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SLA: i calciatori si ammalano di più, prima e in Italia 6 volte tanto

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SLA: i calciatori si ammalano di più, prima e in Italia 6 volte tanto

La Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia neurodegenerativa conosciuta anche con il nome di SLA o morbo di Lou Gehrig. Essa, per l’esattezza, porta alla progressiva e irreversibile perdita di controllo di quei muscoli che sono conosciuti con il termine di “scheletrici” e che controllano i movimenti del corpo.

Purtroppo, tale malattia sembra colpire soprattutto determinate classi professionali nel mondo attuale. Tra queste, per fare qualche esempio, possiamo citare quella dei calciatori.

Infatti, un’indagine apposita sull’argomento, svolta dall’istituto milanese di ricerche farmacologiche Mario Negri, mette in evidenza come la percentuale di persone che si ammalano di Sla, nel mondo dei professionisti del pallone, sia maggiore e precoce rispetto al resto della popolazione. Entrando ancora più nello specifico, sembrano essere gli ex centrocampisti della Serie A italiana quelli con la più alta probabilità di ammalarsi: 14 casi contro i 6 registrati tra gli attaccanti, i 9 tra i difensori e i 3 casi tra i portieri.

Gli esiti della ricerca, d’altronde, parlano chiaro: nel calcio professionistico ci si ammala di più e molto prima. Questi dati hanno fatto sì che essa, nel corso del tempo, venisse definita come una vera e propria “malattia dei calciatori”.

I casi da citare, purtroppo, non mancano. Chi non si ricorda le storie di Stefano Borgonovo, ex calciatore di Fiorentina e Milan scomparso il 27 giugno 2013 a 49 anni di età, o quella di Gianluca Signorini, “il Capitano” del Genoa venuto a mancare il 6 novembre 2002 a 42 anni?

Lo stesso Borgonovo ha creato una vera e propria Fondazione Onlus, che porta il suo nome, per finanziare la ricerca su tale malattia degenerativa. L’ultimo caso di decesso, in ordine cronologico, risalente allo scorso 2 marzo, riguarda l’ex giocatore del Mantova Marco Sguaitzer deceduto, a neanche 60 anni, per la stesso male che gli era stato diagnosticato nel 2008.

I dati della ricerca dell’istituto Negri sono stati presentati, pochi giorni fa, durante l’incontro annuale dell’American Academy of Neurology di Philadelphia. Per definire il campo di ricerca dei 23.875 giocatori di Serie A, B e C, su cui è stato fatto lo studio, si è attinto ai nomi di professionisti del mondo del pallone che hanno giocato sui campi di calcio dalla stagione 1959-60 alla 1999-2000: in questo periodo temporale specifico, per l’esattezza, sono stati accertati 32 casi di Sla.

Lo studio è stato condotto dal ricercatore Ettore Bighi con Elisabetta Pupillo. Lo stesso ricercatore ha così commentato i dati a cui si è arrivati: “Ciò che la nostra ricerca conferma è che il rischio di Sla tra gli ex-calciatori è circa 2 volte superiore a quello della popolazione generale. Analizzando la Serie A, il rischio sale addirittura di 6 volte, ma la vera novità consiste nell’aver evidenziato che i calciatori si ammalano di Sla in età più giovane rispetto a chi non ha praticato il calcio”.

La stessa età media in cui la malattia si presenta si abbassa notevolmente se il malato è un giocatore. Difatti con i calciatori, la Sla, prosegue lo stesso Bighi: “Si attesta sui 43,3 anni mentre quella della popolazione generale in Italia è di 65,2 anni”.

Anche la Pupillo ha voluto commentare i dati venuti fuori durante il meeting medico in terra americana. “Ci troviamo di fronte a un’insorgenza anticipata di 22 anni. Quindi i calciatori non solo si ammalano di più, ma contraggono la malattia in età precoce rispetto ai pazienti che non hanno giocato a calcio. Il dato, inoltre, potrebbe non essere definitivo perché alcuni casi potrebbero essere sfuggiti alle inchieste giornalistiche e a quelle giuridiche, fonti principali delle nostre informazioni ”: queste le parole esatte rilasciate dalla Pupillo.

Lo stesso mondo del pallone, tramite alcune sue figure di un certo peso, ha voluto fare una riflessione sui dati dell’indagine. Ad esempio, il presidente dell’AIC (Associazione italiana calciatori), Damiano Tommasi, si è voluto esprimere: “I dati della ricerca, e non è la prima volta, evidenziano questa connessione tra calcio e Sla che da una parte preoccupa e dall’altra ci invita a porre attenzione a qualsiasi iniziativa che possa aiutare a saperne di più. L’auspicio è che attraverso la ricerca si possano aiutare le tante persone colpite da questa terribile malattia”.

Purtroppo non si è capito come mai i professionisti del mondo del pallone abbiano più alte probabilità di contrarre questa malattia. Questo, però, fa capire che anche nel mondo del calcio “non è tutto oro quel che luccica”.

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