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Tanti auguri Leggenda! A tu per tu con Dino Meneghin

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Tanti auguri Leggenda! A tu per tu con Dino Meneghin

Nel mondo globale dello sport nostrano è ormai in vigore di fatto una netta separazione tra i bei tempi andati che furono, dei quali restano ancora intatti i sapori e gli odori, le cui scie riempiono i nostri ricordi e i tempi moderni dove è tutto talmente rapido, mutevole e sfuggente che fai fatica a coglierne l’essenza. La pallacanestro moderna non fa eccezione al riguardo e seguirla negli anni è diventato sempre più difficile a causa dei continui cambi di casacca che disorientano anche l’appassionato più entusiasta e devoto sempre alle prese con roster nuovi e zeppi di stranieri spesso deludenti. Riavvolgendo il nastro della storia basta fare alcuni nomi per riaccendere la lampadina della nostra mente cresciuta a suon di derby Milano-Varese, a finali scudetto tra Bologna, Milano, Pesaro e Cantù, e il primo che viene in mente a tutti è quello di sua maestà Dino Menghin. Una vera e propria icona vivente che ha attraversato venticinque anni del basket italiano e mondiale (1969-1994) lasciando, come nessun altro, un segno indelebile nella crescita popolare di questo sport. Dodici scudetti, sei Coppe Italia, sette Coppe dei Campioni, tre Coppe Intercontinentali, due Coppe delle Coppe e una Coppa Korac a cui vanno aggiunti due bronzi europei, l’argento olimpico di Mosca 1980 e lo straordinario oro di Nantes agli Europei del 1983, questo il suo palmarés che non ha bisogno di ulteriori commenti. Finita la carriera a quarantaquattro anni Meneghin ha ricoperto il ruolo di Team Manager della nazionale e, dopo una parentesi come commentatore per Sky, è stato eletto presidente della F.I.P. dal 2009 al 2013 ricevendo dal presidente del Coni Gianni Petrucci nel 2016 la presidenza onoraria.

Nel 2006 La Federazione stessa lo ha insignito del massimo riconoscimento inserendolo nella Hall of Fame nazionale, cosa avvenuta anche a livello mondiale nel 2010 in cui la Fiba ne ha decretato la grandezza quale secondo atleta azzurro degno della Hall of Fame a fianco dell’ingegner Pierluigi Marzorati. E’ inoltre l’unico giocatore italiano a essere inserito anche nella Hall of Fame della prestigiosa Nba. Davanti ad una leggenda simile non possiamo che alzarci tutti in piedi e ringraziarlo per il suo contributo decisivo nella palla a spicchi e, approfittando del suo settantesimo compleanno, abbiamo avuto l’onore di contattarlo per rivivere insieme a lui le tappe salienti della sua stratosferica carriera, con un occhio puntato alla situazione attuale del basket nostrano.

Buongiorno Dino, innanzitutto auguri da tutti noi del blog. Arrivi a settant’anni con che spirito? Come sta oggi Dino Meneghin?

Se ci penso mi vengono i brividi, per cui cerco di pensarci poco avendo la fortuna di vivere una vita talmente intensa e dinamica che non mi lascia grandi momenti di pausa. Ci pensavo l’altro giorno quando abbiamo festeggiato mio fratello che ha superato da un po’ gli ottanta, è un traguardo importante e ci arrivo con lo spirito di sempre senza guardare il calendario del tempo.

Una carriera interminabile e strapiena di successi. Chi vuoi ringraziare oltre te stesso per questi traguardi raggiunti?

Sicuramente il mio grazie va a tante persone che mi hanno aiutato e supportato durante il mio cammino, a partire dalla mia famiglia che negli anni sessanta trasferendosi a Varese per motivi lavorativi di mio padre mi ha permesso di vivere nella citta numero uno a livello cestistico. Poi devi dire grazie a Nico Messina che mi ha reclutato e fatto innamorare di questo sport a tredici anni, reclutandomi nel settore giovanile della Ignis dandomi la possibilità di arrivare a diciotto anni già in prima squadra e con lo scudetto sulla maglia. Devo ringraziare anche Aza Nikolic che arrivò a Varese nel 1970 dando il via all’epopea decennale che ci ha visto vincere cinque scudetti e quattro campioni. Lui mi ha insegnato ad essere un professionista, attaccato al lavoro e all’etica dello sport e con lui sono diventato un giocatore vero. E poi non posso non ringraziare il maestro Dan Peterson, mi ha fatto arrivare a Milano a trentun’anni quando io pensavo ormai di smettere ed è stato l’unico a credere in me portandomi per altri nove anni ai massimi livelli e regalandomi altre innumerevoli gioie umane e professionali. A livello di nazionale devo molto a Giancarlo Primo che mi ha insegnato l’importanza della difesa che negli anni sessanta, senza tiro da tre punti, era il tassello chiave per essere vincenti.

I tuoi esordi. Gli anni sessanta, i campetti sotto casa…

Ricordi incredibili! Era il 1963 ed io ero andato a vedere una partita di basket studentesca, incontro Nico Messina che mi convoca in palestra il giorno dopo e li incomincia la trafila giovanile. All’epoca si giocava all’aperto e di inverno c’era un freddo boia, mio padre mi accompagnava con un auto familiare che i panchinari utilizzavano per scaldarsi, quando c’era un cambio io uscivo dalla macchina ed entravo in campo. Oggi scatterebbe subito la denuncia al telefono azzurro, ma ripensandoci oggi sorrido e riassaporo la bellezza di quei momenti che mi hanno fatto innamorare di questo sport. Ho rivisto di recente quella palestra che cinquant’anni fa e mi sembrava enorme, è stata una bella emozione.

Quando hai percepito che Meneghin era un talento e che il basket sarebbe stata la tua vita?

Sicuramente il primo scudetto con Varese nel 1969 ha dato la percezione delle mie potenzialità, poi nel 1970 arriva Nikolic e alziamo la Coppa dei Campioni. A venti anni mi trovo già due trofei in bacheca da titolare e li capisco al 100% che quella potesse essere la mia strada. E’ avvenuto tutto in fretta e quasi non me ne sono accorto, ma la consapevolezza della nostra forza viene da lì a tal punto che dal 1970 in poi abbiamo disputato dieci finali consecutive di Coppa Campioni, una cosa che oggi non sarebbe nemmeno lontanamente pensabile.

Il basket di oggi. Ti piace? lo segui? In che cosa è diverso da quello dei tuoi tempi?

Sì, seguo sia il campionato che l’Eurolega e ogni tanto la NBA. E’ un gioco completamente diverso più sincopato, gli atleti sono molto più potenti, veloci e tecnicamente super anche se il gioco lascia un po’ a desiderare. Tanto pick & roll, un abuso a volte scriteriato del tiro da tre non mi esaltano, preferisco vedere attacchi dove la palla gira e i giocatori sono tutti coinvolti, questo lo apprezzo di più anche se è molto raro. In Eurolega il livello è alto e capita di vedere un gioco più organizzato e meno istintivo, mentre da noi il tiro dalla lunga è un po’ esasperato e le soluzioni, complici i ventiquattro secondi, un po’ più frettolose. Avendo giocato tanti anni senza tiro da tre e con i trenta secondi per l’attacco posso dirti che queste innovazioni hanno inciso profondamente nel Dna di questo sport velocizzandolo da un lato, ma sminuendolo nelle sue fondamenta dall’altro.

Hai avuto troppe gioie in carriera, una delusione che ti brucia ancora dentro? E’ la vittoria che ti rende più orgoglioso?

E’ stata la finale di Coppa Campioni contro Cantù nel 1983 persa a Grenoble, ero in gran forma e ho toppato completamente la partita pur essendo reduce da un’infinità di finali e questa amarezza me la porto dietro. Oltre al primo scudetto e la prima coppa dei campioni sono molto fiero del primo scudetto vinto con Milano nel 1982. Mi ero appena trasferito da Varese venivo da un operazione al menisco a trentun’anni, dovevo guadagnarmi la fiducia di tutti e dimostrare a me stesso che ero ancora competitivo dando il mio apporto e cominciando da lì in poi un altro ciclo meraviglioso. Poi giocare a quarant’anni contro mio figlio è un altro ricordo indelebile che mi porto dentro, un emozione unica da padre orgoglioso.

La Nazionale. Nei tuoi anni era tutto più semplice, c’erano italiani di livello e pochi stranieri molto forti e i risultati arrivavano. Oggi è tutto più difficile e i risultati non ci sono più. E’ un problema risolvibile?

E’ un discorso complicato. Era più semplice costruire i giocatori ai miei tempi perchè beneficiavamo anche del valore aggiunto di fortissimi stranieri, oggi è molto difficile per un giovane avere degli spazi per potere esprimersi nei club. A questo aggiungiamo che quelli bravi ce li fregano la NBA e i club di Eurolega, e questo fa si che alcuni disertino o arrivino stanchi ai raduni creando non poche difficoltà a coach Sacchetti nell’imbastire una squadra competitiva che giochi con lo stesso roster due partite di fila. Purtroppo anche la sentenza Bosman ci ha messo del suo impoverendo i vivai, credo che l’unica soluzione sia quella in cui i giovani raddoppino i loro sforzi dimostrando ai loro allenatori che loro valgono per avere più minuti in campo. Non è una situazione facile e sarà sempre peggio, per fortuna noi eravamo più tutelati e abbiamo avuto le protezioni normative per poterci esprimere senza eccessiva pressioni.

Non hai mai allenato, perché?

E’ semplice, perché non ne sono capace. Gestire gli allenamenti e l’aspetto lavorativo della settimana non è mai stato un problema, ma durante la partita a me manca proprio il timing perché io vivo le gare con gli occhi del tifoso senza prestare attenzione alle varianti tattiche in corso d’opera. Non sono bravo a giocare a scacchi con l’allenatore avversario, non ho la gestione dei cambi per cui mi mancava il Dna per fare l’allenatore. Avendo girato il mondo da professionista ho preferito mettere a disposizione la mia esperienza per affrontare e risolvere delle problematiche legate al nostro mondo, cosa che era più nelle mie corde e che ho fatto con grande passione.

L’attività di reclutamento di base nelle scuole. Le istituzioni vi supportano? Si sta facendo abbastanza? Sembra che le quotazioni del basket siano un po’ in ribasso in questi ultimi anni, o sbaglio?

Nelle scuole ci stiamo dando da fare, ma potremmo sicuramente agire di più come per esempio sta facendo il volley in questi ultimi anni. Dobbiamo essere più aggressivi perché è finito il tempo in cui i ragazzi venivano da noi per giocare a basket, oggi è il contrario e in più molti giovani optano per altri sport come il nuoto o il rugby che hanno aumentato sensibilmente il loro indotto negli ultimi anni. Bisogna inoltre avere allenatori e motivatori preparati a livello giovanile che educhino tecnicamente ed umanamente i ragazzi e li facciano innamorare di questo sport. Bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare sodo: stiamo perdendo quota e numero di praticanti, così si rischia di compromettere il futuro di questo sport.

Doping nel basket. Un problema che non è mai esistito.

Assolutamente sì, il basket è uno sport pulito e già negli anni sessanta c’erano i controlli antidoping. A parte qualche caso sporadico di qualche atleta fermato per cannabis, ricordo giusto un paio di casi di gente beccata con anabolizzanti e nulla più. Il basket è uno sport talmente tecnico che richiede intelligenza che non ha bisogno di aiuti, se metti venti chili di muscoli in più non è detto che tu sappia giocare a basket, poi se sei stanco esci e recuperi senza problemi. L’apporto che potrebbe dare il doping in uno sport come il nostro è assolutamente irrilevante e gli atleti ne sono consapevoli, e il movimento a mio avviso è sano a trecentosessanta gradi anche sugli spalti grazie anche all’ottimo lavoro e all’attenzione della Federazione e delle società stesse.

Chiudiamo con un messaggio ai giovani, soprattutto gli adolescenti. Smuoviamoli da questo torpore generazionale.

Oggi la tecnologia regna sovrana tra computer e smartphone e con questa realtà bisogna fare i conti. Le famiglie e la scuole devono spingere i ragazzi all’attività fisica, invece di monitorare ogni anno i tassi di obesità spendiamo i soldi in prevenzione facendo fare sport. Invogliamo i ragazzi ai valori condivisi che solo la pratica sportiva, dall’oratorio alle società organizzate sul territorio, può darti indirizzando risorse sulla formazione di tecnici e dirigenti all’altezza senza i quali non avremo quel ricambio generazionale di cui il basket ha bisogno.

La sensazione che traspare da questa intervista è che Dino Meneghin, oltre ad essere un atleta straordinario, sia un personaggio esemplare a cui il mondo dello sport non può che dire settanta volte grazie per tutto quello che ci ha dato sia a livello agonistico che umano.

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Fabio Bandiera
A cura di

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