Socrates: storia di un Dottore che non faceva altro che essere se stesso
Cominciamo dal calcio, che in fondo è stato la sua migliore espressione politica, con tutti i significati che si possono attribuire a questa definizione. Cominciamo dal calcio perché ha saputo interpretarlo divinamente, secondo la maniera che i geni individuano non soltanto per sopperire ad alcune loro mancanze, ma per trasformare i difetti in pregi. Ecco perché Pelé ha detto di lui che, spalle alla porta, riusciva ad avere una efficacia superiore a centinaia di altri giocatori. Nacque così la versione “socialista” del suo stracitato colpo di tacco, esibito quasi in continuazione ma mai fine a se stesso, sempre utilizzato per far rinascere, imprevedibilmente, l’azione da un’altra parte, dove nessun avversario un istante prima avrebbe immaginato che potesse accadere.
Due istantanee, tra le tante che potremmo isolare: il gol all’Unione Sovietica, con la maglia della Seleção, al Mondiale spagnolo del 1982: doppio dribbling, con la stessa finta elegante ripetuta due volte sulla destra, poi la conclusione impressionante, per potenza e precisione, di destro da fuori area, sotto la traversa; poi quel pallonetto contro l’Atalanta, due anni e mezzo dopo, fatto partire dal limite dopo essersi coccolato la palla per una decina di metri, con indosso la maglia della Fiorentina, nella sua unica stagione italiana. Si mostrò inadatto al lavoro atletico, per certi versi anche svogliato e indolente: quasi per paradosso, l’unica cosa su cui tutti, compagni e avversari, non esitarono a essere d’accordo fu il riconoscimento della sua classe, che a intermittenza riuscì a brillare fregandosene delle varie incompatibilità, di uno stile di vita modellato non sul dovere, nemmeno sul piacere: forse sugli umori, quelli di un uomo che non faceva altro che essere se stesso, soprattutto nel concepire il calcio come una delle facce della sua prismatica esistenza, al pari della sua laurea in medicina, delle idee politiche di cui non faceva mistero. Il tutto innestato su una magrezza quasi cristologica, incorniciata da una barba rada e per metà rivoluzionaria, spalmato lungo la monumentale statura come tutti quei nomi con cui era registrato all’anagrafe.
Si diceva sempre che fosse lento, per via del suo scatto inesistente. Chi lo ha affrontato ha aggiunto che dopo una decina di metri la sua progressione diventava però inarrestabile: chiedere a Dino Zoff e alla difesa azzurra di quel pomeriggio incredibile al Sarriá di Barcellona, come subirono il gol dell’uno a uno dopo il primo gol di Paolo Rossi.
E un paio di lattine di birra ghiacciata e perlomeno cinque sigarette se ne sarebbero già andate, in queste righe, come fosse seduto a un tavolo, o in attesa della visita del medico sociale di quella Fiorentina: avrebbe fatto poca differenza.
Ma potremmo cominciare anche dalla politica, che è stata l’anima del suo modo di giocare a calcio, di rapportarsi a esso, di concepire il rapporto con i compagni.
La chiamarono “Democracia corinthiana” e fu molto più dell’utopistica autogestione di un club professionistico del calcio brasiliano: fu una presa di coscienza, un impensabile vagito di autentica democrazia in un paese che faticosamente si stava scrollando di dosso una dittatura militare. Fu anche molto di più di quanto scriviamo, per questo avremo altre occasioni per raccontarla in dettaglio. Fatto sta che influenzò la vita sociale del paese molto oltre l’ambito calcistico, al punto tale che nessuno poté considerarla scindibile dal momento che il paese attraversava.
Quando sentì che il percorso era compiuto, poté accettare a cuor leggero l’avventura italiana, in una città non casuale, per un filosofo con gli scarpini e con la fascia in fronte a incorniciare i riccioli compatti. Come un Che Guevara ricco e dinoccolato.
Mentre un altro paio di lattine si svuota, e un pacchetto intero riempie ormai il posacenere.
Dopo Firenze, dove forse arrivò un po’ troppo maturo, per quello che il termine può valere, tornò in Brasile, prima col Flamengo e poi col Santos, disputando i mondiali del 1986 in Messico, stavolta da vice capitano, regalandosi anche la possibilità di sbagliare il rigore contro la Francia, lui tiratore eccellente. È il dio del calcio, il più abile a sgambettare anche gli scettici.
Un’ultima cicca brucia ancora, nel posacenere.
Il 4 dicembre del 2011, con un sofferto zero a zero conseguito a San Paolo in casa del Palmeiras, il Corinthians riesce a laurearsi campione. Prima del fischio d’inizio della partita, i tifosi del Corinthians hanno tutti il pugno alzato. Lo stesso i giocatori, disposti lungo la linea curva del cerchio di centrocampo. È il loro modo per ringraziare un uomo della sua profezia: – Vorrei morire il giorno in cui il Corinthians vince il campionato -.
Valeu, Doutor Socrates: ti nominiamo soltanto adesso, perché non poteva che trattarsi di te, mentre apriamo l’ultima birra.



