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Sì, è un amore insensato. Ma voglio andare a Kiev

dal Fatto Quotidiano del 12 Aprile 2018

A pensarci bene è tutto insensato. Non la partita perfetta della Roma, niente affatto un miracolo ma frutto di eccelse, forse irripetibili (speriamo di no) qualità sportive e umane ma questo lo sapevamo già. Parlo di noi, di me, dei sessantamila dell’Olimpico e delle moltitudini davanti alla tv che insensatamente ci credevano, convinti, strasicuri (stai a scherza’?) che se tre a zero occorreva tre a zero sarebbe stato. Non al primo non al secondo e neppure al terzo gol perché quello si chiama sperare e pregare (e stringere avete capito cosa).

Altro dall’insensatezza che, contrariamente a ciò che si pensa, non è un sentimento negativo, anzi. Ditemi cosa esiste di più vero, autentico, sincero, di più innocente di questa deplorevole, splendida, beata, beota irragionevolezza? Di un amore insensato. Quello, per capirci, che accelera i nostri passi verso lo stadio nella convinzione che il piedone di Bruno Peres fu contro lo Shakhtar come il Piave nella famosa canzone: non passi lo straniero. E dunque l’idiota che alberga in me (ma non sono il solo) coltiva l’idea, sentite questa, che se l’inguardabile pippone ( ’a Peres li mortacci tua) respinge all’ultimo istante sulla linea di porta (Brunetto ti amo) l’ucraina sfera che ci avrebbe spazzati via, beh vuol dire che le forze primordiali della natura hanno finalmente preso a ben volerci. E che la coppa con le grandi orecchie è lì che ci aspetta (tutti a Kiev).

Da ricovero. Cerchiamo di capirci, l’insensato che è in me gioca da solo pur se socio e complice di una setta di invasati. Non si confida, non partecipa, non condivide. Quanto mai geloso di confusi e dissennati pensieri, conserva nell’intimo il proprio piacere come l’autoerotista in un club di scambisti scatenati. Non è affatto insensato giocarsi dieci euro sulla Roma che elimina il Barcellona, visto quel che hanno pagato i bookmakers. Non è insensata la difesa a tre e se DiFra (oggi un grande ieri inadeguato) si definisce “un pazzo”, perché questo è il suo mestiere. Non è insensato James Pallotta che si tuffa nella fontana di Piazza del Popolo: si chiama marketing, come sa il coro degli esagitati che pretende il pacchetto intero (dai Pallotta portace portace portace a mignotte). Insensato è trarre favorevoli auspici dal blando riscaldamento dei blaugrana ingolfati nei tristi pigiamini azzurri. Insensato è apostrofare, per intimorirlo, la pulce geniale (aho ’a Messi te metto in giardino co’ Mammolo e Brontolo). Insensato è lo stadio che già un’ora prima trema e urla il risultato assurdo (capitan De Rossi dice di aver detto ai suoi: “Se ci credono loro crediamoci anche noi”). Insensati siamo noi (sono io) di ogni colore, granata, zebrato, azzurro che da una vita percorriamo quei viali chiedendoci perché lo facciamo. Molestati da chi non capisce: ma come una persona come lei che fa il tifoso (ma vaffanculo). Per vivere serate come queste.

Ps. Ho cercato una frase adatta all’insensatezza di chi sapeva come sarebbe finita e ho trovato questa del pensatore rumeno Emil Cioran: “Se la vita ha qualcosa di misterioso è appunto questo, che pur sapendo ciò che si sa, si è capaci di compiere un atto contro il proprio sapere”. Tutti a Kiev

A cura di

Giornalista professionista dal 1968, sono stato responsabile della redazione romana del Corriere della sera, vicedirettore de L’Espresso, direttore de L’Unità e, nel 2009 fondatore e direttore de Il Fatto Quotidiano e dal 2015 presidente di Editoriale Il Fatto spa. Ho scritto libri (Non aprite agli assassini, Senza cuore e, di recente, Io gioco pulito), ho sempre tifato Roma, mi sono sempre battuto per la libertà di stampa. E continuerò a farlo.

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