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Simone Moro: ad un passo dal cielo

«Siamo tanto stanchi, ma tanto felici». Con queste parole, intrise di pienezza, Simone Moro comunica, dopo essere salito in vetta, la gioia di aver compiuto l’impresa e di essere tornati sani e salvi al campo base. “Abbiamo fatto una cosa incredibile, senza ossigeno con il gran freddo e il vento che c’era. Lassù ci siamo fermati pochissimo, qualche foto, un filmato. Di più era impossibile“. La stanchezza era insopportabile. Un’impresa simile porta ad esaurimento mente e corpo, forse come nessun altra competizione esistente. Il clima rigido è un ulteriore ostacolo che può giocare brutti scherzi, come capitato a Tamara Lunger che a causa di una presunta indigestione ha dovuto fermarsi e tornare al campo base, abbandonando il sogno di arrivare in vetta. Potrà riprovarci, ma saggiamente ha preferito salvaguardare la salute, fondamentale per poter tornare a casa con le proprie gambe da un’esperienza simile.

Un trionfo davvero da manuale: dopo trenta e più anni di tentativi, dopo più di trenta spedizioni fallite e ora oltre 80 giorni di attesa nel gelo (quasi tutti trascorsi al campo base), Simone Moro e il suo team (Alex Txicon, Ali Sadpara e Tamara Lunger) hanno compiuto la prima storica ascensione invernale della nona montagna della terra, l’enorme Nanga Parbat, che era il solo Ottomila, insieme al K2 (ancora oggi vergine invernale), a non essere mai stato salito nella stagione più fredda.

13 ore consecutive di fatica fra i 7200 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, con un vento che soffiava a 40-45 chilometri orari. Una situazione davvero al limite che ha partorito un’impresa storica. Così per Simone questa è la quarta prima invernale su un Ottomila. Dopo Shisha Pangma nel 2006, Makalu nel 2009 e Gasherbrum II nel 2011 ecco anche il Nanga Parbat. Un poker ineguagliabile. Nessun altro alpinista in attività ha più di due prime invernali all’attivo. Un record che molto probabilmente per Simone si fermerà qui (a 48 anni credo possa bastare).

Emilio Comici (1901-1940) era innamorato della montagna e ha fatto dell’alpinismo la sua vita. Una sua celebre frase recita così: “Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo. Forse per noi può sembrare un’utopia. Eduardo Galeano disse invece che questa serviva proprio a questo, a camminare.

L’utopia è là, all’orizzonte.
Mi avvicino di due passi,
lei si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l’orizzonte
si sposta di dieci passi.
Per quanto cammini,
mai la raggiungerò.
A cosa serve l’utopia?
Serve a questo: a camminare.

Salire, salire sempre di più per conoscere e conoscersi, per sentire fino a che punto il limite rimane impresso dentro il corpo. Uno sforzo che rinfranca e libera da ogni fardello inutile. Per gli alpinisti la voglia di spingersi più in là cercando di compiere imprese sempre più autentiche, dimostra come la voglia di lasciare la “terra” per avvicinarsi al “cielo” sia una dote naturale che li riempie di energia, che li fa essere sempre di più lì, ad un passo dal cielo, ad un passo dall’infinito.

FOTO: www.planetmountain.com

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