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Storia dei Mondiali: USA 1994, la Coppa del Soccer e l’Inferno di Pasadena

E così, dopo quattro anni, il gran circo dei mondiali torna a varcare l’Atlantico. Per la prima volta sopra la linea del Rio Grande, in quegli Stati Uniti d’America che, dopo il flop del soccer anni settanta targato vecchie glorie, riprovano a spargere sul loro infinito territorio il seme di uno sport che sembra strutturalmente inadeguato alle esigenze di pubblico e sponsor locali. Per attirarli con le dovute credenziali, viene fatto di tutto per recuperare al campo di gioco un Maradona che, per fama calcistica e aneddotica da VIP, è in grado di concentrare l’attenzione mediatica più di Buffalo Bill. Salvo, poi, essere scaricato con la prova del doping nel momento in cui torna ad essere lo scomodo personaggio che prende di mira la FIFA e i suoi maggiorenti.

Fa un caldo dannato nella grande terra d’America. Per esigenze televisive, però, le squadre vengono costrette a giocare ad orari impossibili e lo spettacolo spesso ne risente, soprattutto quando le partite volgono ai tempi supplementari. La squadra di casa, allenata dal giramondo Bora Milutinovic, prova a sovvertire ogni pronostico, inseguendo un sogno che, dato il suo potenziale, è oltre ogni immaginazione. Si arrende con l’onore delle armi solo davanti alla nazionale che vincerà il mondiale, un Brasile europeizzato nella mentalità e nel modo di giocare dai tanti calciatori perfezionatisi al master della nostra Serie A: Taffarel, Aldair, Dunga, Branco, Mazinho costituiscono un solido basamento sul quale sono sufficienti le giocate sulle punte di Bebeto e Romario per ricordare a tutti che il Brasile è comunque il paese del calcio bailado. Una Selecao lontana anni luce da quelle dell’82 e dell’86 tutte spettacolo e divertimento ma, alla fine, tornate in patria accompagnate da rimpianti e delusione.

Ai calci di rigore della finale di Pasadena, i verde-oro hanno la meglio sulla nazionale di Arrigo Sacchi, asceso al soglio della panchina azzurra a miracol mostrare. Fortemente voluto da Antonio Matarrese, deluso dall’andamento dei mondiali precedenti e deciso a vincere la coppa del mondo a tutti i costi, Sacchi è chiamato a riproporre con l’Italia gioco, mentalità e schemi che hanno reso il Milan di Berlusconi (premier da poche settimane) una delle squadre più belle e vincenti di tutti i tempi. Esperimento riuscito a metà perché gli azzurri, seppur capaci di presentarsi in finale e combattere fino all’ultimo per vincere, non convincono mai pienamente dal punto di vista del gioco, fiaccati da un caldo decisamente inadatto al dispendio di energie richiesto dall’applicazione degli schemi del tecnico di Fusignano. Paradossalmente, giungere all’ultimo atto è frutto di due fattori riconducibili più alle ricette del calcio di un tempo (capacità di soffrire e dar palla al più bravo di tutti, che poi ci pensa lui) che al pressing e alla linea alta del fuorigioco. Il nostro sogno, così come quattro anni prima a Napoli, si infrange sulla barriera per noi insuperabile dei calci di rigore, assumendo le sembianze corrugate del pianto, amaro e inconsolabile, di un grande Franco Baresi.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale USA 1994

LE CURIOSITA’

La morte dopo un autogol

Brutta storia quella che mette fine alla giovane vita di Andres Escobar, ventisettenne difensore della nazionale colombiana autore dell’autogol che condanna all’eliminazione la sua squadra. Tornato in patria, Escobar viene ucciso all’uscita di un locale per mano di un sicario, assoldato dai cartelli locali che, con l’uscita della Colombia dal mondiale, hanno perso molto denaro col business delle scommesse clandestine.

Making soccer history

Fu questo il payoff del mondiale americano, che mirava a riaccendere negli USA quell’attenzione per il soccer che, vent’anni prima, era naufragato sotto il peso di grandi stelle ormai a fine carriera. Molte le multinazionali che avevano interesse ad allargare i confini del calcio negli Stati Uniti, appoggiate da uno sponsor d’eccezione: l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger.

Super Baresi

Che Franco Baresi disputasse la finale della Coppa del Mondo contro il Brasile non era un fatto scontato. Non certo per le sue grandi qualità professionali, sia chiaro, bensì per le condizioni di salute: il capitano degli azzurri, infatti, subì una lesione meniscale qualche minuto dopo l’inizio del secondo tempo della partita contro la Norvegia che ne mise seriamente in dubbio la possibilità di scendere nuovamente in campo nel corso di tutta la manifestazione. Fiducia nei compagni, applicazione dello staff medico e dedizione al lavoro gli consentirono un recupero non solo velocissimo (solo ventiquattro giorni) ma anche straordinario, vista la maiuscola prestazione sfoderata nella finale di Pasadena. Purtroppo fu tradito da stanchezza e tensione, che lo spinsero a sbagliare uno dei rigori che condannarono l’Italia al secondo posto.

Dammi tre punti

Nel mondiale americano venne per la prima volta applicata a livello internazionale la regola che assegna tre punti per la vittoria di una partita. Tale disposizione, che comunque non costituiva una novità assoluta dal momento che in Inghilterra era già in vigore dalla stagione 1981-82, fu adottata per incentivare le squadre a cercare sempre la vittoria e, di conseguenza, a mantenere elevato il livello di incertezza e spettacolarità delle partite.

Bad words

Dopo l’”hijos de puta” urlato pochi attimi prima del calcio d’inizio della finale di Roma nel 1990, anche nel 1994 Diego Armando Maradona si fece cogliere dai circuiti televisivi internazionali mentre pronunciava un’imprecazione non proprio oxfordiana. Innervosito dalla squalifica rimediata per doping e dal risultato che i suoi compagni stavano conseguendo negli ottavi di finale contro la Romania, el Pibe si lasciò più volte scappare a gran voce verso il direttore di gara il termine “maricon”, utilizzato nei paesi di lingua spagnola come dispregiativo nei confronti del destinatario verso cui viene pronunciato.

Gomiti alti

Per alcuni giocatori l’arrivo negli Stati Uniti sembrò determinare una nervosa attrazione per i corpo a corpo tipici del football americano o delle arti marziali. Le regole, però, anche in quegli sport vanno rispettate, fattore che Leonardo del Brasile e il nostro Mauro Tassotti non tennero in considerazione. Entrambi, infatti,  furono autori di due gravissime gomitate al volto degli avversari, rispettivamente l’americano Tab Ramos (zigomo fratturato) e lo spagnolo Luis Enrique (naso rotto). Per loro l’esperienza mondiale finì nelle due partite con gli Usa e la Spagna: il primo, infatti, rimediò una squalifica di quattro giornate mentre Tassotti ne collezionò addirittura otto, ponendo anche termine alla sua esperienza con la maglia azzurra.

Doppio record

Nella partita Russia-Camerun, disputata allo Stanford Stadium il 28 giugno 1994, vennero registrati due record assoluti per la fase finale della Coppa del Mondo, entrambi legati alle marcature. Nel roboante 6-1 rifilato dai russi agli africani, infatti, Oleg Salenko fu in grado di siglare una cinquina ad oggi ineguagliata mentre Roger Milla, attaccante dei Leoni Indomabili già presente ai mondiali dell’82 e del 1990, segnò il gol della bandiera alla veneranda età di quarantadue anni. 

LA FINALE

All’ultimo atto del Rose Bowl di Pasadena si presentano l’Italia e il Brasile, a ripetere la finale di ventiquattro anni prima a Città del Messico. Allora le squadre vantavano due coppe a testa; nel 1994 sono diventate tre, per cui la vincente potrà vantare il maggior numero di mondiali conquistati nella storia. E’ il 17 luglio di un’estate caldissima: alle 12,30 locali la temperatura si attesta sui 36 gradi con umidità del 70%. Le due compagini, già fiaccate da un mese di partite giocate in condizioni atmosferiche improbe, scendono in campo ponendo la massima attenzione a non scoprirsi e a risparmiare energie: un gol da recuperare è il primo rischio da evitare per cullare sogni di vittoria. Sacchi decide di far giocare sia Baresi, al rientro dopo l’intervento al menisco, che Roberto Baggio, menomato da un problema muscolare accusato nella semifinale con la Bulgaria. Ma mentre l’azzardo Baresi paga (Franco è tra i migliori in campo), Baggio è irriconoscibile, penalizzato e reso innocuo dall’infortunio.

La partita è lenta e noiosa, tesa: il timore di rischiare soffoca ogni fantasia di gioco. Pochi sussulti, tra i quali val la pena ricordare un tiro dalla distanza nel secondo tempo di Mauro Silva che, non trattenuto da Pagliuca, rimbalza sul palo di destra. Il portiere azzurro, sentendosi miracolato, lo ricambia con un bacio. L’andamento inerziale della partita la fa stancamente scivolare prima verso i tempi supplementari e poi ai penalty kicks, dove gli errori di Baresi, Massaro e Roberto Baggio risultano decisivi. Per la prima volta il mondiale viene assegnato ai rigori: il Brasile festeggia dedicando la vittoria al pilota di Formula 1 Ayrton Senna, idolo nazionale scomparso il 1° maggio dello stesso anno sul circuito di Imola.

I PROTAGONISTI

Roberto Baggio – Dopo il sostanzioso prologo delle “notti magiche” di quattro anni prima, negli Stati Uniti Roberto Baggio mostrò definitivamente al mondo intero la portata sublime del suo enorme talento. Giovane in rampa di lancio con la squadra di Vicini, il Divin Codino nel 1994 prese per mano la nazionale azzurra trascinandola fuori dal pantano dei meccanismi tattici di Arrigo Sacchi, inceppati nella debilitante calura estiva del continente americano. Pallone d’Oro l’anno prima grazie anche alla vittoria della Coppa Uefa ottenuta con la Juventus, Baggio non ebbe un inizio di mondiale facile. Abulico come il resto della squadra nella partita d’esordio, venne sostituito dopo pochi minuti nella gara con la Norvegia per assecondare l’assetto tattico voluto dall’allenatore di Fusignano per fronteggiare la partita che si era incanalata sui binari dell’inferiorità numerica. Gli dette del matto davanti a tutti, deluso e noncurante delle eventuali reprimende che avrebbe dovuto subire. Forse sapeva che l’Italia, soprattutto quell’Italia fatta di buoni cursori e di ragionieri del centrocampo, non poteva prescindere dalle sue giocate, i suoi lampi di genio, le sua capacità realizzative. Dagli ottavi in poi, quando segnò una doppietta alla Nigeria che pensava ormai di avere il passaggio ai quarti in tasca contro una squadra nuovamente in dieci per l’assurda espulsione comminata a Zola, si impossessò con decisione dello scettro di protagonista del torneo, matando la Spagna ed eliminando con un’altra doppietta la Bulgaria.

La sfortuna, compagna abituale di una carriera che, nonostante la sua grandezza, visse di molte discese e risalite, gli mise nuovamente accanto sorella sofferenza sotto le mentite spoglie di un infortunio muscolare, che ne bagnò le polveri nell’allucinata finale contro il Brasile. Nell’attimo decisivo del suo calcio di rigore fece un errore che nemmeno il più avventato Ciccio Graziani avrebbe potuto commettere. Nessuno potrà fargliene mai una colpa se non Baggio stesso, che con quello sbaglio non riuscì a entrare nella terra delle leggende sempiterne del calcio mondiale. Ma all’atto del suo ritiro, avvenuto dieci anni più tardi, non ci fu un solo amante del calcio che rinunciò ad imprecare contro l’impietosa ineluttabilità del tempo che cancella tutto. Anche le opere sublimi che Baggio avrebbe continuato a dipingere sui campi di tutto il mondo.

RomarioAltro grande protagonista di USA 94 fu l’attaccante brasiliano Romario che, in coppia con Bebeto, esprimeva al meglio la tradizione calcistica di un paese che, in quel mondiale, aveva una rappresentativa dai tratti estetici poco pronunciati. Brevilineo (167 centimetri), accompagnato da una tecnica che a Pasadena e dintorni definivano outstanding, Romario ha significato il meglio del calcio verde-oro prima dell’avvento di Ronaldo. Era un centravanti d’area di rigore per via dei suoi piedi fatati e per la poca attitudine al sacrificio. Sembrava spesso avulso alla manovra, perduto nella pigra osservazione delle fatiche dei compagni alle quali, però, sapeva dare valore e significato non appena il pallone tornava a transitare nell’area di rigore. Delle centinaia di gol fatti in carriera, pochissimi nacquero dai suoi colpi di testa o dai suoi tiri fuori dall’area: preferiva costruirli ricorrendo alla raffinata maestria dei suoi tocchi e all’agilità sorprendente delle sue movenze, che lo rendevano letale per le difese avversarie. Un vero incubo per qualsiasi difensore, quasi impossibilitato a comprenderne in anticipo decisioni di gioco dettate dall’istinto e dalla irriverente presunzione di considerarsi il migliore di tutti. Qualità che gli riconobbe niente meno che Johan Cruijff, il profeta del gol, che lo insignì della palma di miglior calciatore mai allenato in carriera.
A USA 94 fu vice capocannoniere, condividendo con cinque gol il secondo gradino del podio della classifica insieme a Klinsmann, Andersson e il nostro Roberto Baggio, al quale sottrasse il titolo di miglior giocatore del mondiale e anche quello di FIFA World Player 1994. Uno scippo che solo a lui era consentito perpetrare.

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