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Serie C, cronache di un’altra stagione deludente tra disorganizzazione e fallimenti

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Serie C, cronache di un’altra stagione deludente tra disorganizzazione e fallimenti

L’appena conclusa regular season della Serie C, che ha visto la promozione diretta di Entella, Pordenone e Juve Stabia nella cadetteria, ha senza dubbio destato non poche perplessità negli occhi di tifosi e appassionati, sconcertati dal clima di disorganizzazione che ha accompagnato tutto il corso del torneo.

Nonostante infatti il commissariamento della Lega di Serie A e della FIGC del 2018 avesse lasciato presagire che qualcosa potesse finalmente cambiare nelle strutture politiche della casta calcistica italiana, le vicende che hanno accompagnato l’ultima stagione hanno dimostrato una volta di più come l’organizzazione del torneo sia ancora indissolubilmente legata a problemi secolari.

A dispetto delle ambiziose dichiarazioni di Roberto Fabbricini e Giovanni Malagò (già presidente in carica del CONI) infatti, commissari rispettivamente della lega di A e della Federazione ed entrambi apparentemente desiderosi di rivoluzionare il sistema calcio, anche questa annata della Lega Pro è stata caratterizzata dagli ormai classici fallimenti finanziari dei club a stagione in corso e da modifiche apportate al regolamento a campionato già iniziato.


Il dissesto e la successiva squalifica della Pro Piacenza prima e del Matera poi, appartenenti rispettivamente al girone A e al girone C, hanno inoltre evidenziato ancora una volta la chiara necessità di fare un passo oltre il sistema delle fideiussioni.

Quest’ultimo infatti mal si addice alle leghe per cui è stato previsto, ossia la C e la B, essendo esse spesso sotto i riflettori di un crimine organizzato sempre più investitore nel mondo del calcio.

In realtà il sistema delle fideiussioni era stato proposto all’interno delle stesse leghe come una soluzione vantaggiosa per tutte quelle squadre che versano in difficoltà economiche al momento dell’iscrizione ai campionati, ma per adesso sembra rappresentare soltanto un importante fattore di disordine. Ad alimentare inoltre la mancanza di credibilità nei confronti dei tifosi e dell’opinione pubblica da parte del terzo campionato italiano è quella tendenza, che sembra essere inarrestabile, a cambiare le regole a partita già iniziata.

Anche quest’anno infatti i vertici si sono dimostrati incapaci di pianificare per tempo le strutture del regolamento, rendendosi invece protagonisti di una tardiva riforma del sistema dei playout e dei playoff, avvenuta solo in inverno. D’altronde il ritardo è facilmente comprensibile se si considera lo strascico che l’altrettanto tardiva decisione di ridurre a 19 il numero delle squadre del campionato di B ha portato con sé, avendo fatto piombare tanto la cadetteria quanto la Lega Pro nell’ormai abituale “circo” dei ripescaggi.

Appare in ogni caso difficile che le sorti di tutto il calcio italiano, e del campionato di C in particolare. possano vivere una forte inversione di rotta se all’interno della Federazione le riforme tanto invocate dai media stentano a farsi largo, nonostante il nuovo corso iniziato ad Ottobre con l’elezione di Gabriele Gravina (già a capo della Lega Pro dal 2015 fino al momento della nuova elezione) come presidente federale.

Una delle azioni maggiormente invocate dall’opinione pubblica, forse la principale, riguarda la modifica del sistema di voto all’interno della FIGC, che per adesso consente alla Lega Nazionale Dilettanti e alla Lega Pro di poter formare la maggioranza necessaria nell’Assemblea elettiva.

Probabilmente un intervento rivolto ad una maggiore democratizzazione della torta dei pesi elettorali delle varie leghe gioverebbe a tutto il mondo del calcio italiano.

Il bisogno di riacquisire credibilità verso i propri tifosi è perciò impellente per la Serie C, che difficilmente potrà risorgere dal punto di vista economico se le condizioni in cui versano i regolamenti rimarranno così tanto precarie da impedire a ciascun club di pianificare in maniera progressiva gli anni futuri, incentivando al contrario quelle operazioni di breve termine che non hanno mai fatto bene né alle aziende e né al calcio.

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