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Stefania Belmondo: a tu per tu con la “Trapulin d’oro” dello sci italiano

Stefania Belmondo: a tu per tu con la “Trapulin d’oro” dello sci italiano

Il mondo dello sport riparte con fatica tra la seconda ondata del Covid 19 e protocolli serratissimi che di fatto ne limitano la fruizione deturpandoli di una delle componenti adrenaliniche fondamentali, il pubblico. Col gigante di Solden, rigidamente a porte chiuse, ha preso il via anche la stagione invernale dello sci alpino, mentre per quella nordica dello sci di fondo bisognerà attendere fine novembre con l’inizio delle gare previsto a Ruka in Finlandia sia a livello maschile che femminile. Disciplina storicamente ricca di soddisfazioni epiche per i colori azzurri, da qualche anno si vive di alti e bassi in attesa di un ricambio generazionale tortuoso e faticoso ben lontano dai tempi d’oro di De Zolt e Fauner o della Di Centa e la Belmondo, veri catalizzatori di successi e medaglie che ricordiamo con un pizzico di nostalgia.

E’ di Stefania Belmondo il record assoluto di medaglie olimpiche vinte in ben quattro edizioni olimpiche, con due ori, tre argenti e cinque bronzi a cui vanno sommate le tredici medaglie iridate e le quattro da juniores, numeri da brivido che testimoniano il talento e la longevità di un’atleta che ha mantenuto un livello di competitività altissimo in tutto l’arco della sua carriera a cui è sfuggita, solo per un pelo, la conquista della Coppa di cristallo assoluta – nella quale vanta ventidue vittorie e settantadue podi – nel 1999 solo per un minor numero di vittorie rispetto alla norvegese Bente Skari con la quale era arrivata in vetta a pari merito.

Ritiratasi dall’attività da vincente nel 2002 Stefania è rientrata nel corpo forestale di appartenenza, successivamente incorporato dall’Arma dei Carabinieri, e dal 2003 collabora anche con mamma rai in veste di commentatrice tecnica nel palinsesto dello sci di fondo. Nel 2006 la cinquantenne di Vinadio ha avuto l’onore di accendere da tedoforo il braciere olimpico invernale di Torino, tributo doveroso alla sua strepitosa carriera alla quale sono stati inoltre conferiti il Collare d’oro nel 1999, massima onorificenza attribuita del Comitato Olimpico Nazionale, e l’Ordine al merito della Repubblica Italiana consegnatole da Carlo Azeglio Ciampi nel 2002.L’abbiamo raggiunta per rivivere la sua straordinaria carriera e per discutere l’attuale momento non facile che sta vivendo lo Sci di Fondo femminile nostrano.

Stefania buongiorno. La stagione di Coppa del Mondo è alle porte, che tipo di annata sarà? Di sicuro sarà diversa dalle altre…

Beh certamente sarà una stagione anomala e difficile e, come nella vita quotidiana, tutti gli atleti dovranno stare molto attenti e rispettare i protocolli di sicurezza. Sciare a porte chiuse, come in tutti gli altri sport, è di sicuro non esaltante, il contatto col pubblico manca senz’altro perché il potere dei tifosi e senza dubbio un valore aggiunto. Prendiamolo come un anno di transizione e speriamo che dopo Natale cambi in meglio qualcosa. Vedere il recente Giro D’Italia è stato un bel messaggio di sport in cui la gente per strada ha potuto assistere dal vivo ad un evento così popolare, sarebbe altrettanto bello vedere le gare italiane di Coppa del Mondo piene di pubblico, anche se sarà molto dura.

La situazione attuale del nostro sci di fondo femminile non è delle migliori, c’è tanto da lavorare?

Sicuramente c’è tanto da fare soprattutto nel reclutamento anche perché non tutti i giovani sono disposti ad abbracciare una disciplina così faticosa. I risultati a livello maschile sono senza dubbio discreti, ma nel femminile siamo indietro anche se il livello attuale non è così impossibile salvo due o tre atlete fortissime. Le ragazze si impegnano di sicuro, poi Gabriella Paruzzi al timone è una garanzia, ma quello che manca è l’approccio e l’attitudine alla gara e li entriamo anche nell’aspetto mentale, della convinzione e dell’autostima aspetti fondamentali per essere competitivi.

La tua strepitosa carriera. Quando hai iniziato eri consapevole dei tuoi mezzi e pensavi di arrivare così in alto?

Tutt’altro. A me piaceva molto lo sci alpino, ma ho iniziato da ragazzina a scuola a seguire un corso di sci di fondo e alle prime gare i risultati furono piuttosto deludenti. Prediligendo l’aspetto sociale non ho mollato e pian pianino ho cominciato con le prima gare nazionali ad avere i primi risultati. Poi ho vinto i mondiali juniores e a diciannove anni mi sono trovata ad esordire a Salt Lake City in Coppa del Mondo senior. Credo che la svolta sia legata al mio carattere, non mi sono mai abbattuta e mi sono sempre messa in discussione e quando sono arrivate le prime soddisfazioni ho trovato le forze e gli stimoli. Poi credo che in parte c’entri la mia origine montanara che ti mette a contatto tutti i giorni con la fatica in cui tutto è una conquista e niente è scontato, dall’andare a scuola all’andare a fare la spesa.

Metodologie di allenamento in uno sport duro come il vostro, ed evoluzione dei materiali in questi ultimi anni?

C’è da dire innanzitutto che il calendario di questi ultimi anni ha ridotto sensibilmente le gare long-distance a vantaggio delle sprint e delle gare più veloci e questo ha avuto un riflesso sul modo di allenarsi delle atlete. Io avevo un programma ferreo che seguivo alla lettera controllando tutto dalla alimentazione al riposo, sacrificando anche un bel po’ di vita privata, perché desideravo fortemente vivere ed allenarmi da atleta. Oggi mi vedono come un marziano anche i miei figli che certe rinunce farebbero fatica a farle, e credo che anche su questi aspetti bisognerà lavorare sui giovani. Per quanto riguarda i materiali, la preparazione dello sci è a mio avviso un lavoro fondamentale e gli skimen sono in tutto e per tutto degli ingegneri dello sci perché curano a livello maniacale ogni singolo aspetto dell’attrezzo. Oggi è tutto più leggero, dagli sci ai bastoncini, ed è chiaro che la tecnologia si evolva e vada avanti.

Dieci medaglie olimpiche e tredici iridate. Un ricordo in particolare? La delusione che non mandi ancora giù?

La prima medaglia d’oro alle Olimpiadi di Albertville nel 1992 non la dimenticherò mai, sarà sempre un ricordo unico ed indelebile, avevo solo ventitré anni ed era la mia prima Olimpiade. La grande delusione, e non capirò mai il perché, è di certo l’aver perso la Coppa del Mondo generale pur essendo arrivata a pari punti con la Skari solo perchè avevo meno vittorie in stagione. Se le medaglie olimpiche in caso di ex aequo vengono assegnate doppie penso sia assurdo decidere le sorti di una coppa del mondo in questo modo. Se poi aggiungiamo i quattro secondi posti e i sei terzi posti in classifica generale il rimpianto aumenta perché è mancata la ciliegina sulla torta, ma questo è lo sport e bisogna accettarne le regole.

La rivalità, sia con la Di Centa che in generale con le russe e le norvegesi, quanto ti ha aiutato a crescere e migliorarti?

Assolutamente sì ai miei tempi oltre alle tante vittorie ho dovuto subire anche diverse sconfitte perché il livello era stracompetitivo e le rivalità numerose. Questo ti costringe ad alzare l’asticella è a dare sempre il massimo, poi è chiaro che a livello nazionale avendo Manuela che aveva sei anni più di me è stato un riferimento importante per imparare e migliorarmi. Se penso al recente giro d’Italia vedere uno come Nibali che si trova da solo a competere con atleti più giovani senza avere alle spalle un ricambio generazionale ti rendi conto di quanta esperienza potrebbe essere messa al servizio  di atleti che in questo momento facciamo fatica a reperire in diverse discipline, io sono stata da questo punto di vista molto più fortunata e credo che ad oggi, con le carriere di sicuro più lunghe,  sia molto importante la gradualità nella crescita senza bruciare in fretta le tappe per la voglia di arrivare a tutti i costi.  

L’importanza dei corpi militari di appartenenza, nel tuo caso la Forestale. Quanto ti hanno aiutato nel tuo percorso di crescita? Tuo sei a tutt’oggi un carabiniere, di cosa ti occupi?

Si io sono un carabiniere forestale in servizio al nucleo investigativo a Cuneo e sono appassionata geneticamente a tutto quello che è nuovo e fonte di sapere, devo ringraziare il mio corpo per avermi seguita nella crescita dandomi la possibilità di vivere una vita da atleta, una parentesi che porterò sempre nei ricordi delle mia vita. L’unica cosa che mi sta un po’ stretta che la mia carriera nell’Arma si è fermata al grado di appuntato scelto, francamente mi sarei aspettata qualcosa in più avendo delle colleghe che hanno vinto meno di me e hanno un grado più alto. Pazienza, non si può avere tutto nella vita.

Il doping, ai tuoi tempi e oggigiorno. Hai ricevuto un bronzo a Salt Lake City dopo la squalifica di Danilova e  Lazutina, hai davvero lottato per anni contro delle atlete dopate?

Si, mi ricordo quando seppi della squalifica delle due russe provai un po’ di tristezza perché una medaglia data dopo anni non ha per niente lo stesso valore di una vinta in gara. Io non ho le prove per accusare nessuno e non trovo giusto condannare qualcuno solo su supposizioni e non su riscontri oggettivi. Detto questo sicuramente posso dire che i controlli in quegli anni non erano gli stessi di oggi, ma non mi sento di andare oltre. La vera lotta al doping di sicuro è cominciata dopo e all’epoca era più facile aggirare l’ostacolo, ma fare di tutt’erba un fascio non porta da nessuna parte.

L’anno prossimo Tokyo 2021 e l’anno successivo Pechino 2022. Cos’ha di diverso una stagione olimpica e come si prepara?

Innanzitutto speriamo che si svolgano entrambe. Di certo la mia preparazione era finalizzata prevalentemente ai Giochi, mettendo un po’ da parte la Coppa del Mondo, per raggiungere il top della condizione tra fine gennaio e i primi di febbraio. Nel mio caso seguivo di più le specialità sulla lunga distanza nelle quali mi sentivo più a mio agio curando contestualmente l’aspetto mentale e la gestione della pressione. E’ ovvio che per discipline come la nostra partecipare alle Olimpiadi è la vetrina per eccellenza che può valere una carriera e, come è successo a me, un posto nella storia dello sport.

Chiudiamo con un messaggio trans-generazionale. Cari giovani tornare a fare fatica e ad abbracciare i valori dello sport?

In questo situazione così socialmente difficile in cui molti ragazzi sono ahimè costretti a rimanere a casa, quello che sento di dire è che proprio in questi momenti che bisogna trovare la forza di reagire e lo sport da questo punto di vista è una scuola di vita i cui valori possono essere utili in ogni fase del nostro percorso. Uscite in giardino, saltate la corda, fate una passeggiata, cercate di essere attivi e non passivi davanti ad un monitor. Essere un’atleta mi ha molto aiutato in un recente periodo difficile della mia vita e spero vivamente che quando quest’emergenza sarà finita si riscopra ancor di più la voglia di stare insieme facendo attività fisica a qualunque livello.

 

 

Fabio Bandiera
A cura di

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