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Storia di un vaso

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Storia di un vaso

Come la Luce: Dai Macchiaioli allo Spazialismo è una mostra che ha aperto i battenti domenica scorsa a Varese nella bellissima quanto poco conosciuta location del Castello di Masnago e in Banca Generali Private davanti alla Basilica di San Vittore a Varese e che ospiterà opere di molti importanti autori quali De Chirico, Ligabue, Fontana, Sassu.

Il pezzo che interessa a noi tra quelli esposti però è un vaso in porcellana verde, della Società Ceramica Italiana di Laveno, prodotto nel 1928, data che reca stampigliata in grande e ben in vista, insieme alla scritta “Gara nazionale di Tiro” All’epoca fu colato e smaltato proprio per farne un premio per una gara sportiva di tiro a segno. Appartiene da allora alla mia famiglia perché lo vinse mio nonno Atlante, classe 1898, fante e tiratore scelto dell’Esercito durante la Prima Guerra Mondiale. Non è nemmeno da escludere che il vaso lo abbia anche fatto il nonno con le sue mani, visto che di mestiere era ceramista proprio alla SCI di Laveno, o perlomeno lo avrà realizzato un collega a pochi banchi dal suo. Poi nonno Atlante la domenica al poligono lo ha difeso a colpi di carabina dalle mire di altri colleghi del dopolavoro tiratori come lui e peggio ancora, da concorrenti che arrivavano da fuori e se lo è portato a casa.

Da allora è come scomparso, certo conservato con cura da nonno Atlante e Nonna Adele, poi da mio padre Giovanni, nei vari appartamenti occupati nelle loro esistenze. Fino al giorno in cui ha affrontato il lungo viaggio da Laveno al Castello di Masnago, 20 chilometri, non ha lasciato per 91 anni il territorio del comune dove è stato creato. Da dopo la morte di mia nonna nel 1986 quando si è trasferito a casa di mio padre, non aveva più lasciato quell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo signorile lavenese. Un’opera, minore per carità, la cui bellezza è stata negata al mondo per quasi un secolo, e che ora torna visibile.

Ve lo confesso, del resto io sono un bieco giornalista sportivo, non avrei mai nemmeno potuto pensare a questo concetto: se un bell’oggetto non è visibile, non esiste, la sua bellezza non regala gioia ed emozione, se non magari a chi lo vede tutti i giorni sul tavolo del salotto, che però se non è un appassionato del genere, lo ignora perché è semplicemente il vaso che aveva vinto il nonno al tiro a segno. Mi ha aperto gli occhi sulla questione l’organizzatrice di Come la Luce, Debora Ferrari una vecchia amica dei tempi del liceo Cairoli a Varese che non vedevo da trent’anni e che è venuta a togliere dall’oblio questo pezzo e altri quattro o cinque della collezione di mio padre. Collezione che nemmeno sapevamo di avere, tanto per noi erano scontati quei vasi, qualche quadro, una testa di donna. Erano scontati per me che l’ho ereditata alla scomparsa di mia madre nel 2016 e anche per papà, mancato nel 2011, che sapeva assolutamente con cosa avesse a che fare essendo stato a sua volta un ceramista, ma per lui giudicava pezzi “normali” che aveva visto fare e fatto mille volte e che non potevano incantare occhi esterni, ma facciamoci spiegare meglio da Debora Ferrari cosa a volte dimentichiamo nei nostri appartamenti facendoli scomparire per decenni e perché lo facciamo:

L’atto del collezionare è innanzitutto un atto di amore e di cura, di passione per un oggetto anche di utilizzo quotidiano non solo estetico. Abbiamo vari tipi di collezionismo, il più diffuso è quello che parte dall’amore per qualcosa in base al proprio gusto personale.

Il collezionista poi attua una specie di ‘gelosia automatica’ che gli fa difendere e proteggere il pezzo entrato nella sua vita, sia che voglia essere una forma di investimento sia che rappresenti un piacere estetico. E’ così che poi nel quotidiano il collezionista esibisce i pezzi di valore agli ospiti di casa sua. Con i decenni che passano, gli eredi che ricevono valori devono capirne la storia, rendersi coscienti di ciò che hanno e fare un’operazione di vitalizzazione delle opere, facendole studiare da esperti di settore e rimettendole in esposizione o nelle pubblicazioni perché possano circolare nuovamente.

Questo vaso però a me racconta anche un’altra storia, quella di mio nonno Atlante. Quel nonno che persi quando avevo poco più di otto anni ma che aveva fatto lo stesso in tempo a trasmettermi la grande passione per lo sport che ha sempre accompagnato la mia vita. Lo stesso nonno che vi ho raccontato intento a guardare la partita del Laveno nel 1948 e poi tornarsene a casa sotto la pioggia o spiegarmi le prime Olimpiadi di cui ho memoria, quelle del 1972 a Monaco, seduti a casa sua davanti alla piccola tv in bianco e nero o al bar in centro paese di fronte a una delle prime sperimentali trasmissioni a colori diffuse dalla Rai. Gli ultimi momenti insieme perché nel 1973 perse la ragione e morì per un tumore nell’aprile 1974.

Mi dispiace non mi abbia mai parlato del suo essere uno sportivo, del tiro a segno e delle sue vittorie, ma era un uomo schivo, non parlava mai nemmeno della guerra, né della sua infanzia. La fotografia che ho di lui più nitida in testa era quella che lo vede seduto al tavolo del soggiorno, dopo pranzo, che legge il Corriere della Sera, ogni giorno dalla prima all’ultima riga. Nonostante a scuola non fosse andato, e per quei tempi era già molto per il figlio di un contadino, oltre la terza elementare. So solo, ma perché me lo raccontava mio padre che quando aveva più o meno la mia età di allora già andava a fare legna col padre sulla collina di Monteggia, appena dietro il paese, e che un giorno fu colpito da una slitta lanciata dall’alto lungo il sentiero per mandare a valle il carico, e che si salvò non si sa come. Poi nel 1916 partì per la Prima Guerra, diciottenne. Imparò a sparare, guadagnò numerose decorazioni minori, una croce di guerra, i distintivi delle campagne, non una medaglia al valore che non sarebbe stata da uomo schivo, e tornò nel 1923 dopo aver servito a lungo ai confini. Tornò a lavorare in ceramica, vinse il vaso, sposò nonna Adele Bevilacqua che era imparentata alla lontana con Alfredo Binda, l’asso del ciclismo. Poi nel 1934 arrivò mio padre Giovanni e nel ’39 mia zia Maria Carla. Non resta nessuno. Tranne il vaso vinto in un cimento sportivo.

Chiediamolo anche a Debora, con tutta la sua esperienze di gallerista, critica d’arte, editrice, giornalista, curatrice di mostre saprà rispondere meglio di me: le cose belle raccontano anche storie?

E’ il primo dato importante per uno storico-critico! Certamente! Ciò che interessa dopo la carta d’identità del pezzo che lo ricolloca nell’anno della sua nascita e con la firma del suo autore, è scoprire dove è stato, perché, se ha una storia di altre esposizioni, cataloghi, fiere…e soprattutto aneddoti legati sia alla creazione che al suo ‘uso’ nelle case dei collezionisti. Chi si occupa come noi di catalogazione e inventari d’arte per i privati come per gli enti pubblici fa un mestiere da investigatore, sganciandosi dal web che oggi tutti usiamo per le prime fonti inizia a cercare fonti materiali diverse, testimonianze, libri, connessioni anche tra vari argomenti per ricostruire la storia del pezzo. Solo così l’opera torna a vivere nel panorama contemporaneo e diventa disponibile per altri storici e critici che potranno ‘portarla avanti’ così come per un mercato disposto a farla circolare. Qui entrano poi in gioco altre professionalità come quelle degli esperti di diritto dell’arte -nel nostro caso la dott.ssa Tiziana Zanetti– volte a tutelare anche per il privato le credenziali universali delle opere, per un mercato internazionale.

 Accompagna la mostra un catalogo edito da Trarari TIPI edizioni con contributi di Debora Ferrari e Luca Traini, poi anche di Stefania Barile del Centro Internazionale di Studi di Filosofia e di Tiziana Zanetti, esperta di diritto dell’arte.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al prossimo 8 settembre 2019 e sarà visitabile presso il Castello di Masnago via Cola di Rienzo 42 dal martedì alla domenica ore 10-18  e nella sede di Banca Generali Private, sponsor ufficiale, in Piazzetta San Lorenzo 1/a in orario di ufficio, ingresso libero.

Gli altri partner di mostra sono: SIFFRA Farmaceutici JOY CYCLINSIDE FLAI GRAPHIC DESIGN LOGandSHIP Varese, perché la cultura oggi ha bisogno di fare rete per essere efficace.

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Francesco Beltrami

Francesco Beltrami nasce 55 anni fa a Laveno sulle sponde del Lago Maggiore per trasferirsi nel 2007 a Gozzano su quelle del Cusio. Giornalista, senza tessera perché allergico a ogni schema e inquadramento, festeggerà nel 2020 i trent'anni dal suo primo articolo. Oltre a raccontare lo sport è stato anche atleta, scarsissimo, in diverse discipline e dirigente in molte società. È anche, forse sopratutto, uno storico dello sport, autore di diversi libri che autoproduce completamente. Ha intenzione di fondare un premio giornalistico per autoassegnarselo visto che vuol vincerne uno e nessuno glielo da.

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