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Svezia 1958, il Mondo ai piedi di O’Rei Pelé

Svezia 1958, il Mondo ai piedi di O’Rei Pelé

Il 29 giugno 1958 al Rasundastadion di Stoccolma il Brasile si impone per 5 a 2 sui padroni di casa della Svezia, vincendo il suo primo mondiale della storia, portando alla luce il talento infinito della Leggenda di Pelé. Vi raccontiamo le curiosità e gli aneddoti della coppa del Mondo in terra scandinava.

Dopo il mondiale elvetico, la FIFA decise di assegnare l’organizzazione della sesta edizione della coppa del mondo alla Svezia. Nel 1958 entra in vigore il trattato di Roma che istituisce la Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica tra Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Di fatto le prove generali della futura Unione Europea, oggi percepita da molti come un giogo indesiderato, all’epoca vissuta come aspirazione ideale alla quale tendere. E’ l’anno in cui Modugno e Dorelli vincono il festival di Sanremo con Nel Blu Dipinto di Blu: paradossale, calcisticamente parlando, se si pensa che quello di Svezia è il primo mondiale al quale l’Italia non riesce a qualificarsi, evento unico nella storia solo fino a pochi mesi fa. E, oltre agli azzurri, anche l’Uruguay, per la prima volta, non ottiene sul campo la qualificazione alla fase finale. Sono tutte presenti, invece, le squadre del Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord), distribuite una per ciascuno dei quattro gironi eliminatori. Prima partecipazione anche per l’Unione Sovietica, campione olimpico a Melbourne nel 1956.
E’ anche l’anno dello schianto aereo di Monaco che, a nove anni di distanza dalla disgrazia di Superga, colpisce un’altra grande squadra del calcio europeo, il Manchester United.  


In finale si afferma il Brasile vent’anni dopo il mondiale francese, quando la sua corsa verso il titolo fu fermata in semifinale dagli azzurri di Vittorio Pozzo. Ma, soprattutto, è la vittoria che lenisce il dolore del Maracanazo, la prima pietra nella costruzione di un’estetica del calcio brasiliano bello e vincente che, nel giro di dodici anni, si impossesserà per sempre dell’immaginario collettivo degli amanti del football di tutto il mondo. Una squadra che fa del gioco offensivo costruito sui voli pindarici dei suoi calciatori un marchio di fabbrica, che esige la disposizione su tre linee orizzontali dei dieci giocatori di movimento: 4-2-4 in fase propositiva, 4-3-3 nei momenti di non possesso palla, col ripiegamento a centrocampo dell’ala sinistra. Interpreti di grandezza assoluta come Didì, Vavà e Garrincha impreziosiscono una selecao che mostra per la prima volta al mondo la luce di un diamante purissimo: Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, capace di avvicinare l’interpretazione del calcio a forme d’arte alle quali nessuno prima era riuscito ad arrivare. Alla sua prima apparizione sul palcoscenico mondiale colleziona record come Oscar in una notte di Hollywood: più giovane marcatore in una Coppa del Mondo e più giovane giocatore a vincere un mondiale ad appena diciassette anni e mezzo. Il suo soprannome può essere solo uno: O’ Rei.         


I RISULTATI

Tutti i risultati del Mondiale Svezia 1958


LE CURIOSITA’
Un quarto d’ora accademico

Le partite di calcio, soprattutto quelle dei mondiali, hanno un pregio non comune: sono, con poche eccezioni, puntualissime. Tra le eccezioni rientrò appieno Paraguay-Scozia, poi finita 3-2, che fece registrare un ritardo di quindici minuti. Motivo? Il portiere paraguaiano Aguilar fu costretto dall’arbitro a rientrare negli spogliatoi per trovare una divisa differente da quella con la quale si era presentato in campo che, essendo monocolore, avrebbe potuto generare confusione nella direzione della gara.

Quando non c’era il VAR
Nel match Galles-Ungheria, vinto 2-1 dai britannici, i magiari si trovarono paradossalmente in dieci nonostante avessero appena ricevuto un fallo a favore, fischiato dall’arbitro per un intervento subito da Sipos. Per motivi imprecisati un compagno di Sipos, Antal Kotász, disse qualcosa di poco ortodosso all’arbitro che, giratosi, pensò che a proferire la frase fosse stato il giocatore che aveva subito il fallo. Cartellino rosso per Sipos dal sapore antico dal momento che oggi, con l’intervento del VAR, lo scambio di identità avrebbe potuto essere corretto e il cartellino rosso reindirizzato.

Tutto il mondo è paese
Negativa la spedizione in Svezia della nazionale argentina, eliminata al primo turno del mondiale senza vincere neanche una partita e battuta con un devastante 6-1 dalla Cecoslovacchia. Al rientro in patria i tifosi dell’Albiceleste, inferociti, attesero i giocatori all’aeroporto di Buenos Aires, dove dettero sfogo alla loro rabbia con insulti e lancio di monete che costrinsero la polizia a ricorrere agli idranti per dissipare la folla accorsa.

No pain no gain
Il Brasile, consapevole del potenziale assoluto della sua rosa e desideroso di riscattare l’onta consumatasi al Maracanà otto anni prima, preparò il mondiale del 1958 col massimo scrupolo, cercando di non lasciare nulla al caso. Fu così che Didì, Vavà, Pelè e compagni furono costretti ad affrontare un ritiro lungo tre mesi, nel quale il commissario tecnico Feola si avvalse della collaborazione di numerosi specialisti, ricorrendo anche al supporto di uno psicologo.

Italo-svedesi
Assente la nazionale azzurra, l’Italia fu parzialmente rappresentata al mondiale dai giocatori svedesi che militavano nel nostro campionato: Liedholm vestiva la maglia del Milan, Gustavsson era di stanza a Bergamo, Hamrin a Padova mentre Selmosson giocava nella Lazio e Skoglund nell’Inter. Anche Gunnar Gren, all’epoca trentottenne, aveva un glorioso passato nel nostro paese: insieme a Nordahl e Liedholm, infatti, aveva dato vita al celeberrimo trio Gre-No-Li che mieteva successi col Milan dei primi anni cinquanta. Vestì anche le maglie della Fiorentina e del Genoa.

LA FINALE
28 giugno 1958, Rasundastadion di Solna, contea di Stoccolma: è qui che i padroni di casa svedesi e il Brasile si affrontano per vincere la sesta edizione della coppa Rimet. Entrambe lanciatissime, coi sudamericani che, per individualità e fame di risultati, sembrano più pronti a raccogliere l’eredità della Germania Ovest. L’inizio è subito pirotecnico: dopo quattro minuti il capitano scandinavo Liedholm supera due avversari e infila la porta di Gilmar. È il gol segnato dal giocatore più anziano in una coppa del mondo, un record a tutt’oggi imbattuto. Piove e le condizioni atmosferiche fanno sperare ai padroni di casa di avere un alleato naturale per contrastare l’abilità tecnica dei calciatori brasiliani. I quali però, invece che accusare il colpo, reagiscono immediatamente e, nel giro di cinque minuti, raggiungono il pareggio: Garrincha, Pelè, Vavà, gol. La Svezia continua a giocare, non depone le armi anzitempo. Ma la forza dei verdeoro si esprime in tutto il suo potenziale: Pelè colpisce un palo prima che, poco dopo la mezz’ora, sia ancora Vavà, su assist di Garrincha, a mettere la palla alle spalle del portiere Svensson. Alla Svezia servirebbe la spinta delle sue cheerleader che prima di quella partita hanno sostenuto i beniamini locali con le loro evoluzioni a bordo campo. Il Brasile ha però ottenuto dalla FIFA l’ok per vietarne la presenza nello svolgimento della finale.

Bastano dieci minuti nel secondo tempo per capire con certezza chi alzerà la coppa a fine partita: Pelè mostra tutto il suo talento e la sua fisicità stoppando dapprima un pallone di petto in mezzo all’area di rigore, superando il suo diretto avversario con un pallonetto e calciando al volo in rete la palla nella sua traiettoria di ricaduta. Un gol fantastico che azzera le speranze degli svedesi e definisce l’inerzia della partita verso un 5-2 finale sul quale appongono i loro nomi Zagallo, Simonsson e, all’ultimo minuto, ancora Pelè di testa. Una vittoria senza discussioni in quella che, ad oggi, è stata la finale mondiale più ricca di gol in assoluto.

In patria è festa grande tanto che si registrano sette decessi per infarto tra la popolazione e una settimana intera di canti, balli e stelle filanti a celebrare una squadra ricca di classe e pronta ad aprire un ciclo di vittorie che il Brasile aspettava da tempo. Nel giro di campo celebrativo del dopo partita, i giocatori verdeoro (per l’occasione in maglia blu visto che il sorteggio aveva assegnato ai padroni di casa il diritto di indossare la maglia gialla) vengono applauditi non solo perché ostentano una grande bandiera svedese: il loro valore è tale da non poter non essere riconosciuto.

I PROTAGONISTI

Just Fontaine – Il capocannoniere del torneo fu uno dei pochi protagonisti non brasiliani a riuscire a ritagliarsi un ruolo di rilievo nella storia dei mondiali del 1958. Nativo del Marocco, Just Fontaine, con i suoi tredici gol, trascinò la Francia verso un meritato terzo posto, risultato al quale contribuì fattivamente andando a segno in ogni partita disputata dai galletti transalpini: quattro gol ai campioni in carica della Germania Ovest nella finale di consolazione, tre gol al Paraguay, due alla Jugoslavia e all’Irlanda, uno a Scozia e Brasile. Considerato inizialmente una riserva, seppe alla fine conquistare un record, quello dei gol segnati in un solo campionato del mondo, tutt’oggi imbattuto. Era un attaccante guizzante ed opportunista con un eccezionale fiuto del gol e un notevole coraggio che ebbe la conseguenza di procurargli seri infortuni che lo costrinsero ad appendere gli scarpini al chiodo ad appena ventinove anni. Con trenta reti in ventuno presenze è il quinto marcatore di tutti i tempi della nazionale francese, primo assoluto per media realizzativa con 1,43 gol a partita.              

Garrincha – Manoel Francisco dos Santos, per tutti Garrincha, insieme a Pelè fu probabilmente il maggiore artefice della vittoria del Brasile in Svezia. Era un’ala destra a tutto tondo: imprevedibile, veloce, tecnicamente sopraffino: ad ogni partita deliziava il pubblico con overdose di talento capaci di sorprendere avversari e compagni di squadra. Visse sempre al confine degli eccessi tra la sublime arte del calcio che rappresentava e le debolezze di una vita privata che non riuscì mai ad indirizzare nel verso giusto. La sua capacità di disorientare gli avversari era anche la conseguenza di una numerosa serie di imperfezioni che la natura gli aveva imposto e dalle quali seppe ottenere gioia e successi che in chiunque altro si sarebbero tradotte in mere frustrazioni: la spina dorsale non allineata, il bacino asimmetrico, sei centimetri di differenza tra una gamba e l’altra, ginocchio destro valgo e sinistro varo spinsero i medici a sconsigliargli di giocare a calcio. Ma lui era Garrincha e per il calcio era nato. Un soprannome che gli dette la sorella quando, ragazzino, era solito cacciare quella specie di uccelli alla quale, in fondo, lui stesso somigliava una volta sceso in campo. Nel suo errare disordinato, negli anni settanta passò del tempo anche in Italia, giocando qualche partita in approssimative rappresentative di amatori. Per lui non era un problema transitare dai fasti di un mondiale al calcio di strada, lui che era l’Alegria do Povo, la gioia del popolo. Se ne andò presto in povertà, consumato dai vizi e dall’incoscienza, lasciando malinconicamente negli occhi di chi l’aveva ammirato il ricordo di giocate altrimenti inimmaginabili.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Nils Liedholm, capitano della Svezia nel 1958, rilasciò a vari organi di stampa.

Liedholm, ci vuole raccontare perché alcuni di voi giocarono la finale contro il Brasile coi capelli rasati?

Fu un episodio divertente che non potrò mai dimenticare. Eravamo in ritiro, si parlava di quello che avremmo potuto fare al mondiale. Io e il portiere Kalle Svensson pensavamo che non saremmo mai arrivati in finale mentre i nostri compagni scommisero il contrario. Tutti insieme decidemmo che, se ce l’avessimo fatta ad arrivare in fondo, io e Svensson avremmo dovuto raparci. Ovviamente, se fossimo stati eliminati prima, quella sorte sarebbe toccata ai nostri compagni.

In finale ci arrivaste…
Ed è il motivo per cui io e Svensson giocammo coi capelli della parte alta della testa tagliati a zero!

Come fu quella finale?
Una partita molto bella. Il Brasile aveva una formazione fortissima, giocava con calciatori del calibro di Pelè, Gilmar, Nilton Santos, Garrincha, Didì, Vavà, Zagallo. Dei veri fenomeni.     

Pensaste di poter vincere?

Dopo il mio gol iniziale un pensierino a diventare campioni del mondo lo facemmo. Ma durò davvero poco perché Vavà pareggiò dopo cinque minuti e alla distanza la classe dei giocatori brasiliani si impose. Per noi non ci fu nulla da fare. 

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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