combattere per loro, per gli africani, ancora prima che per lui. Non è soltanto una questione di fascinazione o di ascendente, perché quello Ali lo esercita in ogni luogo del mondo in cui si rechi; stavolta c’è di mezzo una vera e propria forma di appartenenza: gli abitanti di Kinshasa, come il resto degli africani, hanno riconosciuto in lui un vero “fratello”, uno che ogni volta che ha parlato per sé, automaticamente ha parlato anche per loro; ogni battaglia che ha condotto, l’ha condotta perché altri neri, in futuro, non dovessero più aver bisogno di lottare per rivendicare ciò che spetta loro di diritto.

Questa è l’efficacia della sua capacità comunicativa e del talento che ha come promotore di se stesso e, almeno da questo punto di vista, schiaccia ogni avversario, ogni altro nero nello specifico, in quanto a empatia con intere popolazioni. Ecco perché l’antagonista di turno, ancorché nero, sarà sempre uno Zio Tom, ossia il nero mansueto e per questo gradito ai bianchi, come il personaggio del romanzo di Harriet Beecher Stowe, anche quando non merita di essere definito tale: Joe Frazier, per esempio, non meritava quel soprannome.

George Foreman, che col tempo diverrà un uomo amabile e in grado di proferire battute e aforismi profondi e intelligenti, nell’epoca in cui si trova a preparare l’incontro è soltanto uno al quale sono piovuti addosso una repentina fama e molti dollari; che sia nero diventa un dettaglio, perché ciò che si percepisce di lui è l’appartenenza allo stereotipo dell’americano benestante e disinteressato, che ama la Coca Cola, i popcorn e il baseball in tv. Su di lui, perlomeno all’epoca, è molto più facile cucire l’abito da Zio Tom e Ali non si lascia pregare: Foreman non ha mai rilasciato alcuna dichiarazione sulla questione razziale, non ha mai preso posizione in tal senso; per di più nel 1968, durante l’Olimpiade messicana in cui Tommy Smith e John Carlos decisero di alzare il pugno sul podio, lui accettò di salire a ricevere la medaglia sventolando la bandiera americana e Ali fa in modo di ricordarlo a ogni piè sospinto, appena la stampa accende la miccia della polemica.

Mai come in questa occasione la questione strettamente sportiva è infarcita da una miriade di questioni molto più grandi di essa, molto più profonde. Ancora una volta, Ali sta per trascinare sul ring una storia che dovrà essere elaborata dagli storici, dai sociologi, infine dai politici che in un modo o nell’altro tenteranno di strumentalizzarla.

E in mezzo sta la boxe, elevata alla sua ennesima potenza.

Se Sonny Liston, dieci anni prima, era in grado di spezzare il braccio di un avversario con uno dei suoi colpi potentissimi e strategicamente assestati, Foreman può fracassare una cassa toracica, quando mira al busto con i suoi pugni che arrivano percorrendo una traiettoria ampia, quasi circolare, animati da una forza che ha pochi precedenti pur nella storia dei pesi massimi. Proprio in ragione di quella gestualità così “ampia” nel portare i colpi alla figura, Ali in alcuni siparietti con la stampa lo definisce “la mummia”, mimandone la lentezza, la macchinosità. In realtà sa bene quanto possa pestare duro Big George. Pestare, non semplicemente picchiare. Quindi sa anche che dovrà proteggere il più possibile il tronco, in modo da non esporre i già sollecitati reni, i polmoni, lo stomaco a quella sorta di attentato dinamitardo che lo attende sul quadrato dello stadio “20 maggio” di Kinshasa.

Gli allibratori, ufficiali o clandestini che siano, parlano chiaro: una eventuale vittoria di Ali pagherebbe tre volte la posta, il che dà la proporzione delle sue esigue chance, al netto delle provocazioni del pugile di Louisville, che il mondo è disposto a concedergli.

Durante le sessioni di allenamento Foreman pesta così forte che Bill McMurray, un suo sparring trentenne, un pomeriggio per proteggersi gli centra l’arcata sopraccigliare destra con il gomito, aprendogli un vistoso taglio. Siamo a otto giorni dal match e appare chiaro che George non potrà guarire per quella data. L’incontro è rimandato a data da destinarsi, nel disappunto generale. Da quel momento, iniziano a rincorrersi voci di ogni tipo, compresa quella secondo la quale Foreman non vorrebbe più saperne, perché non sopporta di restare in Africa ancora così a lungo. Bisogna dire che nemmeno Ali, pur essendo sempre di più l’idolo del popolo locale e per estensione di tutto il continente, ne può più di bere solo acqua in bottiglia e di sottoporsi a tutta una serie di controlli e restrizioni alimentari che il suo staff adotta per motivazioni igieniche. In quegli stessi giorni, Mobutu fa sapere ai due pugili, in particolare a Foreman, che non sarebbe prudente lasciare Kinshasa mandando a monte l’incontro.

Alla fine, il confronto che tutto il mondo attende viene fissato per il 30 di ottobre, alle quattro del mattino, ora locale dello Zaire, che si traduce nella serata degli Stati Uniti e nella notte europea: è ancora l’occidente, in un modo o nell’altro, a dettare i destini dell’Africa; fosse anche soltanto per un match di pugilato. O “il” match, per la portata epocale che lo rende immortale ancora prima che inizi.

I cinquantamila posti dello Stadio “20 maggio” sono tutti occupati, oltre che fisicamente, anche da un’invocazione, che il pubblico scandisce come fosse il crescendo di un rituale: “Bomaye, Ali, Bomaye”. Uccidilo, Ali, letteralmente, secondo l’idioma Lingala, una delle tante lingue parlate dalle etnie congolesi. Nella declinazione più nobile, sarebbe un’esortazione a uccidere il razzismo e nessuno potrebbe immaginare un alfiere più bello e celebre di Ali per un’esecuzione del genere.

Vestaglia bianca con intarsi che ricordano simboli etnici e tribali, lo sfidante è il primo a salire sul quadrato, in un delirio di acclamazione. “Bomaye”, come se contasse solo il presente, come se il destino del mondo ora fosse tutto dentro quei pochi metri che sono stati rinforzati con lastre di cemento per evitare sprofondamenti nel fango, trattati con resine speciali contro i danni rapidissimi dell’umidità che offusca l’aria e il respiro. C’è voluto un trattamento particolare soprattutto per le corde, che hanno subito più volte un tensionamento molto accurato. Le corde, mai così importanti come stavolta.

Foreman si fa attendere, mentre Ali danza e si riscalda, già svestito, già pronto alla lotta come al sacrificio estremo. Non è un modo di dire.

Chissà se, nell’attesa che il gigante di Marshall, Texas, esca dal suo spogliatoio, a qualcuno dei tanti giornalisti inviati dalle varie e prestigiose testate americane, europee, asiatiche venga in mente che nei sotterranei dello stadio potrebbero esserci centinaia di oppositori del regime di Mobutu sottoposti a torture ed estratti a sorte per cruente esecuzioni, come si vocifera da più parti.

Chissà se è del tutto vero; di certo è verosimile.

Foreman si è fatto attendere, ma adesso la vestaglia rossa con la scritta bianca del Campione mondiale è come se riempisse il terreno dello stadio. Poi la toglie, e per qualche secondo tutto il mondo, compreso Muhammad Ali, osserva la pelle delle spalle quasi lacerata dalla possanza dei muscoli, i bicipiti che sembrano fusti di benzina stracolmi, collegati alla miccia dei guantoni.

Eccoli, uno di fronte all’altro, diversamente monumentali, entrambi pronti al massacro da volgere a proprio favore, ognuno con la sua strategia, con la differenza che quella di Ali stavolta la conosce soltanto lui. Persino Angelo Dundee ne è all’oscuro.

Ali ha il ghigno di chi vuole fare e farsi giustizia, non solo contro un avversario ma contro tutti quelli che hanno screditato i suoi messaggi. Parla, a raffica, con provocazioni che scavalcano il paradenti e sbattono sui pettorali neoclassici di Foreman. Quest’ultimo, coi folti baffi e lo sguardo fisso e imperturbabile sul volto di Ali, somiglia a un grosso felino che ha già individuato la preda, in mezzo all’erba folta della savana.

La prima campana schiude le porte a una ripresa che Ali inaugura raggiungendo per primo il centro del quadrato, come un centometrista che voglia picchiare un lanciatore di pesi. Inizia a tagliare il ring in diagonale, girando attorno a Foreman che tiene i guanti alti, quasi con i palmi rivolti all’avversario. Un particolare emerge abbastanza presto: ogni due passi che Foreman fa per spostarsi, Ali ne deve fare cinque o sei. Una danza troppo dispendiosa, a trentanove gradi e con un’umidità che non fa distinzioni di orario. Si studiano, si colpiscono secondo i rispettivi stili e modi di colpire. Foreman fa detonare soprattutto il destro, quando ne ha l’occasione e già nei primi tre minuti Ali saggia la sua potenza di fuoco.

Seduto all’angolo al termine della prima ripresa, Foreman ha l’aria soddisfatta, abbozza quasi un sorriso mentre ascolta i consigli di Archie Moore, che è al suo angolo.

Ali torna sul ring come uno che abbia già ricevuto un messaggio dalle proprie gambe: così non può durare, ci vuole altro. Cos’altro, in particolare? Ciò che Ali aveva in mente da tempo e che Angelo, Bundini e il Dottor Pacheco avrebbero considerato una follia. Dopo un pugno di secondi dall’inizio del secondo round, Ali fa la cosa apparentemente più autolesionista, contro uno come George: se ne va ad abitare nel ghetto del ring, si rintana sulle corde e si fa cercare e trovare dall’avversario; si appoggia e molleggia, con le braccia verticali a schermare il più possibile il viso con i guantoni, i fianchi con i gomiti. Comincia l’azione pesante di Foreman e sembra che il grosso gatto abbia immobilizzato il suo topo ballerino. Piovono pugni sui fianchi e sul costato, sulle spalle di Ali, abbracciato dalle corde. Gli intermezzi del suo jab pungono di quando in quando la faccia di Foreman, come fastidiosi mosconi, nella notte africana che sta cedendo il posto all’alba più gande che ci sia. Nulla sembra fermare il martello pneumatico del texano, soltanto la campana.

Al termine della seconda ripresa, Foreman ha l’aria convinta, non vede l’ora di tornare al centro del quadrato.

Il terzo round, tra le urla di Angelo e di Bundini che fanno da controcanto al coro della folla che chiama Ali al compito supremo, ineluttabile, ricomincia con Foreman che sembra voler picconare una cava di marmo. Ali è in posa da vittima sacrificale, sordo agli ordini del suo angolo che gli suggeriscono di sottrarsi dalle corde; molleggia il più possibile mentre addosso gli grandinano addosso i colpi: Foreman ora ha mille guantoni e li sta adoperando tutti assieme. Ogni tanto uno di quei mosconi gli punge il naso, o la fronte, quando Ali riesce ad aprire la gabbia.

Alla fine del terzo round, Foreman ha l’aria truce di chi comincia a pensare come finire la propria vittima.

Grosse funi, le vene che gli tagliano i bicipiti in senso longitudinale, piene di tutto il sangue che un uomo è disposto a spendere per cancellarne un altro.

Non si discosta dal copione la quarta ripresa, durante la quale Ali cerca di legare l’avversario per placarne la furia, a più riprese. Piantato sulle gambe, Foreman fende l’aria greve di Kinshasa con i semicerchi delle traiettorie dei suoi pugni che continuano a piovere tra costole, clavicole, scapole di Ali. Qualcuno arriva anche sul volto, con una potenza letale, che però non toglie ad Ali il ghigno da provocatore, né lo costringe a star zitto. Tutti, anche all’angolo di Ali, in quel momento pensano che si tratti delle ultime volontà, seppure provocatorie, di un condannato, perché nessun uomo potrebbe durare più di così contro chi lo sta operando a cuore aperto. A nessuno viene in mente di chiedersi quanto possano durare le munizioni di Foreman: se nel loro terzo match, quello di Manila, l’anno successivo, Frazier – parole sue – darà ad Ali i pugni sufficienti ad abbattere un palazzo, Foreman gli ha già dato quelli bastevoli a radere al suolo una città.

Quando finisce la quarta ripresa, Foreman ha le palpebre leggermente abbassate, il viso segnato dalle punture di Ali, un po’ frastornato dal suo ronzio; ora pretende di raccogliere il frutto dei suoi sforzi. Il tempo del sacrificio è giunto, quel “Bomaye” ora lo ricaccerà in gola a un continente intero. Ora, perché le sue braccia l’hanno già meritato.

La quinta ripresa, le Colonne d’Ercole del “Rumble in the jungle”, la rissa nella giungla: tutta la benzina che ancora possiede nei fusti dei bicipiti, Foreman la devolve a quella che nei suoi piani è l’accelerazione definitiva dei tempi del “suo” match: Ali sembra frastornato ora, a ogni secondo che passa sembra debba iniziare a vacillare; le corde abbracciano un uomo colpito più di tutte le volte che sarebbe stato lecito immaginare. Deve essere pazzo, perché si capisce che continua a esortare Foreman a colpirlo, come se non ne avesse abbastanza: dev’essere per questo che i pugni di George continuano a essere pesanti, ma appesantite ora sono le braccia, più corti i passi con cui si avvicina ad Ali, il quale in un rantolo gli sussurra: – Mia madre me le dava più forti…

Alla fine della quinta, Foreman ha palpebre spesse, zigomi lucidi, fiato grosso. Lo comincia a tormentare lo stesso interrogativo che si sta ponendo il resto del pianeta: perché Ali è ancora in piedi? Quale stregone può avergli infuso quella capacità di resistenza che un uomo solo non ha mai posseduto?

Tornano al centro del quadrato. Foreman ricomincia a colpire un uomo che è come se non riuscisse a cadere; forse qualcuno dovrebbe tagliarle, quelle corde, per consentirgli finalmente di andare giù. Foreman addosso ad Ali, con tutto quello che ha in corpo, ma proprio Ali sembra chiamarlo addosso a sé.

Col sole che sta abbassando il sipario della notte, si distinguono ora i profili reali dei due pugili: nulla è stato, fin dall’inizio, ciò che è sembrato. Quelle corde morbide sono le sabbie mobili dove i piedi di Foreman, sempre meno mobili, stanno sprofondando: dove vanno a finire i pugni che ora si perdono a metà del tragitto, come treni troppo carichi che deragliano? Chi ora può dire con certezza quale sia la vittima, tra i due, quale il carnefice? Dalla seconda ripresa in poi, Foreman ha avuto da Ali il permesso di fargli tutto quello che avrebbe desiderato alla vigilia. Ora sta scoprendo che non è ancora stato abbastanza e che lui sta correndo il rischio che tutti quei pugni non siano serviti a nulla, perché dei due, sembra essere lui, ora, a non poterne più.

“Rope a dope”: prendi al laccio l’imbecille.

Finito il sesto round, Foreman forse non sente più alcun consiglio, dal suo angolo. Avverte solo il dolore che gli attraversa i muscoli, ma a renderlo insopportabile non è la fatica, bensì la frustrazione. Gliel’ha appena detto Ali, dopo la campana: – Adesso tocca a me –.

Destro, sinistro; destro, sinistro: Ali trova ora sempre più varchi per far entrare il suo diretto, mentre Foreman impiega tutta la lucidità residua per prendere atto del paradosso in cui si è infilato da solo, diventandone vittima a poco a poco: la sua Wermacht di pugni si è fatta strada attraversando la steppa sconfinata del match; Ali è ora una Stalingrado nera e irridente che lo ha fatto avanzare fino al cuore dell’incontro, aspettando la neve dell’acido lattico. Non ci sono più provviste di energia, solo l’eco di quel “Bomaye” che lo rende solo in un mondo dove nemmeno il suo colore lo rende fratello di qualcuno.

Alla fine del settimo round, Foreman ha la testa incassata nelle spalle, l’ampio torace che si alza e si abbassa come un mantice, il viso che fissa un punto imprecisato, lontanissimo: forse è lì che si è smarrito il suo controllo del match; o forse il controllo lo ha sempre avuto Ali e lui ha saputo soltanto prenderlo a pugni, come l’avversario gli chiedeva di fare, fino a che tutta quella furia le corde gliel’hanno fatta rimbalzare addosso sotto forma di una fatica disumana, persino per un gigante.

Destro, sinistro, destro: Ali non ha più bisogno di cercare nulla di George, ora: ha braccia e spalle di ghisa, occhi velati da una consapevolezza non lucida, ma dolente. Se prova a colpire ancora, George, è soltanto per la rabbia di aver capito tutto e per questo in un frangente rischia di volare oltre le corde, vibrando uno degli ultimi pugni nel vuoto, fendendo un’aria che si sta caricando di pioggia.

Bomaye, Ali, bomaye.

Sul finire dell’ottava ripresa, Foreman avanza un’ultima volta, deciso a mettere nel pugno destro tutto ciò che gli rimane, soprattutto in termini di orgoglio, più che di speranza; Ali è di nuovo vicino alle corde e riesce a schivare il colpo. George ha ruotato il busto di centottanta gradi, per vibrare il pugno; nel tornare in assetto, abbassa la guardia aprendosi il sipario sulla faccia ammaccata: sinistro, destro di Ali, potentissimo.

Si aspetta di ricevere un terzo colpo, a quel punto, George Foreman, Campione del mondo in carica. Se lo aspetta anche il resto del mondo, in quel frangente. Invece Ali gli ha guardato i piedi che stavano già perdendo l’appoggio.

Sempre ruotando le grosse spalle, quasi cercando un appiglio invisibile, come un povero cristo sbronzo che non riesca più a camminare all’uscita da un bar, comincia a precipitare, George Foreman.

Nel vederlo piroettare, si ha come la sensazione di assistere al distaccamento di un grosso lastrone di roccia che venga giù da un pendio, con un uomo lì sotto che si preoccupa soltanto di non essere nella sua traiettoria. Per questo, Ali lo vede cadere e non infierisce: anche se dovesse rialzarsi, come in realtà accade quando l’arbitro è già arrivato al nove, nel conteggio, George è finito. Lo sa lui per primo. Lo sa anche il temporale, che si prende la scena subito dopo, nel fragore dei tuoni che interrompono ogni comunicazione satellitare e isolano Kinshasa dal resto del mondo“Bomaye, Ali, bomaye” continua a scandire la folla sotto il diluvio.

Il cronista Pete Bonventre, di “Newsweek”, riuscirà tra mille peripezie a raggiungere la tenuta di N’Sele, qualche ora dopo l’incontro. Ali è seduto sugli scalini del villino, circondato da alcuni bambini africani ai quali sta mostrando qualche piccolo gioco di prestigio. Non si capisce, tra i bimbi entusiasti e il nuovo Campione del mondo, chi si stia divertendo di più.

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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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