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Spagna 1982, l’Italia del Vecio e il primo Mondiale “Globale”

Spagna 1982, l’Italia del Vecio e il primo Mondiale “Globale”

L’11 luglio 1982 allo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid l’Italia si impone sulla Germania Ovest con il risultato di 3 a 1, diventando Campione del Mondo per la terza volta nella storia. Per l’occasione vi raccontiamo gli aneddoti e le curiosità del Mundial in terra spagnola.

Tocca alla Spagna, con il suo Mundial che si tingerà d’azzurro, dare il la a un nuovo decennio che si lascia definitivamente alle spalle le tensioni sociali e la voglia di ribellione che avevano caratterizzato i vent’anni precedenti. Nel mondo occidentale si veleggia verso la leggerezza spendacciona dell’edonismo gaudente e festaiolo mentre nell’Europa oltre cortina si avvertono sempre più stridenti i cigolii che porteranno al collasso dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. In Sudamerica i generali argentini giocano, avventatamente e male, la carta della guerra delle isole Falkland-Malvinas  per rinvigorire un consenso interno scemante, perdendo ulteriore credibilità e dando viceversa aggio al governo inglese di Margaret Thatcher, non a caso lady di ferro.

E’ la prima edizione dei mondiali a ventiquattro squadre, soluzione democratica che consente al presidente della FIFA Havelange di ottenere i voti di un ampio numero di Paesi che ne garantiscono il potere. Galizia a parte, clima torrido per le formazioni che vanno a scontrarsi sui campi di ben diciassette stadi, dislocati in quattordici città. L’Argentina campione in carica si presenta in Spagna con pochi volti nuovi rispetto a quattro anni prima: esce senza gloria al secondo turno, forse anche turbata dalla situazione politico-militare interna. E’ la prima volta al mondiale di Maradona e l’ultima di Kempes: un passaggio di testimone che quattro anni dopo riporterà l’Albiceleste sul tetto del mondo.


C’è l’URSS futuribile di Rinat Dasayev e Oleg Blokhin e c’è il Brasile scintillante di… tutti: da Leandro a Oscar, da Junior (regista sopraffino “costretto” dall’abbondanza di campioni a giocare terzino sinistro) a Cerezo, Falcao, Socrates, Zico, Eder. Una squadra pazzesca, che pratica un calcio tipicamente brasiliano, fatto di esibizioni e numeri frutto della tecnica assoluta di calciatori che giocando insieme si divertono come globetrotter predestinati a una vittoria che nessuno sembra in grado di potergli sottrarre. Inciampano invece sull’ostacolo meno accreditato, almeno alla vigilia: quell’Italia concreta, coriacea, resa una testuggine da un allenatore che ha protetto i suoi uomini da tutto e tutti per poi vederli esplodere al massimo delle loro potenzialità. La notte di Madrid, quella dell’11 luglio, regala a un’intera nazione un orgoglio riposto fino a quel momento nelle pagine della storia sbiadita del Risorgimento.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale di Spagna 1982.

LE CURIOSITA’

A cena con Graziani

Due giorni dopo la vittoria del mondiale, Ciccio Graziani era in vacanza sulla costa maremmana. A fine giornata andò dal barbiere: il suo arrivo non passò inosservato agli occhi di residenti e villeggianti che, grazie al passaparola, si appostarono all’esterno del negozio per poter avere un ricordo dell’incontro col fresco campione del mondo. Fattosi ormai tardi, all’ennesima richiesta, Graziani chiese comprensione alla donna che si era fatta avanti per lo scatto di una foto:”A signo’… ma io devo anche andà a magnà” disse simpaticamente col suo tipico accento ciociaro.

Norman Whiteside

Fino al 1982, il calciatore più giovane ad aver partecipato alla fase finale di un mondiale era stato Pelè. In Spagna questo record venne scippato a O Rei da Norman Whiteside, ragazzo nordirlandese di appena diciassette anni e quarantuno giorni. Capace di giocare sia da attaccante che in mezzo al campo, Whiteside ebbe una carriera frenata dagli infortuni. Nonostante questo, riuscì a giocare sette anni nel Manchester United (segnando quarantasette gol) e due nell’Everton, prima di essere costretto al ritiro ad appena ventisei anni. Fece parte della rappresentativa del suo paese anche in Messico nell’86, dove lasciò impresso il suo nome nel tabellino dei marcatori nell’incontro pareggiato 1-1 con l’Algeria.

Satisfaction

Nel caldo pomeriggio di una Torino in fervente attesa della sera, l’11 luglio del 1982 i Rolling Stones dovettero anticipare il loro concerto allo Stadio Comunale per evitare di andare in sovrapposizione con la finale del Bernabeu, che avrebbe sottratto non pochi spettatori al loro evento. Da Under My Thumb a Satisfaction il gruppo inglese celebrò ventitrè dei suoi successi con un Mick Jagger in grande spolvero che, indossando la maglia azzurra di Paolo Rossi, rubò facilmente le simpatie del pubblico. Il front man degli Stones fu anche buon indovino quando, prima della fine del concerto, svelò a tutti il suo pronostico personale:”Vincerete 3-1”. Ipse dixit.

Uno sceicco in campo

Un episodio unico nella storia dei mondiali si verificò a Valladolid il 21 giugno durante la partita Francia-Kuwait quando i transalpini, già in vantaggio per 3-1, arrivarono alla quarta segnatura con Giresse a nove minuti dalla fine della gara. Sembrò tutto normale tranne che ai giocatori arabi che, subissando di proteste l’arbitro Stupar, contestarono la regolarità della marcatura per essersi fermati nel bel mezzo dell’azione a causa di un fischio che, proveniente dagli spalti, era sembrato in realtà un segnale di interruzione del gioco da parte dell’arbitro. Di fronte all’indisponibilità del direttore di gara ad annullare il gol, lo sceicco Fahad Al Ahmed, presidente della Federazione del Kuwait e fratello del re, scese in campo personalmente per protestare contro l’arbitro. La scena surreale si protrasse per alcuni minuti fino a quando Stupar decise incredibilmente di annullare il gol. Alla fine il risultato finale fu comunque di 4-1 per il gol siglato da Bossis nel finale. Dopo quella partita l’arbitro Stupar venne radiato dalle competizioni internazionali mentre nell’estate del 1990 lo sceicco Fahad Al Ahmed cadde prematuramente durante l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene.

Il tacco di Allah e i Leoni Indomabili

Prima partecipazione alla fase finale del mondiale in Spagna per due compagini africane, Algeria e Camerun: entrambe fanno un’ottima impressione. L’Algeria, dopo aver battuto nella partita d’esordio i campioni d’Europa e futuri finalisti della Germania Ovest, esce dalla competizione per un evidente “biscotto” organizzato ai suoi danni nell’ultima partita del girone da austriaci e tedeschi. Tanto evidente che il commentatore televisivo austriaco si rifiuta di commentare l’ultima mezz’ora di gioco, invitando i telespettatori a spegnere la TV.

Il Camerun esce imbattuto dal mondiale: consegue tre pareggi di fila nel girone eliminatorio (0-0 con Perù e Polonia, 1-1 con l’Italia) che lo portano in classifica al secondo posto a fianco degli azzurri, che si qualificano, a parità di differenza reti, solo per aver segnato un gol in più degli africani. Per i Leoni Indomabili è comunque un successo.
Le due squadre, oltre a dar prova di un’evidente evoluzione tattica, mettono in mostra anche buone individualità. Tra le fila camerunensi, su tutti, il portiere Thomas N’Kono e il centravanti Roger Milla mentre la punta di diamante degli algerini è Rabah Madjer, attaccante che cinque anni più tardi, con un gol di tacco che gli valse, appunto, il soprannome di Tacco di Allah, contribuì alla vittoria del Porto nella finale di Coppa dei Campioni disputata contro il Bayern Monaco.

LA FINALE

L’11 luglio 1982 Madrid è bollente come l’Italia e nell’esplosione dell’arsura estiva azzurri e tedeschi consumano la loro attesa. La nazionale di Bearzot arriva al Bernabeu gonfia di una fiducia che è consapevolezza della propria forza senza venature di presunzione. La Germania ha qualche sicurezza in meno per via dell’evidente stato di forma nel quale si trovano gli avversari e per il fatto di aver giocato una semifinale terminata a notte fonda non più tardi di quarantott’ore prima. Ma è pur sempre la Germania, la squadra che ai mondiali arriva sempre in fondo, spesso vincendo. Sono queste le premesse di una finale che comincia sul fare della sera, con tantissimi italiani sugli spalti del Santiago Bernabeu arrivati con ogni mezzo da qualsiasi parte per vedere e sostenere una squadra che non più tardi di venti giorni prima aveva rischiato di essere eliminata dal Camerun. L’Italia rinuncia ad Antognoni per infortunio, la stessa sorte che tocca a Graziani dopo sette minuti di gioco: entra Altobelli a rilevarne onori e oneri. Jupp Derwall non rinuncia a Kalle Rummenigge seppure in precarie condizioni fisiche. Il primo tempo vola via senza sussulti particolari tra rispetto reciproco e fatica accumulata in un mese di gioco spesso a temperature elevate. Il rigore concesso all’Italia per atterramento di Conti viene tirato (male) da Cabrini e finisce a lato della porta difesa da Schumacher. Potrebbe essere un momento decisivo per favorire le sorti della Germania che però è davvero in riserva di energie.

Nel secondo tempo l’Italia capisce che bisogna chiudere ogni discorso e al 56°, su cross dalla destra di Gentile, Paolo Rossi anticipa compagni e avversari segnando di testa, quasi in tuffo, il gol del vantaggio. Il Bernabeu esplode, gli azzurri vanno in erezione agonistica e al 69° Bergomi e Scirea duettano in area avversaria prima di scaricare palla all’accorrente Tardelli che con un missile sparato in scivolata inchioda il pallone alla sinistra di Schumacher. E’ il gol che di fatto chiude la partita e l’esplosione di gioia che si impossessa del corpo del centrocampista azzurro diventa un’icona pop della seconda metà del ventesimo secolo. La Germania è ormai un pugile all’angolo che mulina le braccia a vuoto. A dieci minuti dalla fine è Bruno Conti a filare via per cinquanta metri in un’azione di contropiede al termine della quale serve ad Altobelli il pallone del 3-0. Tre minuti più tardi Breitner regala ai suoi il gol della bandiera. Dopo quarantaquattro anni l’Italia torna Campione del Mondo, come recita in estasi un emozionatissimo Nando Martellini ad un paese impazzito di gioia.

I PROTAGONISTI

Dino Zoff – Monumentale. E’ l’aggettivo che meglio descrive il più forte portiere italiano del secondo Novecento. Capitano di una nazionale nella quale riassumeva i valori promossi dal CT Bearzot, Zoff rappresentava l’essenzialità nel modo di esprimersi in campo e fuori. Friulano di famiglia contadina, dell’educazione ricevuta seppe sempre valorizzare al massimo l’importanza del far bene le cose, attitudine che, combinata alle indubbie doti naturali, lo portò ai massimi livelli professionali. Al suo quarto mondiale riuscì a sollevare, quarantenne, il massimo trofeo dopo averlo sfiorato in Messico nel 1970 e in Argentina nel 1978. Tecnicamente faceva del colpo d’occhio, del tempismo e del senso della posizione le sue doti migliori, ricorrendo agli interventi acrobatici solo quando era strettamente necessario, concedendo poco o nulla allo spettacolo fine a se stesso. Il coronamento di una carriera pluridecorata si riassume nelle esaustive immagini regalate alla storia dal Mundial spagnolo: le dichiarazioni ai giornalisti in qualità di portavoce degli azzurri in silenzio stampa, la presa sulla linea di porta del colpo di testa di Oscar al penultimo minuto di Italia-Brasile e il sorriso di felicità pacata con la Coppa del Mondo levata al cielo. Un anno dopo la vittoria di Madrid provò a vincere l’ultimo trofeo, quella Coppa dei Campioni che inseguiva con la Juventus da dieci anni. Sconfitto, seppe accettare il responso del campo mantenendo la lucidità necessaria per decidere di ritirarsi un momento prima che il declino provasse a sottrargli qualche centimetro di gloria.

Paolo Rossi – Dopo essere stato una delle rivelazioni di Argentina 78, Paolo Rossi si ritrovò a far parte della spedizione spagnola più per la fiducia e la stima che nutriva per lui Enzo Bearzot che per effettivi meriti sportivi. Pablito, infatti, veniva da due anni di sostanziale inattività dovuti alla squalifica rimediata nel primo calcioscommesse, che terminò solo poche settimane prima del mondiale. In effetti le sue prime partite furono disputate sottotono: Rossi non sembrava quell’attaccante veloce, tecnico e letale che aveva guidato l’attacco azzurro quattro anni prima. Il suo crescendo di rendimento andò di pari passo con quello della squadra: dopo aver fatto notare sensibili miglioramenti nella prestazione con l’Argentina, esplose fragorosamente nella partita vinta 3-2 contro i favoriti brasiliani, segnando una tripletta che lo proiettò per sempre nella storia dei mondiali e del calcio italiano. Quella partita determinò la svolta psicologica che lo riportò ad essere il Paolo Rossi che tutti ricordavano: altri due gol alla Polonia e la prima marcatura nella finale contro la Germania Ovest gli fecero vincere il titolo di capocannoniere, preludio all’aggiudicazione del Pallone d’Oro a fine anno.
Con la Juventus riuscì a fare altre tre buone annate, vincendo praticamente tutto: Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe, Supercoppa Europea, scudetto e Coppa Italia. Il suo rendimento, però, andò progressivamente calando soprattutto per i problemi alle ginocchia che lo condizionavano già dai primi anni di carriera. Venne convocato da Bearzot anche per il mondiale del 1986, dove però non scese mai in campo. Si ritirò al termine della stagione successiva a soli trentuno anni.

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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