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Storia di un pallone da calcio che è andato nello Spazio

Storia di un pallone da calcio che è andato nello Spazio

Il 20 luglio 1969 per la prima volta nella storia l’uomo raggiungeva la Luna. Per l’occasione vi raccontiamo la storia di un pallone da calcio finito nelle spazio.

La mattina del 28 gennaio 1986 avvenne quello che, ancora oggi, è considerato uno dei più gravi incidenti della storia “spaziale” degli USA: il disastro dello Space Shuttle Challenger. La navicella, per l’esattezza, esplose 73 secondi dopo il decollo dalla base John F. Kennedy Space Center, situata nella località di Cape Canaveral in Florida.

La causa del disastro venne individuata in una guarnizione che, dopo una notte di freddo intenso molto insolito per la tiepida Florida, aveva perso elasticità. Era il primo incidente dell’era dello Shuttle e ebbe profonde conseguenza nel programma spaziale degli Stati Uniti d’America: per due anni e mezzo infatti, per l’esattezza fino al settembre 1988, il governo di Washington decise di non far più partire navicelle spaziali con a bordo un equipaggio.

Quel giorno, a bordo del Challenger, erano presenti ben 7 persone, che perirono tutte nell’incidente: 5 uomini e 2 donne (una delle due era Sharon Christa Corrigan McAuliffe, selezionata per essere la prima insegnante in un programma spaziale). Tra i maschi vi era anche un ingegnere di volo dell’aeronautica militare americana: Ellison Shoji Onizuka.

Egli, poco prima della partenza, aveva ricevuto dalla giovane figlia calciatrice un pallone da portare sulla navicella con sé. La ragazza, infatti, era tutta emozionata dalla possibilità di fare diventare il suo un vero e proprio “pallone spaziale”.

La figlia di Onizuka, d’altronde, militava nella squadra calcistica della sua scuola, la Clear Lake High School, vicino al centro spaziale di Houston, dove vivono le famiglie degli astronauti. Purtroppo quel pallone in orbita, visto come si concluse la missione, non ci arrivò mai.

Tale storia però non finì qui visto che, il medesimo pallone, non si disintegrò al momento dell’esplosione ma finì tra i vari detriti che vennero trovati, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, poche ore dopo l’esplosione del Challenger. Visto che fu uno dei pochi reperti della tragedia, il pallone venne riportato nella scuola della figlia di Onizuka e, proprio qui, è stato custodito gelosamente per molti anni.

Per molti anni di questo oggetto non se ne seppe nulla. Ma non fu così per sempre.

Il fato, infatti, volle dare una nuova possibilità “spaziale” al pallone. Qualche anno fa per la precisione, circa 30 anni dopo il disastro del Challenger, fu il turno di Shane Kimbrough di andare in missione. Egli, per chi non lo sapesse, fu uno degli astronauti partiti in missione sulla International Space Station del 2000.

Kimbrough era venuto a conoscenza della storia di questo pallone, in quanto anche suo figlio, come Janelle 31 anni prima, frequentava la Clear Lake High School, e anche lui giocava a calcio nella stessa squadra della figlia di Onizuka, i Falcon. Insomma, si è deciso di dare una seconda possibilità ad un oggetto di per sé senza grosso valore.

Un vero e proprio “passaggio di consegne”  che è stato ben spiegato dallo stesso Kimbrough sul suo profilo Twitter. “Questo pallone era sul Challenger quel tragico giorno. Ellison Onikuza lo portò con sé per sua figlia, una giocatrice di calcio”: ecco il testo del tweet sovra-citato. Un gesto che non ha lasciato indifferente neanche Janelle Onizuka-Gillian, figlia dell’atronauta morto nel 1986. “Questo pallone ha in molti modi continuato la missione iniziata tanti anni fa da mio padre. Viaggia ed esplora lo spazio, ispirando tantissime persone con la sua storia” questo il commento della Onizuka sulla vicenda.

Da parte sua, Shane Kimbrough si è detto “onorato di aver potuto portare questo piccolo frammento dell’eredità del Challenger sulla Iss. Ricordare il Challenger e i membri del suo equipaggio è fondamentale per tutti noi astronauti e per la Nasa, e spero che quando questa palla ritornerà alla Clear Lake High School possa diventare un ricordo per tutte le generazioni a venire“.

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