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Teofilo “Al” Brown detto Panama: l’artista con i guantoni

Teofilo “Al” Brown detto Panama: l’artista con i guantoni

Aveva e continua ad avere ragione George Foreman, per quella volta in cui si trovò a dire che “La boxe è lo sport al quale tutti gli altri vorrebbero assomigliare”. All’ombra dei campioni più celebri e delle storie alle quali più filmati e contributi ci permettono di attingere, vive e prolifera un sottobosco di combattenti dalle storie inimitabili, dalle esistenze così romanzesche che romanzarle sarebbe impossibile e non vi appaia come un paradosso. Affondano le radici un po’ più lontano nel tempo, ma proprio per questo vale la pena di andarle a scovare, resuscitandole di quando in quando alla memoria degli appassionati, o di chiunque voglia conoscere storie di vita vissuta.

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A ritroso nel tempo, in un’alba di pellicole e cineprese, tra il crepitio della consunzione e i puntini bianchi che quasi spezzano il confine fra un fotogramma e l’altro, una specie rara di altissimo felino si muove all’interno di un quadrato antico. Ha gambe affusolate come giunchi neri, una statura fuori dell’ordinario, dorsali che gli aprono le spalle come un ombrello. I suoi piedi descrivono frenetici cerchi concentrici, col compasso delle leve interminabili; dei suoi avversari si percepisce innanzitutto il disorientamento, mentre lui li avvolge nelle spire dei suoi movimenti.
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Un Peso Gallo, con un’anima speciale; spalmata e dissimulata, anche e necessariamente, lungo gli inconsueti centimetri della propria statura: Alfonso Teofilo Brown, detto Al per comodità, per abbreviare quello stesso tempo che lui sottraeva alla sofferenza dei suoi avversari, sempre salvaguardando l’appagamento del pubblico, il suo senso estetico. Perché certi combattenti sono stati innanzitutto artisti, altrimenti non l’avrebbero chiamata “nobile arte”, la boxe.
Anche Panama, lo chiamavano, perché lì era nato; a Colòn, per la precisione, dove il mondo inizia o finisce a seconda dei punti di vista; dove una virgola di mare è un passaggio verso la terra, o viceversa. Un varco, lo definirebbe un poeta: Panama Brown lo era, senza saperlo, o forse sì; certamente nel modo di combattere, ancora di più in quello di concepire l’esistenza.
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Campione del mondo per la categoria nel 1929, primo afroamericano di cultura ispanica a fregiarsi della corona; soprattutto dominatore della scena, al punto tale da voler ampliare il palcoscenico oltre le corde che lo delimitavano. Perché ci sono i luoghi di nascita, quelli d’adozione e infine quelli dell’anima: se New York lo aveva adottato, Parigi lo innamora, innamorandosene a sua volta. E’ come se la capitale francese lucidasse la sua muscolatura nitida con un velo di champagne, confondendo il momento della performance con quello dello svago, disorientando i suoi stessi estimatori, quando in un pugile artista riconobbero l’artista pugile: ballava, cantava, discettava di arte, di letteratura, nelle molte lingue che aveva imparato; il ghigno impastato di dolcezza era lo stesso con cui finiva i suoi avversari, nell’apparente leggerezza del dolore inflitto.
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Sorprendente come soltanto la vita sa essere, come solo a Parigi sa sublimarsi, osservava una metodica disciplina quotidiana negli allenamenti, per poi tradirla sistematicamente quando il sole lasciava il posto alle insegne luccicanti della Rive Gauche, quindi tornandole fedele all’indomani: come avesse uno stomaco a parte per le ostriche e per il liquore, in un addome sempre fulgido per gli esercizi.
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Ci vuole sempre un poeta per riconoscerne un altro: appassionato di arti grafiche sin dall’infanzia, Jean Cocteau non poteva che innamorarsi del suo atleta disegnato con tratti di china, quasi filiforme come certe erbe spontanee sul greto di un fiume. Fu un amore così scandaloso, agli occhi del mondo e del secolo, che il destino lo fece sbocciare nell’unica città che davvero potesse proteggerlo: si amarono al punto tale che tutti sapevano, nessuno parlava. Persino l’oppio del poeta, coi suoi fumi, riusciva a starsene sull’uscio della loro intimità, non intaccando la nitidezza del sentimento. Forse potenziandola. L’uno insegnò all’altro tutta quella vita che non aveva fatto in tempo a conoscere, e viceversa.
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Ha boxato fino a quarant’anni, Teofilo Brown, detto Panama. 
Con l’avvento della guerra, affrontò la china discendente di un oceano di ritorno, lasciando onore e amore a Parigi, in uno di quei “per sempre” che hanno tutta la forza del presentimento.
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Visse da artista di strada gli ultimi anni della sua vita, saltimbanco forse ancora più sublime perché ridotto in povertà; saltimbanco dell’anima sua, avrebbe detto Palazzeschi.
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L’ultima campana lo sorprese mentre lottava con la tubercolosi, sfiancato da un destino che non riuscì mai ad avere la sua stessa grazia; in povertà e dimenticanza, come molti campioni prima o dopo di lui: unico cliché, se permettete, di una vita inimitabile.
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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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