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Si scrive “28 Maggio”, si legge “Champions League”

Si scrive “28 Maggio”, si legge “Champions League”

La Champions League in una data: 28 maggio. È proprio in questo giorno che si è giocato il maggior numero di finali (sette) della manifestazione calcistica più ambita e importante d’Europa. Il primato è stato raggiunto grazie all’edizione del 2016 sul prato di San Siro con il derby a tutta Castiglia fra Real e Atletico Madrid, dove i Blancos conquistarono l’undecima ai rigori.

Caso vuole che le merengues abbiano un rapporto particolare con questo record. Era il 28 maggio 1958 quando, all’Heysel di Bruxelles, alzarono la tercera grazie a un epico 3-2 ai supplementari contro il Milan capitanato da Liedholm. Decisivo Gento, antesignano di Ryan Giggs in quella squadra presieduta da quel Santiago Bernabeu al quale sarà intitolato il tempio madridista, che in un paio di occasioni ha ospitato l’atto conclusivo della competizione il 28 maggio.

Se l’ultima (1980) consegnò alla Storia il Nottingham Forest, che sconfiggendo l’Amburgo con lo stesso punteggio (1-0) rifilato al Malmö dell’anno precedente forse ripensava come nel 1977 fosse appena stato promosso nell’allora First Division (l’odierna Premier League), la prima consacrò all’Europa la classe di Gianni Rivera e l’umana grandezza del Milan di Nereo Rocco: 4-1 all’Ajax di Crujff con tripletta di Pierino Prati.

I rossoneri sono gli unici ad aver stretto fra le mani due volte la “coppa dalle grandi orecchie” in questo giorno. Detto del successo mentre l’uomo stava per sbarcare sulla Luna, il bis è certo più impresso nella memoria degli appassionati perché relativo al 2003, contro la Juventus, nel primo derby italiano in una finale di Champions League. Quella sera, all’Old Trafford di Manchester, spettacolo e gioco furono però sacrificati sull’altare di un tatticismo esasperato figlio della paura di perdere: Montero terzino sinistro per arginare Shevchenko, Ambrosini al posto di Rui Costa, Di Vaio lasciato in panchina da Lippi per il più pachidermico Zalayeta. Inevitabile terminare ai calci di rigore, messi a rischio giusto da un gol annullato nel primo tempo a Inzaghi e da una traversa di Conte a inizio ripresa, dove a spuntarla fu la squadra di Ancelotti per 3-2. Determinante Dida, reattivo nel respingere le non irresistibili conclusioni di Trezeguet, Zalayeta e Montero.

Per la Juventus quella data si confermò tabù. Già perché il 28 maggio 1997, a Monaco di Baviera, nonostante fosse la più forte al mondo (non solo per l’Intercontinentale del novembre precedente, ma perché campione d’Europa in carica e fresca del venticinquesimo scudetto) fu sorpresa e beffata dal Borussia Dortmund di Ottmar Hitzfeld, impermeabile ed espressione da ‘cattivo’ di una puntata di Derrick, dei tanti ex bianconeri (Reuter, Kohler, Paulo Sousa, Moeller) e di Karl-Heinz Riedle; l’ex bomber della Lazio segnò una doppietta nel primo tempo, sigillata dal pallonetto di Ricken, entrato da quindici secondi nella ripresa, per il 3-1 finale.

Stessa sorte dei tedeschi, e non certo del Leeds (0-2 contro il Bayern Monaco il 28 maggio 1975), toccherà al Barcellona di Joseph Guardiola. Era il 2011 e Wembley fu teatro di una finale meravigliosa per tecnica e intensità. Il collettivo del Barcellona prevalse 3-1 sul Manchester United di Ferguson, al quale non bastò un indomito Rooney.

28 Maggio: un giorno da ricordare o da dimenticare, a seconda del risultato.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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