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Storia dei Mondiali: Germania 2006, Italia Campione per dimenticare Calciopoli

Ai mondiali qualche (relativa) sorpresa è ancora possibile: sembra questo il senso dell’edizione di Germania 2006 nella quale si erge a protagonista la squadra allenata da Marcello Lippi, fino a due anni prima tecnico della pluriscudettata Juventus della triade Giraudo-Bettega-Moggi che, pochi giorni prima dell’inizio del campionato del mondo, viene travolta dal cosiddetto scandalo di Calciopoli, nel vortice del quale non può non cadere anche la nazionale azzurra. Perché Marcello Lippi di quella squadra era uomo immagine per orgoglio e senso di appartenenza, sintonia con la dirigenza e condivisione di valori. Perché il capitano, Fabio Cannavaro, di quella Juventus era giocatore fondamentale. Perché dalle indagini emergono modalità di gestione del sistema calcio italiano al quale davvero in pochi possono dichiararsi del tutto estranei. Tra la fine della serie A e il 9 giugno, giorno di inizio del mondiale, le polemiche impazzano: c’è chi chiede le dimissioni di Lippi, chi vorrebbe che Cannavaro dismettesse la fascia di capitano mentre all’estero l’eco dello scandalo getta enorme discredito su tutto il calcio italiano. In queste condizioni è difficile pensare che gli azzurri possano fare un gran mondiale anche perché, difesa a parte, la nostra nazionale non è la migliore quanto a rosa disponibile: Francesco Totti, il giocatore tecnicamente di punta, viene recuperato in extremis dopo un grave infortunio che ne mitiga non poco le capacità espressive; il centrocampo, al netto del maestro Pirlo, è molto muscolare ma con un tasso qualitativo non eccelso. L’attacco deve vivere sulle spalle di Luca Toni, assai prolifico in serie A ma poco avvezzo al clima internazionale.

Con queste premesse l’idea di poter vincere non si affaccia nemmeno nelle ipotesi dei più imprudenti ottimisti. Il calcio, invece, qualche sorpresa la riesce spesso a tener da parte, e nel 2006 questa sorpresa è tinta d’azzurro. Lippi riesce a far leva sulla voglia di reagire e l’orgoglio di una squadra compatta (due sole reti subite a seguito di un autogol e di un calcio di rigore) che, dopo un calendario in discesa (ottavi con l’Australia e quarti con l’Ucraina), legittima il suo arrivo in finale strapazzando la Germania a Dortmund, regalando a tutta l’Italia un momento di orgoglio ed emozione che richiama molto da vicino quello di trentasei anni prima all’Azteca di Città del Messico. La partita con la Francia è un duello rusticano senza esclusione di colpi: gol, traverse, reti annullate e l’espulsione di Zidane portano ai sempre elettrizzanti calci di rigore, grazie ai quali, liberati da ogni complesso, Grosso & C., a ventiquattro anni di distanza dalla notte di Madrid, riportano a Roma la coppa del mondo, tingendo di blu il cielo sopra Berlino. Anzi, d’azzurro.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Germania 2006

LE CURIOSITA’

I cartellini di Zidane

Il campione francese, con l’espulsione rimediata nel finale della partita contro l’Italia, eguagliò un doppio record poco invidiabile: quello del maggior numero di sanzioni disciplinari maturate nella fase finale dei mondiali (sei, a pari merito col brasiliano Cafu) e quello di cartellini rossi (due, come il camerunense Rigobert Song).

La voglia di Totti

Quando, il 19 febbraio 2006, Francesco Totti cadde vittima di un gravissimo infortunio alla caviglia durante il primo tempo di Roma-Empoli, il suo pensiero andò immediatamente al mondiale di Germania e al rischio di non potervi partecipare. A risollevarne il morale fu il dottore che lo operò, il professor Mariani, che, appena uscito dalla sala operatoria, gli comunicò la buona riuscita dell’operazione: combinata a un buon protocollo riabilitativo, gli avrebbe consentito di far parte della spedizione azzurra. Nonostante una condizione fisica decisamente non ottimale, Lippi non volle rinunciare alla classe e all’intelligenza calcistica del capitano della Roma, che lo ripagò quale miglior assist man del torneo e con la freddezza dimostrata nel realizzare il decisivo rigore che portò gli azzurri ai quarti di finale.   

And Soccer goes

Soccer in continua espansione di interesse anche durante i mondiali di Germania. Rispetto all’edizione precedente, infatti, risultarono più che raddoppiati gli spettatori statunitensi che videro la finale Italia-Francia. In particolare a Boston, per la prima volta in assoluto, circa 10.000 persone si ritrovarono in piazza per assistere allo svolgimento della partita, probabilmente sulla spinta della numerosa comunità italiana presente nella capitale del Massachusetts. Più in generale, l’onda lunga di USA 94 e la crescente componente latina della popolazione americana si rivelarono driver importanti nella crescita di interesse del calcio negli Stati Uniti.

Tre cartellini e un’espulsione

Particolarmente nervoso il comportamento del difensore croato Simunic nella partita disputata contro l’Australia. Nell’ultima mezz’ora del secondo tempo rimedia due ammonizioni dall’arbitro Poll che però, per una distrazione che nessuno rileva (giocatori australiani in primis), non espelle il giocatore slavo. Quando, al 48°, un nuovo intervento fuori dal regolamento spinge Simunic verso un ulteriore cartellino giallo, l’arbitro inglese non ha amnesie e lo spedisce negli spogliatoi prima del fischio finale. Croazia-Australia, però, fu l’ultima partita arbitrata da Poll in una fase finale dei mondiali.

Lo share di Del Piero

La semifinale tra Germania e Italia fu molto caricata dai media di entrambi i paesi. L’andamento serrato della partita non deluse le attese e l’equilibrio che portò le due nazionali alla disputa dei tempi supplementari aumentò l’interesse dei telespettatori nel corso del match. Le rilevazioni sull’audience, infatti, indicarono che al gol di Del Piero lo share della semifinale raggiunse quota 95%, equivalente a circa ventisette milioni di telespettatori.

Le richieste di Palazzi

Nello stesso giorno in cui si disputa Germania-Italia, il 4 luglio, la procura federale esprime le sue richieste di condanna per gli imputati coinvolti nello scandalo di Calciopoli. Non è tenero Palazzi, che vuole la Juventus in serie C con sei punti di penalizzazione e la revoca del campionato appena vinto, mentre per Fiorentina, Lazio e Milan chiede la retrocessione in serie B con diversi punti di penalizzazione. Per i tesserati le richieste sono altrettanto pesanti: le più clamorose riguardano Moggi e Carraro, per i quali il procuratore federale vorrebbe la radiazione. Le condanne saranno molto più lievi ma non cancelleranno l’enorme danno di immagine e credibilità che colpì il calcio italiano, soprattutto all’estero.

LA FINALE

9 luglio 2006, Italia-Francia: come sei anni prima all’Europeo, azzurri e Bleus si affrontano in finale per aggiudicarsi un titolo che profuma di gloria. Pronostico in bilico perché nessuna delle due nazionali sembra così superiore rispetto all’altra. Lippi sceglie di cominciare con la stessa formazione che si è imposta sulla Germania nella scintillante semifinale di qualche giorno prima. Domenech, sempre nel mezzo delle polemiche con la stampa di casa, punta sulla condizione di Zidane, andata vieppiù crescendo nel corso della competizione. Ed è proprio Zidane a sbloccare il risultato al 7° minuto, caricando subito la partita di una tensione che non lascia spazio ai tempi di studio che normalmente si concedono le finaliste nei primi minuti di gioco. Malouda, atterrato da Materazzi in area, ottiene un rigore che Zizou trasforma con una parabola a cucchiaio che riesce a rimbalzare dalla parte inferiore della traversa poco oltre la linea di porta, lasciando a Buffon e compagni solo il brivido dell’errore altrui. Un inizio veloce, che potrebbe stordire chiunque ma al quale l’Italia riesce a reagire dopo una manciata di minuti. È Materazzi, su calcio d’angolo calciato da Pirlo, a ergersi a protagonista, stavolta positivo, segnando di testa il gol del pareggio.

E’ una marcatura che risolleva l’autostima degli azzurri, che riescono a uscire dalle dinamiche passive del gioco e al 36°, con un bel colpo di testa di Toni, colpiscono la traversa. E’ una nazionale che rientra a testa alta negli spogliatoi, essendosi scrollata di dosso le ruggini dell’emozione, che non lascia immaginare una seconda parte di gara segnata da maggiore sofferenza. Nella ripresa Toni si vede nuovamente cancellare la possibilità di entrare nel tabellino dei marcatori: al 62° il suo gol è annullato per fuorigioco. Ma è la Francia ad arrivare ai supplementari con maggior energia e convinzione. Verso la fine del primo extra time, ancora Zidane mette alla frusta Buffon con un colpo di testa al quale il portiere azzurro replica con una parata declinata in un portentoso colpo di reni. Nel bene e nel male è il fuoriclasse transalpino a decidere l’esito del mondiale quando, provocato da Materazzi, reagisce con una plateale capocciata che ne determina l’espulsione.

Oltre a lasciare la Francia in dieci, le toglie un sicuro rigorista che, visto l’andamento dei penalty kicks, avrebbe potuto essere fondamentale per realizzare una serie di conclusioni senza errori. Al quinto tiro dal dischetto l’Italia arriva con Fabio Grosso che ha lo sguardo impaziente di chi non vede l’ora di accompagnare a casa una donna al primo appuntamento. Non può sbagliare e non lo fa, realizzando un rigore perfetto che per la quarta volta nella storia porta gli azzurri sul tetto del mondo.


I PROTAGONISTI

Fabio Grosso  – Nel vittorioso mondiale dell’Italia, un ruolo decisivo riuscì a ritagliarselo Fabio Grosso, terzino sinistro in forza al Palermo che, dopo una carriera spesa in squadre dal palmares non indimenticabile, trovò la gloria nella nazionale campione del mondo. Passo lungo e fluido, buona capacità di effettuare cross sia dalla tre quarti che da fondo campo, abile nel gioco aereo vista anche la statura da corazziere, Grosso seppe essere decisivo nel percorso che portò l’Italia a sollevare la coppa nel cielo di Berlino già nella faticosa partita degli ottavi di finale contro l’Australia, quando un intervento difensivo inteso a frenarne l’avanzata determinò il calcio di rigore trasformato da Totti. Seppe ripetersi a Dortmund contro la Germania, siglando l’1-0 che apri le porte della finale agli azzurri, quella finale nella quale andò in qualche modo a replicare l’urlo senza fine di Marco Tardelli dell’82 non appena realizzato il rigore decisivo. Dopo le splendide prestazioni in Germania, a ridosso dei trent’anni, Grosso ebbe l’opportunità di vestire maglie pesanti: Inter, Lione e Juventus, con le quali, però, non riuscì a confermare gli alti standard di rendimento che ci si attendeva da un campione del mondo. Si ritirò nel 2012 per intraprendere la carriera di allenatore.

Marcello Lippi Il commissario tecnico che guida l’Italia alla conquista del suo quarto titolo mondiale è un viareggino spesso abbronzato e col sigaro in bocca che vanta una somiglianza accentuata col divo del cinema Paul Newman. Dopo una discreta carriera da “libero” trascorsa soprattutto nelle fila della Sampdoria anni settanta, Marcello Lippi fece dieci anni di gavetta sulle panchine di mezza Toscana prima di arrivare in serie A. Una gavetta evidentemente utile a corroborare una corazza sotto la quale difendere il valore assoluto delle sue convinzioni da allenatore: quello del gruppo. Facilmente incazzabile nei confronti dell’ambiente esterno, verso i giocatori che gli dimostravano lealtà era protettivo come un padre, assolutamente convinto della necessità di disporre di un gruppo affiatato per raggiungere risultati. Teoria che mise in pratica anche in Germania nel 2006, quando non convocò Christian Panucci, tra i migliori difensori del campionato, a vantaggio di Cristian Zaccardo, laterale del Palermo. Il motivo di tanto ostracismo? Le frizioni avute col difensore ligure nel periodo in cui Lippi allenò l’Inter, quando Panucci si rifiuto di subentrare dalla panchina in una partita di campionato. La stessa difesa a oltranza il CT toscano la praticò nei confronti dei giocatori azzurri dinanzi alle critiche feroci che si abbatterono sulla nazionale in conseguenza di Calciopoli: un atteggiamento apprezzato dai calciatori, che in campo dettero sempre il massimo per seguire le disposizioni dell’allenatore. Tatticamente ibrido, più che gli schemi Lippi inseguiva dei principi di gioco, ai quali gli schemi stessi diventavano funzionali. Fu tra i primi a introdurre nel campionato italiano l’applicazione del 4-3-3 con gli attaccanti a fare pressing alto sui difensori avversari ma, come detto, non si innamorò mai di uno schema, essendo tra i migliori a cambiare atteggiamento durante la partita in relazione alle differenti situazioni di gioco. Credeva, invece, nella pratica di un calcio di grande movimento ed elevato dispendio energetico che andasse a supportare la creatività degli elementi più dotati della rosa: i vari Zidane, Totti, Del Piero che nel tempo risposero alle sue sollecitazioni. La vittoria del mondiale tedesco rappresentò l’apice di una carriera trasudante trofei, che ne alimentò ulteriormente l’autostima. Lasciò l’incarico di commissario tecnico da vincitore, venendo richiamato nel 2008 dopo la poco positiva parentesi di Donadoni sulla panchina azzurra. Nel 2010 provò a tenere a galla una nazionale che, invecchiata di quattro anni e senza adeguati ricambi generazionali, cominciava a mostrare le prime crepe di un declino che, con la mancata partecipazione a Russia 2018, si spera che abbia toccato il fondo.

 

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