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Stefano Garzelli racconta il Giro d’Italia 2018

E’ partita ieri l’edizione numero 101 del Giro d’Italia che per tre settimane terrà gli appassionati incollati allo schermo tra le bellezze incomparabili del nostro amato Belpaese. Mamma Rai seguirà l’evento passo passo avvalendosi di un pacchetto consolidato di speaker e opinionisti tra i quali non mancherà il contributo di un poliedrico Stefano Garzelli, ex campione su strada a attualmente direttore sportivo aggiunto della, purtroppo assente, Nippo-Fantini. Un Giro d’Italia che Stefano riuscì a vincere nel 2000 dopo una leggendaria rimonta e che ha consolidato con una carriera ricca di successi e piazzamenti – undici tappe al Giro, la vittoria al Tour De Suisse nel 1998 e podio al Giro nel 2003 – dopo gli anni di formazione e gregariato al fianco del mitico “Pirata”. Atleta longevo che ha saputo gestirsi nel tempo rimanendo nell’ambiente a trecentosessanta gradi, lo abbiamo sentito alla vigilia della corsa rosa che quest’anno ha preso il via da Gerusalemme, per delineare gli imminenti scenari che si prospettano in gara.

 

Buongiorno Stefano, partiamo dal via di questo Giro. Prime tre tappe in Israele, una grande festa e grande attesa per questa edizione numero 101.

Sinceramente da corridore partire dall’estero non mi è mai piaciuto, quest’anno è la prima volta che si parte fuori dall’Europa e devo ammettere di aver visto un clima di festa e nessun problema di ordine pubblico e sicurezza e questo è un bene. Resto dell’avviso che al Giro d’Italia che l’aria che si respira da noi è tutta un’altra cosa.

Il rientro in Italia presenta nel giro di pochi giorni tre arrivi in salita impegnativi come l’Etna, Montevergine e il Gran Sasso. Si fa subito sul serio?

Io penso che già in Israele si faccia sul serio con la cronometro che farà distacchi sensibili e poi occhio alle due successive tappe dove il caldo e il vento possono creare fastidi anche ai big. (vinta dal vincitore del Giro 2017 Tom Dumoulin, ndr) Poi certo i tre arrivi in salita sono impegnativi. L’Etna è una salita vera e lunga con venticinque chilometri che possono col caldo fare danni, Montevergine è una salita veloce, non credo ci siano grandi distacchi. Discorso a parte merita il Gran Sasso e parliamo di quarantacinque chilometri di salita e lì di sicuro qualcosa si potrà vedere.

I favoriti: è lotta tra Froome e Aru o la platea è più vasta?

Di sicuro Froome è il grande favorito, ma credo che Domoulin sia in grande condizione e ha preparato meticolosamente questo giro. Occhio a Pinot che ha vinto il Tour of The Alps e l’anno scorso è arrivato quarto a un minuto mezzo e vuole far bene, mentre Aru può dire la sua ma deve migliorare a cronometro limitando i danni. Tra gli outsider vedo bene Lopez dell’Astana e confido nei nostri Formolo e Pozzovivo.

Tu che di corse a tappe nei fatte tante. E’ quasi impossibile nel ciclismo di oggi l’accoppiata Giro-Tour? Il Giro è a tuo avviso la corsa più dura di tutte?

Beh direi di sì, l’ultimo che ci è riuscito è Pantani venti anni fa, il ciclismo è cambiato ed è difficile  a questi livelli imporsi in entrambe le kermesse così ravvicinate. Il giro forse è meno duro della Vuelta di questi ultimi anni, ma la nostra geografia fa sì che ogni tappa da noi possa essere ricca di insidie e trabocchetti, penso alle tappe dette di trasferimento come quelle di Assisi e Osimo che presentano pochissima pianura e vanno affrontate con la massima attenzione. In questo credo che il giro sia unico e più complicato di Tour e Vuelta.

Il ciclismo di oggi, ti piace? Più tattico e meno fantasioso?

E’ ovvio che tutto lo sport moderno è cambiato, oggi c’è meno inventiva non perché non si voglia provare, ma perché è quasi impossibile. Si viaggia a livelli elevatissimi ed è difficilissimo fare la differenza, l’unico che in questi anni che ha inventato qualcosa in corsa è stato Contador spesso azzardando, ma la fantasia dei Pantani è solo un ricordo e bisogna fare i conti con questo.

Il doping, problema risolto? Chi sbaglia paga?

Oggi il ciclismo è lo sport dove i controlli sono continui e numerosi, chi sbaglia paga e bisogna insistere su questa strada e rispettare i sacrifici personali di chi si allena correttamente e onestamente. Credo che il periodo buio sia passato e abbiamo ridato credibilità al movimento.

La tua carriera come opinionista Rai. Una macchina organizzativa impressionante?

Sì, ringrazio la Rai per avermi dato questa grande opportunità passando dai silenzi di un corridore al parlare ininterrottamente durante una diretta, ho imparato tanto dai vari giornalisti come Fabretti e Alessandra De Stefano dai quali ho rubato un po’ di mestiere. Il lavoro dietro un grande giro è impressionante e molto stressante e solo facendolo capisci quando sia duro, stanchezza mentale che richiede una grande resistenza.

Hai corso per tantissimi anni maturando negli anni dei grandi risultati. Come vedi il movimento italiano? Ci sono giovani promettenti per il futuro?

Forse manca qualcosa  nelle grandi corse a tappe, ma di gente forte ce n’è. Formolo e Moscon sono due ottimi atleti che hanno già dimostrato di essere all’altezza. C’è ancora da lavorare, Cassani sta facendo bene ma ricordiamoci che Aru ha solo ventisette anni e ha già vinto una Vuelta e fatto due podi al giro. Diamogli tempo perché ogni atleta ha la sua maturazione e annate storte complice un po’ di sfortuna fanno parte di questo sport, ma Fabio potrà tornare a vincere un grande giro.

Diamo un appuntamento ai tifosi italiani, una tappa che può far saltare il banco?

Lo Zoncolan di sicuro, salita terribile con pendenze tremende e li gli scalatori puri possono fare la differenza. Poi l’arrivo a Bardonecchia dove peserà la stanchezza della terza settimana, ma ce ne sono tante e come dicevo prima occhio alle tappe di media montagna perché le insidie sono dietro l’angolo.

Un ricordo di Marco. Il Pirata manca a tutti noi e tu con lui hai condiviso la parte cruciale della tua carriera.

Certo, la mia vita ciclistica è legata in lui e ne abbiamo vissute tante, troppe e descrivere tutte queste sensazioni è difficile e fa parte della sfera privata. Quattro anni bellissimi e indimenticabili, posso dire di essere stato l’unico ad averlo avuto come gregario è questo la dice lunga sul campione che era.

Fabio Bandiera
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