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Spalletti 2.0: la Roma è cresciuta, la stampa romana no

Un anno di Luciano Spalletti. Di questi tempi, nel 2016, il tecnico toscano firma il contratto che lo lega con la Roma sino alla fine di questa stagione. Esordio, il 17 gennaio: 1-1 con l’Hellas Verona.  27 vittorie 6 pareggi e 5 sconfitte su 38 partite disputate: 87 punti. Ad oggi, la Roma ha un saldo di +7 rispetto la scorsa stagione ed è ancora in corsa su tutti i fronti.

Obiezione: Spalletti non ha vinto. Respinta: lo scorso anno ha ereditato una squadra a pezzi, fuori dalla Coppa Italia, eliminata in Champions dai Campioni d’Europa. Doveroso, per trarre un giudizio definitivo, attendere il prossimo giugno. Del resto, il tecnico è il primo a sentirsi sotto esame: vuole vincere, o creare i presupposti per vincere, prima di firmare il rinnovo.

Sinora, solo applausi. Da un punto di vista tecnico Spalletti ha prodotto solo benefici: ha recuperato calciatori infilatisi in vicoli ciechi: Dzeko, Palmieri, Fazio. Ha migliorato Perotti, rivitalizzato El Shaarawy, disciplinato Salah, cresciuto enormemente. Discorso a parte per Szczesny, Manolas, Rudiger, Nainggolan: diamanti grezzi, andavano solo lavorati. E non a caso, oggi la Roma si gode dei top player inseguiti da mezza Europa.

Unico neo, il rapporto con la stampa e l’ambiente: storia vecchia. Spalletti, lo sanno anche i sassi di Trigoria, ama Roma, la Roma, ma non (ampiamente ricambiato) tutta la stampa romana. A più di qualcuno, qualche sfuriata non è piaciuta. Altre sono state maldigerite. Qualche dichiarazione ha addirittura spinto l’Ordine dei Giornalisti al richiamo.

Presupposto doveroso: è sacrosanto tutelare il diritto del giornalista di porre le domande che ritiene più opportune. É altrettanto doveroso, però, che l’Ordine sia attento nel vigilare non solo sul “cosa” dichiari un soggetto, ma anche su “come” vengano riportate le parole del soggetto da parte di chi ha il “dovere di verità”, obbligo inderogabile della “Carta dei doveri” secondo cui “gli organi di informazione sono l’anello di congiunzione tra il fatto e la collettività”. Qualcosa di ben diverso, insomma, dalla libertà di interpretazione.

In questa diatriba, chi ha tutto da perdere è proprio l’ODG che deve vigilare su questioni molto più scottanti: l’elenco è lunghetto. Crisi dell’editoria, licenziamenti, prepensionamenti, scuole di Giornalismo che sfornano professionisti sottopagati o disoccupati, giovani giornalisti sfruttati all’inverosimile in cambio di un sogno chiamato tesserino. Ecco, se l’Ordine perseguisse con identica puntualità ed efficacia anche questi obiettivi, la “strigliata” a Luciano Spalletti sarebbe credibile. Di più. Deontologica (ah, come suona bene). Altrimenti, lascia solo l’amaro retrogusto di una difesa cercata e trovata da penne prestigiose quanto permalose. Ah, c’è un’ultima possibilità, che forse Spalletti non ha preso in considerazione: chi non racconta la verità, chi la manipola, chi, come dice lui, “vuole buttar tutto all’aria” non è in malafede. Può essere anche e semplicemente incapace. In entrambi i casi meglio mollare la presa e citare Oscar Wilde. “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”. Buon anno, mister.

 

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