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Sport e Diritti Civili: un cammino ancora da completare

Sport e Diritti Civili: un cammino ancora da completare

In cammino, dall’inizio del secolo; con tante “stazioni” di posta superate e tante conquiste effettuate lungo il tragitto. Ma senza ancora essere approdata alla meta definitiva: è la lotta per i diritti civili nello sport statunitense, cominciata all’inizio del secolo con il titolo mondiale dei Pesi Massimi conquistato da Jack Johnson e proseguita con il grandioso esempio di Jackie Robinson nel baseball. Furono esempi importanti, ma che servirono a inaugurare il prototipo del nero di successo – come nel mondo dello spettacolo – ma non ancora a inaugurare il diritto di un nero di avere successo a modo proprio, secondo il suo stile e con la libertà delle proprie idee.

Quindi sarebbe stato, negli anni a seguire, sempre più tollerato e soprattutto tollerabile l’esempio di neri vittoriosi, celebri e ricchi nelle varie discipline sportive; purché, però, si ricordassero sempre di essere debitori di quel successo a un establishment gestito e mantenuto dai bianchi. Senza pretendere di dire la propria, di pronunciarsi a favore della propria gente, di denunciare discriminazioni e squilibri nei rapporti tra le varie etnie che componevano la popolazione degli Stati Uniti.

Si pretendeva che avessero l’atteggiamento da “Zio Tom”, cioè l’epiteto che Muhammad Ali usava per irridere i suoi avversari neri. Con il suo avvento sulla scena pugilistica, cambia tutto: quando ancora si chiamava Cassius Clay, già rivendicava il diritto a “fare il campione” alla sua maniera, non alla maniera degli altri. Ecco perché l’America “WASP”, ossia quella anglicana, bianca e protestante tifava sempre per il suo avversario, che fosse nero o bianco, alla stessa maniera. Ed ecco perché Ali trovava ragionevole paragonare i suoi antagonisti col suo stesso colore di pelle allo Zio Tom, il nero buono e mansueto del romanzo di Harriet Beecher Stowe.

Alcuni lo meritarono, come il giovane George Foreman o Floyd Patterson; per altri fu ingiusto, quell’epiteto: non era affatto uno Zio Tom, per esempio, l’orgogliosissimo Joe Frazier. E, sempre parlando di Ali, quando avvenne il fatidico cambio di nome, a scandalizzare l’America non fu tanto la conversione all’Islamismo – quel particolare tipo di islamismo rappresentato dal Black Muslim di Elijah Muhammad – quanto la scelta di una nuova generalità: Ali rifiuto l’identità anagrafica con cui era nato perché rappresentava il legame con generazioni e generazioni di suoi antenati oppressi e schiavizzati. Si permise di fare una scelta, di rivendicare il proprio diritto a esprimere la sua volontà. Di lì a poco, avrebbe espresso anche il proprio clamoroso rifiuto a partire per la guerra del Vietnam, anche in quel caso motivando la decisione attraverso la protesta contro la discriminazione che i neri pativano negli Stati Uniti: perché andare a combattere contro un popolo asiatico contro il quale non aveva nulla da ridire, per conto di un paese dove ancora lo facevano sentire un individuo di serie b?

A distanza di decenni, ciclicamente in America torna la recrudescenza dei contrasti per motivi razziali, come sta accendendo in questi giorni dopo l’omicidio di George Floyd. Stavolta, parecchi sportivi celebri di origine afroamericana hanno preso la parola, non soltanto negli States; da LeBron James a Jerome Boateng. Anche parecchi bianchi, a onor del vero. Dalla loro torre d’avorio di una vita privilegiata, avrebbero potuto evitare di mettere in gioco il proprio punto di vista. Avrebbero potuto comportarsi come tanti Zio Tom. Invece lo hanno fatto, senza esitazione; a chi dovesse pensare che oggi è più facile e che i tempi sono cambiati, rispondiamo con la storia di Colin Kaepernick, ex grande quarterback di San Francisco, nella NFL: inginocchiatosi per protesta contro la discriminazione razziale durante l’inno, prima di una partita, dal 2017 non è stato più ingaggiato da alcuna franchigia. Parliamo di un giocatore importante, quotato, appetibile. Nel frattempo i suoi diritti sono stati riconosciuti attraverso un risarcimento faraonico, ma il messaggio di fondo resta: la marcia verso il pieno riconoscimento dei diritti civili (anche) nello sport è una questione ancora aperta, negli Stati Uniti. Sotto una patina lucente, si insinua ancora la pretesa di ricordare a qualcuno la sua diversità.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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