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Teófilo Stevenson: tutto l’oro di Cuba

Teófilo Stevenson: tutto l’oro di Cuba

 Il 29 marzo 1952 nasceva a Cuba, Teófilo Stevenson, leggendario pugile caraibico che durante tutta la sua vita non è mai sceso a compromessi  per amore per il suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia.

Cose che non sapremo mai. Forse per questo ancora più belle, quando le si immagina. E ognuno in cuor suo, o affidandosi alle proprie convinzioni, può continuare a dirsi certo di come sarebbe andata a finire, se fosse accaduto. E tutti continueranno ad avere ragione, proprio perché non è mai accaduto.

Ci sono poi quelle storie per le quali il dubbio appartiene soltanto a chi le racconta dall’esterno, perché i protagonisti non se lo sono mai posto, in fondo: laddove gli altri vedevano un bivio, loro continuavano a mettere a fuoco soltanto il proprio sentiero.

Non è mica roba da poco avere a che fare col pensiero di ciò che saresti potuto essere se…e invece no. No perché è roba ancora più grande quella in nome della quale hai fatto la scelta. In questo caso è carne, sole, cibo, danze e sorrisi della tua gente. In questa storia è la coincidenza tra il sentirsi a casa e l’esserci davvero, per latitudine dovuta alla nascita prima e per orizzonti ideali poi: come venire alla luce due volte, la seconda più importante della prima.

Dove comincia la storia di Teófilo Stevenson? Comincia dove proseguirà fino alla fine, cioè a Cuba, ma con i lineamenti del viso ingentiliti dal sangue delle Antille, da dove viene suo padre. Comincia e si estende su un corpo monumentale, dalle braccia lunghe e già predisposte a essere forgiate dall’accademia pugilistica: perché a Cuba la boxe è al tempo stesso una forma d’arte e un’espressione di appartenenza marziale. Oltre che un ideale che ne supporta uno più grande; che gli dà lustro, che sboccia come un fiore all’occhiello di un’isola e, ovviamente, di un regime. Ma se il paese è quello in cui sei nato e il regime è una specie di padre più grande di quello che hai in casa, allora può darsi che ti sembrino giusti anche i suoi divieti, i suoi obblighi, la negazione di quelle libertà a cui non avevi mai pensato.

Perché bisogna ricordarsi che un’isola è un’isola soltanto se la si guarda dal mare.

La tecnica sopraffina infusa dai maestri e dalla loro traduzione; un allungo degno di Sonny Liston, vista la proporzione delle braccia; un destro devastante. Devastante. Il jab di Stevenson diventa subito un bisturi di cemento. Quando va a segno, non taglia: frantuma. Un peso massimo agile e letale che può permettersi di coprire le distanze che lui stesso stabilisce.

Monaco ‘72, una medaglia che diventa d’oro già prima della finale, forse, perché durante il percorso la performance più eclatante è quella con la quale nei quarti distrugge, letteralmente distrugge Duane Bobick, la grande speranza bianca del pugilato statunitense. Forse anche per questo viene invitato in Unione Sovietica e insignito del titolo di Maestro Onorario dello sport. Capita a pochissimi stranieri, per quanto di paesi amici, da quelle parti. Montreal ‘76, altro Oro, dopo una finale contro il rumeno Simion che si tiene a (troppa) distanza per due riprese; durante la terza arriva il primo destro di Stevenson e, dopo un decimo di secondo, plana sul tappeto l’asciugamano lanciato dall’angolo dei rumeni.

Centonovantasette centimetri per cento chili abbondanti di muscoli: riesce a essere elegante, non ha nemmeno bisogno di essere cattivo. Somiglia, fin troppo, a qualcun altro. Proprio a quell’altro, sì: a poche braccia di mare, ma a un mondo intero di distanza ci sarebbe Muhammad Ali ad aspettarlo. È il match che il mondo sogna; è ciò che Don King e Angelo Dundee farebbero carte false per vedere da vicino: anche loro stravedono per le qualità di Stevenson; come potrebbe essere il contrario?

L’offerta, al pugile e implicitamente anche al regime di Castro, arriva: cinque milioni di dollari per passare professionista e incrociare i guantoni col più grande. La stessa cifra che due anni prima era stata stanziata per far incontrare Ali e Foreman a Kinshasa, questo è il parametro. Non c’è appassionato di boxe, nel pianeta, che non immagini come potrebbe andare.

E tutti, a questo punto, potrebbero pensare a una scelta sofferta. Abbandonare il dilettantismo di stato e accettare un’offerta milionaria. Tutti, tranne Teófilo Stevenson, che vede solo la propria strada senza far caso al bivio:Cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all’amore di otto milioni di cubani? –

Bisogna riflettere su un’altra questione, di fronte alla sua sentenza esistenziale: non rinuncia solo a una borsa da nababbi; si preclude anche la possibilità di andare ad “abitare” stabilmente tra i grandi pesi massimi professionisti dell’epoca d’oro: oltre ad Ali Foreman, Frazier, Norton, Shavers…contro tutti si sarebbe giocato le sue enormi credenziali. Uscendone ogni volta più ricco, se non sempre vincente. Di certo nessuno di loro sarebbe stato in grado di sottovalutarlo, a cominciare da Ali.

Mosca ‘80, il terzo Oro olimpico, stavolta sconfiggendo in finale l’eroe di casa, il sovietico Piotr Zaev. È diventato un po’ meno mobile, un po’ più pesante e più tattico Stevenson, più raffinato ancora nello scegliere quando portare  il colpo decisivo.

Tre ori olimpici: prima di lui, soltanto lo tzigano ungherese László Papp.

Tra un’Olimpiade e l’altra, i Mondiali dei dilettanti e i Giochi Panamericani: oro, oro, oro, oro…come una litania vittoriosa, paradigma della sua azione massacrante, delle sue doti fisiche e tecniche che a nove anni gli consentivano di essere già utilizzato come sparring per allenare i pugili adolescenti.

Il quarto Oro olimpico sarebbe probabilmente arrivato a Los Angeles nel 1984, se la porzione di mondo dominata dal socialismo reale non avesse boicottato l’Olimpiade statunitense. Nel frattempo, nel 1982 aveva conosciuto una delle sue rarissime sconfitte contro il nostro Francesco Damiani, giovanissimo, granitico.

L’ultimo oro, prima di chiudere una carriera votata ai record dello sport e non ai suoi business, a Reno, nel 1986, nel Mondiale Dilettanti dei Supermassimi.

Ali lo ha poi incontrato, certo, quando entrambi erano uomini maturi e cominciavano a invecchiare molto diversamente: nelle immagini Ali incrocia i guantoni con lui davanti ai fotografi; ha occhiali scuri per nascondere lo sguardo già in parte assente; Stevenson è eretto come una quercia e ha il sorriso appagato di chi non vorrebbe aver vissuto in nessun altro modo.

La malattia avrebbe poi sgretolato Ali un milligrammo alla volta; Stevenson invece ha spento l’interruttore sul mondo da un’istante all’altro, a causa del suo grande cuore, quello che aveva indirizzato tutta la sua vita, scandendone scelte e amore incondizionato per la propria terra.

Chissà se prima di guardare il cielo sopra L’Avana per l’ultima volta avrà ripensato a quello che ha definito il suo incontro più “difficile”, quello per la Finale Olimpica del 1972, quando il rumeno Alexe, pur di non affrontarlo, preferì far sapere di essersi fratturato il dito in semifinale.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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