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Storia dell’Ippica: Ribot l’Italien, il più grande cavallo di sempre

Nello sport esistono campioni che non sono umani. Non alludiamo a quei grandissimi atleti che dominano le loro discipline al punto da meritarsi di essere descritti come extraterrestri, ma proprio a degli animali, ai cavalli da corsa. Principali protagonisti, forse inconsapevoli, forse no, del mondo dell’ippica, tanto antico, con regole codificate già in Inghilterra nel Settecento e ricco di storie e fascino.

Vorremo  presentare una galleria di ritratti di questi campioni a quattro zampe iniziando da quello che è considerato il più grande purosangue di tutti i tempi, Ribot, che il grande Federico Tesio suo allevatore e proprietario così chiamò in onore di un pittore realista francese del diciannovesimo secolo. Ribot era figlio di Tenerani, uno stallone importante, vincitore nell’immediato dopoguerra, era nato nel 1944 in pieno conflitto, delle maggiori prove europee sulla distanza e di Romanella, ottima cavalla che si era ascritta un Criterium Nazionale a San Siro. Era nato a Newmarket in Inghilterra, dove Tesio era solito mandare a svernare le sue fattrici il 27 febbraio del 1952, e quando la primavera seguente scese dall’aereo che lo riportò in Italia, destinato ai prati di Dormello dove aveva sede la scuderia di Tesio, la Razza Dormello Olgiata il suo allevatore commentò laconico: – E’ brutto!– Ebbene non c’è nulla che inganni di più di un purosangue: quello che sarebbe diventato il più grande cavallo di sempre aveva appena indotto all’errore il più grande e capace degli allevatori.

Tesio decise di farne ugualmente un cavallo da corsa e lo mise in allenamento in vista della stagione 1954, i purosangue debuttano a 2 anni, senza però iscriverlo alle classiche del 1955, le iscrizioni andavano fatte con largo anticipo,  il Premio Parioli e il Derby, ritenendolo non all’altezza. Quando Ribot debuttò a San Siro nel luglio 1954 Federico Tesio non lo poté vedere: era morto il Primo Maggio, ultraottantenne. Il cavallo vinse, e in autunno riportò anche il Criterium Nazionale e il Gran Criterium, le massime prove italiane per i due anni, prima di tornare ai prati di Villa Tesio a Dormello per svernare.

Nel 1955, non potendo come abbiamo visto, Ribot partecipare alle prove romane di Parioli e Derby corse e vinse il Premio Pisa nel bell’ippodromo toscano e tutte le migliori corse per i tre anni a Milano. Il Marchese Mario Incisa della Rocchetta che ora guidava la Razza Dormello Olgiata dopo la morte del socio e fondatore Tesio, decise per la trasferta francese, a Parigi per i 2.400 metri dell’Arc de Triomphe, prova principe del galoppo europeo insieme alle King George ad Ascot. Ribot non vi arrivò da favorito e gli italiani presenti quel 8 ottobre 1955 a Longchamp poterono giocarlo 10 contro 1. Vinse agevolmente stupendo il pubblico parigino. Due settimane dopo vinse anche il Premio del Jockey Club a San Siro, altra prestigiosa prova del panorama europeo.

Dopo la pausa invernale si decise di presentarlo anche per la stagione 1956, dopo una serie di vittorie a San Siro, tra cui il Gran Premio di Milano sui 3.000 metri, Ribot riprese l’aereo per l’Inghilterra e sfidò a luglio nelle King George la forma inglese: High Veld, di proprietà di Sua Maestà la Regina Elisabetta II l’avversario principale, lo superò di 5 lunghezze con un perentorio allungo finale. La regia andò personalmente a complimentarsi col Marchese Incisa: – It is exciting to see a good horse winning; Ribot greatly amazed me. – gli disse. Non per nulla l’ippica è lo sport dei Re.

La prima domenica di ottobre eccolo di nuovo a Parigi, per l’ultima corsa della carriera agonistica prima di diventare stallone, anche in questo nuovo ruolo sarebbe stato un fenomeno, diventando padre di decine di vincitori delle più grandi corse europee e americane. Enrico Camici, il fantino che era stato suo compagno in tutte le sue uscite, sapendo che era il passo d’addio, non attese troppo e già a ingesso retta mosse le mani e lo lasciò andare, Ribot staccò tutti in un attimo e vinse in solitudine: la sedicesima vittoria in altrettante corse. “La plus formidable machine a courire qui ait jamais fonctionné sur un Hippodrome: Ribot l’italien.”  scrisse il giorno dopo il più importante giornale francese del settore, Paris Turf.

Acquistato da un allevamento statunitense nel 1959 Ribot morì in quel paese, a Lexington alla Darby Dan Farm, il 28 aprile 1972 all’età di vent’anni per una emorragia interna, la notizia fece in fretta il giro del mondo, nessuno soprattutto in Italia, lo aveva dimenticato.

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