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Strage di Piazza Fontana: quando (quasi) tutto il calcio si voltò dall’altra parte

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Strage di Piazza Fontana: quando (quasi) tutto il calcio si voltò dall’altra parte

Il 12 dicembre 1969 avvenne quella che, da 50 anni a questa parte, è conosciuta come la Strage di Piazza Fontana. Alle ore 16:37 di quel giorno di metà dicembre, all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, esplose un ordigno contenente 7 chili di tritolo.

Il bilancio finale fu tragico: ben 17 persone persero la vita, di cui ben 13 sul colpo, e 88 rimasero ferite. Tale attentato terroristico, i cui colpevoli furono dichiarati alcuni appartenenti al gruppo neofascista di Ordine Nuovo, diede il via a quel periodo storico dell’Italia contemporanea conosciuto con il nome di “strategia della tensione”.

Tra le decine di feriti a piazza Fontana vi è anche una storia che riporta all’ambito calcistico di quel momento. Il protagonista è un ragazzo di appena 12 anni che si chiama Enrico Pizzamiglio.

Il giovane, che viene descritto come una promessa da molti addetti ai lavori, ha un’altra grande passione oltre a quella per il pallone: l’Inter. La Beneamata, dopo il periodo d’oro vissuto negli anni sessanta grazie alla figura del “mago” Helenio Herrera, sta attraversando un momento di transizione calcistica.

Sulla panchina nerazzurra, in quel momento, sedie un altro Herrera: il sergente di ferro proveniente dal Paraguay che di nome fa Heriberto. Il suo omologo Helenio, appena un anno prima, ha accettato l’offerta del presidente giallorosso Alvaro Marchini per andare ad allenare la Roma.

Il rapporto, ed i traguardi raggiunti, tra Heriberto e l’Inter sarà molto diverso da quello con Helenio. Oltre a non aver vinto nessun trofeo nella città della Madonnina, Heriberto Herrera sarà ricordato più che altro per il rapporto pessimo con alcuni senatori dello spogliatoio nerazzurro che avrebbe portato, alla fine del 1970, al suo inevitabile esonero.

Tornando a parlare di Pizzamiglio quel 12 dicembre di 50 anni fa avrebbe dovuto giocare la solita partitella con gli amici. All’ultimo, però, deve rinunciare visto che è costretto andare con sua sorella Patrizia nella Banca di piazza Fontana per pagare alcune bollette ai genitori.

Proprio mentre i due giovani sono in fila allo sportello avviene lo scoppio. La sorella di 15 anni se la cava con alcune ustioni; ben peggio va al giovane Enrico che, invece, deve essere trasportato d’urgenza al Policlinico del capoluogo lombardo per essere operato.

La corsa in ospedale però si rivela inutile ed i medici non possono far altro che amputare l’arto inferiore sinistro alla giovane promessa del mondo del pallone. Poche ore dopo arrivano alcuni amici di Pizzamiglio che vogliono vederlo e sapere come sta.

Purtroppo però non è possibile, il ragazzo si trova in condizioni assai critiche. Gli amici allora si mettono davanti alla stanza dove è ricoverato Enrico in attesa, insieme alla nonna del giovane, e, incrociando un giornalista del Corriere della Sera, gli raccontano che il ragazzo ha un sogno: diventare calciatore. «Sandro Mazzola è il suo eroe» dicono.

La storia di Pizzamiglio finisce sulle pagine del quotidiano di via Solferino che esce la mattina di domenica 15 dicembre. Proprio in quel giorno si sarebbe dovuta giocare, nonostante quanto successo poche ore dopo nel centro della città, la partita Inter-Bari.

Il mondo del pallone nostrano difatti, nonostante il grave attentato, non ha minimamente preso in considerazione l’idea di fermarsi in segno di rispetto per le vittime. La Federcalcio nazionale ha solo imposto che si osservi un minuto di silenzio su tutti i campi; per il resto “lo spettacolo deve andare avanti” come se nulla fosse successo.

Purtroppo, in quella domenica, il tempo sembra giocare un brutto scherzo. Su Milano difatti, fin dalle prime ore del mattino, è presente una fitta nebbia che costringe il rinvio della partita tra Inter e Bari al lunedì successivo.

I due allenatori delle squadre, però, non sembrano molto contenti di quella decisione e nonostante quanto avvenuto poche ore prima a pochi km da San Siro continuano a parlare solamente di calcio. Solo il presidente nerazzurro, Ivanoe Fraizzoli, spende due parole sull’attentato a piazza Fontana durante una breve dichiarazione rilasciata alla stampa: “Ci rincresce molto che si debba giocare domani, nella giornata in cui si svolgeranno i funerali. Purtroppo, abbiamo un regolamento da rispettare: il giocare non toglie nulla ai sentimenti che ognuno di noi prova in questi momenti”. Oltre a lamentarsi del rinvio,  Herrera impone ai suoi calciatori di tornare ad Appiano Gentile per allenarsi in vista del recupero del giorno seguente. A questa decisione, però, si ribellano due dei calciatori più importanti dell’Inter di allora: Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti.

I due, una volta ottenuto un permesso speciale dal presidente Fraizzoli, si recano al Policlinico cittadino per andare a trovare Enrico Pizzamiglio. Poche ore prima, difatti, hanno letto ciò che gli è accaduto sulle pagine del Corriere della Sera.

Una volta giunti alla struttura ospedaliera i due calciatori si fanno vedere dal giovane che però non mostra alcuna emozione come avrebbe fatto qualsiasi ragazzo della sua età in una situazione del genere. Immobilizzato a letto, ancora ignaro dell’amputazione dell’arto e di dover quindi rinunciare al suo futuro da calciatore, Enrico riconosce appena i due nerazzurri pronunciandone i nomi. Mazzola e Facchetti cercano di portare un po’ di sostegno alla nonna del giovane abbracciandola e piangendo insieme a lei per alcuni minuti.

Questo fu il solo momento in cui il mondo del pallone nostrano si interessò su quanto accaduto in Piazza Fontana quel maledetto 12 dicembre 1969. Per il resto però non successe e non si fermò nulla perchè lo spettacolo del pallone non poteva certo fermarsi per un attentato che, nel corso del tempo, incontrò altre zone d’ombre ben più importanti da superare.

Insomma, come dimostrato in altre occasione della storia calcistica mondiale e nostrana, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”

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