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Novembre 3, 2025

Silvio Mondinelli: l’alpinista dei 14 “Ottomila” che ha imparato a sapersi fermare

Silvio Mondinelli è un alpinista  italiano. 

Soprannominato “il Gnaro”,  che significa “il ragazzo” in quella  parte di profondo nord d’Italia in cui è nato 67 anni fa:  Gardone Val Trompia località conosciuta a livello mondiale  per lo più per famose armerie. 

Questo scalatore però non ha scelto la strada che sembrava già segnata per chi nasce in questo piccolo comune di 12mila abitanti della  media Val Trompia. Mondinelli, infatti, resta il sesto uomo al mondo ad aver raggiunto la vetta delle 14 montagne più alte della terra:  gli 8mila  lui li ha scalati tutti – peraltro più volte negli anni – sempre senza l’ausilio supplementare dell’ossigeno.

Oggi che da un punto di vista anagrafico  può proprio più definirsi un “gnaro”, questo alpinista persegue con tenacia il suo modo di giocare pulito con la montagna e la vita. 

Come ha iniziato? 

Per sbaglio. Ero arruolato nella Guardia di finanza e praticavo atletica, un giorno mi sono iscritto a un corso per la montagna e da quel momento è nata la mia passione per le scalate. Nel 1978 sono entrato nel soccorso alpino della Guardia di finanza di Alagna Valsesia e a seguire sono diventato guida alpina. 

Il primo ricordo dei suoi 8mila? 

Ottobre 1993 il raggiungimento della meta del  Manaslu in Nepal. Diciannove anni dopo sempre sulla stessa cima sono sopravvissuto a una valanga; insieme a me c’era Cristian Gobbi mentre Alberto Magliano, che alloggiava nella tenda accanto, è rimasto intrappolato sotto la neve. 

Tutto, per la verità, è però  iniziato qualche anno prima  con una ascesa al monte Cervino durante la quale ho conosciuto un appassionato di alta quota che mi ha invitato a scalare. 

La prima volta che ho tentato un 8mila sono arrivato a quota 7500 e mi sono dovuto ritirare. Sono tornato a casa piangendo e poi, come in tutte le cose della mia vita, ho impiegato tanta  passione, umiltà e grazie alle  moltissime  persone che mi hanno aiutato ho cominciato e raggiunto  con la prima vetta. In totale ho effettuato e completato 21 ascese.

Gli anni 2000 sono stati gli anni dei suoi record. 

Sono riuscito a scalare ben quattro 8mila in soli 5 mesi: Everest, Gasherbrum I, Gasherbrum II e Dhaulagiri I. Nel 2007 il Broad Peak. 

Scalare gli 8000 senza l’ausilio supplementare dell’ossigeno comporta un altro tipo di intenso allenamento oltre al fatto non cedere davanti alla tentazione di raggiungere la meta a ogni costo.  

Proprio in queste ore una  slavina in Alto Adige, ha travolto 5 scialpinisti estratti senza vita. Lei è noto anche aver partecipato a diverse operazioni di salvataggio condizioni estreme. Purtroppo però ha anche dovuto lasciare i corpi di amici e colleghi che non sono sopravvissuti. L’ultimo episodi risale a questa estate: il corpo di Luca Sinigaglia morto sul Pobeda a oltre 7mila metri mentre cercava di salvare una collega rimasta bloccata. Il suo corpo non sarà recuperato. 

Nelle attività di soccorso si impiegano energie in più e  Luca che  stava tornava già dalla cima evidentemente aveva consumato tutte le sue forze e  purtroppo è morto. Luca Sinigaglia era  un bravo alpinista ma soprattutto una persona positiva e onesta. 

Per quanto riguarda i parenti, i genitori, gli amici le compagne vorrebbero sempre  recuperare il corpo dei propri cari. Purtroppo mi sono trovato molte volte in queste situazioni  ma, allora come oggi,  non posso entrare nel merito del dolore altrui. Credo, tuttavia, che rischiare la vita di altri alpinisti per portare a casa un corpo senza vita apra un discorso di etica che vada affrontato a parte.

La cosa importante è  che le persone che fanno questo mestiere siano sempre consapevoli a cosa vanno incontro e ai rischi che corrono. Chi resta  a casa non sempre comprende ed è del tutto normale, umano e comprensibile. 

Cosa le rimane di tutte le sue imprese? 

Sicuramente l’amicizia e questo vuol dire che, in fondo, mi sono comportato sempre  bene. In giro per il mondo posso sempre  contare su tante porte aperte e questo per me è ciò che conta per davvero. Degli  8mila conquistati ciò che mi resta nel cuore sono i rapporti e i legami intrecciati e rafforzati nel corso degli anni con le persone che ho incontrato. Un altro aspetto che ho imparato come uomo è il senso del limite. Del comprendere che non bisogna intestardirsi a raggiungere una cima quanto le nostre condizioni fisiche/mentali o le situazioni meteo non sono ottimali  perché tutto ciò significa rischiare inutilmente la propria vita e quella delle persone che accompagnano la spedizione. In fondo è una metafora della vita: sapersi fermare prima.