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Si scrive Hervè Renard, si legge Monsieur Afrique

Chiamatelo semplicemente Monsieur Afrique. Già, perché Hervè Renard ce l’ha fatta un’altra volta. Non gli bastava aver conquistato il continente grazie alle due Coppe d’Africa sollevate al cielo nel 2012 e nel 2015: così quest’anno ha deciso di togliere dal grigiore nel quale erano sprofondati da 13 anni ormai – passando per quattro eliminazioni al primo turno, una squalifica e una mancata eliminazione – i Leoni dell’Atlante, al secolo la Nazionale del Marocco. Benatia e compagni hanno estromesso dalla competizione la Costa d’Avorio, la stessa rappresentativa che appena due anni fa quest’allenatore nato 48 anni fa nel cuore della Savoia, ad Aix-le-Bains, ma mai così rappresentativo del popolo, aveva condotto in cima alle vette calcistiche continentali.

E pensare che attorno a questa spedizione in Marocco si era generato un pessimismo esasperato dei tifosi. Le scelte di Renard avevano dato l’impressione di aver indebolito fortemente sia l’attacco, con ben 5 punte convocate a fronte di un modulo solitamente con una sola, sia la difesa, visto che di fatto sono solo due i centrali di ruolo. Fuori lista per scelta tecnica nomi come Haddad, Nahiri, Feddal, Lazaar. Assenze a cui sommare i problemi fisici che hanno fermato Boufal, Amrabat e Belhanda. A far discutere più di tutto era stata però l’assenza del miglior prospetto marocchino, Hakim Ziyech, “soffiato” all’Olanda di Blind, che lo avrebbe voluto orange. Anche l’avvio non era stato dei migliori, con il ko contro il Congo. Così’ a metterci lo zampino è stato un 34enne, professione difensore centrale, passato anche per il calcio italiano (Perugia, Catania e Crotone tra il 2003 e il 2007): Jamal Alioui. Renard lo lancia nella mischia e lui al 64’ vede il portiere ivoriano Ghaboh fuori dai pali e dai 25 metri lo fulmina con un destro vellutato: così il Marocco degli “italiani” Benatia ed El Kaddouri ha rivisto il Paradiso, il lounge bar della Coppa.

Pulizia è la parola d’ordine di Renard: la stessa che aveva sposato nel 2012, quando rifiutando offerte economicamente molto più vantaggiose e incarichi molto più prestigiosi in patria, ha deciso di tentare il miracolo sulla panchina dello Zambia con un gruppo di giovani volenterosi e coraggiosi, militanti, quasi tutti, in campionati locali, dove ricevono stipendi da fame. Com’era finita? Coppa in tasca, sollevata a Libreville, la capitale del Gabon, dove, nel 1993, la nazionale zambiana fu decimata da un disastroso incidente aereo. Pulizia, non a caso: perché di lì era partita la carriera del Renard imprenditore, ancor prima che calciatore, con scarsissimi risultati, nelle divisioni minori francesi. L’incontro che gli ha cambiato la vita è stato quello con il suo maestro Claude le Roy, che in vita sua è stato ct del Camerun ma pure del Senegal, della Malesia, dell’Oman, della Siria, ha allenato in Francia così come in Cina. E’ lui che gli ha trasmesso il Mal d’Africa: nel 2002 Renard parte come suo assistente per la Cina, casa Guizhou Renhe. Un anno e si mette in proprio, addirittura in Vietnam, a Nam Dinh. Di lì è partito il viaggio di questo coach playboy, dal ciuffo biondo e ballerino, a volte guardato con diffidenza perché quasi coetaneo di molti suoi calciatori e personaggio da poche parole. In Africa quando un allenatore europeo/caucasico si afferma nel loro calcio, diventa quasi di conseguenza lo stregone bianco.

Hervè Renard è più un fotomodello d’antan, con camicia bianca, sguardo serio e spalla sinistra spesso appoggiata alla panchina. Con un mantra solo: «Non conta il singolo ma è il gruppo che fa la differenza». E’ così, in fondo, che si è fatto trovare pronto all’appuntamento con la storia.

Chapeau.

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